La rete

idraulica torinese

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UNO SGUARDO D'INSIEME

     La rete idraulica torinese era formata da diciotto canalizzazioni, in massima parte derivate dalla Dora Riparia, alle quali si aggiungevano il canale Ceronda, estratto dal torrente omonimo a Venaria Reale, ed il canale Michelotti, derivato dal Po.  (1)

    Tale rete può essere classificata, tra gli altri, secondo approcci di ordine geografico o funzionale. La chiave geografica, applicabile alle canalizzazioni provenienti dalla Dora, discrimina secondo la sponda di presa. La pianura torinese ha origine alluvionale ed in massima parte è formata dalla conoide di deiezione creata dalla Dora allo sbocco del-

la valle di Susa. Attraversata dal fiume, essa declina naturalmente verso nord-est e verso sud-est e si potranno quindi distinguere canali e bealere che dalla sponda sinistra fluiscono lungo il contado settentrione da quelle che, provenienti dalla sponda destra, volgono verso le campagne meridionali.

Sulla scorta di tale logica possiamo quindi distinguere:

  • le undici canalizzazioni derivate in sponda sinistra: la bealera di Caselette ed Alpignano, la bealera di Orbassano, la bealera dei prati di Pianezza, la bealera di Venaria, la bealera Barola, la bealera di Collegno, le bealere Putea e Putea-canale, le bealere nuova e vecchia di Lucento, il canale del Regio Parco.

  • le sette derivate in sponda destra: la bealera di Avigliana, la bealera di Grugliasco, la bealera Becchia, la bealera di Collegno, la bealera Cossola ed i canali della Pellerina e Meana

Occorre rilevare però un paio di eccezioni: la bealera di Orbassano nasce ad Alpignano in sponda sinistra per motivi tecnici, ma volge poi a meridione attraversando il fiume con un ponte canale; la bealera Putea-canale si distacca dalle gemella passando la Dora a Collegno.

   Un’ulteriore classificazione basata su criteri territoriali distingue le undici derivazioni che raggiungevano la città dalle altre sette che attraversavano il circondario metropolitano. Tra le prime le bealere di Grugliasco, Barola, Putea e Putea-canale, Cossola, Becchia, la nuova e la vecchia di Lucento ed i canali della Pellerina, Meana e del Regio Parco, tra le seconde le bealere di Avigliana, di Rivoli, di Casellette ed Alpignano, di Avigliana, di Orbassano, di Pianezza, di Venaria e di Collegno

     La classificazione basata sulle precipue funzioni svolte in passato differenzia invece i canali industriali da quelli irrigui. I primi erano destinati a fornire la forza motrice ai maggiori opifici della città, i secondi soddisfacevano le esigenze agricole del contado al suo intorno. Come si può immaginare, la ripartizione non era così netta, perché ogni derivazione, anche all’interno dell’abitato, bagnava almeno qualche orto o giardino, e d’altra parte le bealere del contado rappresentavano la fonte di energia per i mulini da grano ed altri essenziali opifici di comunità, quali fucine, peste, battitori. Tale criterio differenzia quindi i canali della Pellerina, Meana, del Regio Parco, Michelotti e Ceronda, derivazioni industriali per eccellenza.

     Le dimensioni e le potenzialità del sistema idraulico torinese erano rilevanti. Considerando solo la parte che traeva origine dalla Dora Riparia a valle del ponte della Giacconera, presso Sant’Antonino, origine convenzionale del reticolo originato dal fiume, nel 1840, irrigava circa 20.000 giornate di terra tra la Stura ed il Sangone e muoveva 278 ruote idrauliche, di cui 136 in città. Nel territorio di Torino le due bealere di Lucento e le bealere di Grugliasco, Becchia, Putea e Cossola, derivate tutte a monte della Pellerina, irrigavano ben 7.000 giornate di beni. (2) Tale sistema tuttavia non era esente da criticità, sia qualitative che quantitative. La Dora Riparia è considerata un corso d’acqua a regime fluviale ma, data la vicinanza alle montagne ed alle sorgenti, la portata conserva caratteristiche spiccatamente torrentizie. L’irregolarità dei flussi rappresentava quindi un grave limite, e se periodi di siccità, talvolta assai lunghi, fermavano le ruote idrauliche ed assetavano le campagne, altre volte improvvise e violente piene devastavano opere di presa e canalizzazioni, e talvolta anche le macchine idrauliche stesse. Se in condizioni di normalità il sistema era in grado di soddisfare tutti i bisogni, nei momenti difficili si scatenavano aspre contese. Il conflitto riguardava innanzitutto i consorzi di gestione delle bealere rurali e l’amministrazione degli opifici torinesi, penalizzati pesantemente dalla posizione geografica delle loro prese, che nemmeno il ruolo di città capitale riusciva a tutelare. I tentativi di giungere a ripartizioni condivise non mancarono, con risultati tuttavia parziali. Inoltre, come in ogni sistema idraulico, le ruote installabili erano condizionate dall’esistenza di salti naturali adeguati e, in loro mancanza, dalla distanza minima tra un utilizzatore e l’altro, necessaria per evitare dannosi rigurgiti, e determinata dalla pendenza del territorio. Tale vincolo ecologico costituiva un ulteriore ed evidente limite strutturale che, circoscrivendo gli allacciamenti, influenzava negativamente lo sviluppo del sistema produttivo.

     Tali criticità divennero gravi ed evidenti soprattutto nel corso della prima industrializzazione. Nondimeno per secoli la forza motrice prodotta dalle acque delle bealere dei canali sostenne, fino all’avvento dell’energia elettrica, le sorti del sistema manifatturiero torinese.

 
IL CANALE TORINESE PER ANTONOMASIA

     Il “canale dei molini” è stato il più antico e, per lunghissimo tempo, il più importante della città. Esso dava movimento ai due maggiori molini municipali, alle grandi fabbriche governative e militari, nonché a numerosi impianti minori dell’imprenditoria privata. Inoltre, attraverso il ramo detto canale di Torino, le acque derivate dalla Pellerina irrigavano un ampio spazio agricolo ed assolvevano importanti funzioni urbane quali la bagnatura di orti e giardini, la pulizia delle strade e dei mercati, lo sgombero della neve e lo spegnimento degli incendi. Esso si formò nel corso del Settecento con la saldatura di alcune derivazioni fino ad allora indipendenti. Ne discese un unico grande corso d’acqua che con l’aggiunta di ulteriori ramificazioni si trasformò in un sistema idraulico diffuso, unitario, articolato, diffluente ed integrato che potremmo definire una sorta di “canale di canali”; sia perché organizzato in numerosi rami, sia perché la stessa asta principale prendeva nomi differenti lungo il suo corso

1831. Il “canale dei mulini” fino a borgo Dora.

Tipo regolare della regione di Valdocco con l'andamento della bealera dei Molini della città di Torino, sue diramazioni ed indicazione di tutti i bocchetti sulla medesima esistenti e dei fossi d'irrigazione dipendenti

Fonte: AST, Sezioni Riunite, Carte topografiche e disegni, Camerale Piemonte, Tipi articolo 663, Torino, mazzo 350

      Il “canale dei molini” nasceva alla chiusa della Pellerina, ed al molino del Martinetto si divideva in due rami, detti rispettivamente canale di Torino e del Martinetto. Il canale di Torino riforniva d’acqua la città, dividendosi in più condotti che terminavano parte in Vanchiglia e parte nel Po. Lungo il territorio di San Donato alimentava il canale della Cittadella e diversi condotti destinati all'irrigazione, tra cui il canale del Valentino.

 
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Il maggiore canale cittadino è nato dal collegamento dei canali della Pellerina, del Martinetto, dei Molassi e del Regio Parco.

     La maggior parte del flusso proveniente dalla Pellerina si riversava nel canale del Mar-tinetto. Esso, dopo il molino omonimo, scendeva verso Val-docco e la fabbrica d’armi detta Fucina delle canne da fucile, dove riceveva l’apporto del canale Meana, estratto dalla vicina ansa della Dora, le cui acque compensavano pressap-poco quelle sottratte dal canale di Torino. Mantenendo così la portata originaria, e prendendo il nome di canale dei Molassi, il canale proseguiva verso la Polveriera (poi diventata Arse-nale delle costruzioni di arti-glieria) ed i molini municipali di porta Palazzo. Attraversata la Dora al ponte delle Benne, esso raggiungeva infine le manifattu-re del Parco, ulteriormente impinguato da sorgenti, scoli ed infiltrazioni raccolte nella Dora attraverso la chiusa del canale del Regio Parco. Nei pressi del cimitero di San Pietro in vincoli, si staccava il canale della Fucina che, mossi da alcuni opifici idraulici secondari, con-fluiva anche esso ai molini.

IL NOME DELLA BEALERA
Canale dei molini o canale dei Molassi?

      Canali e bealere prendevano il nome dal soggetto che li possedeva, in genere una famiglia nobiliare o una comunità, oppure dalla funzione svolta. La principale derivazione torinese apparteneva a quest'ultima categoria; essa però non ha trovato una denominazione univoca nel corso del tempo. Nei documenti di volta in volta gli è stata attribuita una varietà di nomi, quali “canale o gran canale della città”, “canale o bealera dei molini”, “canale del Martinetto”, “canale Meana”, “canale della Pellerina” e altri ancora, estendendo talvolta all'intero corso l’appellativo di una singola canalizzazione. Soltanto in apparenza, però, ciò generava confusione: rimaneva “il canale” cittadino per antonomasia e quale fosse l’appellativo usato non vi era rischio di fraintendimento o errore.

      Tra i molti, il nome più comune che gli venne attribuito fu "canale dei mulini". L'appellativo potrebbe indurre a confonderlo con il “canale dei Molassi”, che invece ne costituiva solo il tratto finale: come spesso accade in geografia, si finì per estendere all’insieme il nome di una parte. Nelle pagine di questo sito si è scelto di mantenere la toponomastica storica per non indurre ulteriori incertezze.  In definitiva quindi il "canale dei mulini" costituiva l'intero corso d'acqua che, derivato dalla dalla Dora Riparia alla presa della Pellerina, terminava alle Manifatture del Regio Parco  attraversando il quadrante settentrionale della città; il "canale dei Molassi" invece ne costituiva il solo tratto compreso tra Valdocco e i molini di Dora, per l'appunto detti "Molassi".

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Planimetria semplificata del “canale dei molini”, incluse le maggiori articolazioni, nel 1911. La copertura delle derivazioni ne ha modificato il tracciato adattandolo al reticolo delle strade cittadine. Il disegno trasmette l'idea dell'unitarietà del sistema , quasi "un canale formato da canali".

Fonte: Dimostrazione grafica e descrizione delle bealere esistenti ne territorio di Torino, cit.

La tabella riporta  la portata ordinaria e la portata minima delle principali canalizzazioni che  nella seconda metà dell'Ottocento costituivano il sistema idraulici torinese.

Fonte: ASCT, TD 12 1 80

      I numeri del "canale dei mulini" erano ragguardevoli. La sola asta principale misurava oltre 9.500 m, con una caduta utile di 39,5 m tra il Martinetto e il Po. La portata raggiungeva i 6.350 l/s in regime di acque abbondanti. Tale portata era di gran lunga la maggiore tra le derivazioni del torinese, almeno quattro volte superiore a quella di qualunque altra, ma era comunque soggetta a forti variazioni dovute alla natura torrentizia della Dora Riparia. L’energia dinamica teoricamente ricavabile dal canale era stimata in circa 2.600 CV su un salto utile di 39,5 m.  (3)

      Lo scopo principale del grande canale cittadino fu, in tutti i tempi, assicurare la macinazione dei molini di Dora. La funzione industriale si rafforzò con il tempo, e nel corso della prima industrializzazione il canale costituì la principale fonte di energia per le grandi manifatture governative e per quelle dell’imprenditoria privata. Non vennero comunque meno i compiti agricoli e urbani - svolti soprattutto dal canale di Torino, il ramo che attraversava completamente la città - quali l’irrigazione di prati, campi e orti, la pulizia di strade e mercati, lo sgombero della neve e lo spegnimento degli incendi.

Opifici pubblici e privati sul "canale dei mulini" (1840)

Verso la metà dell’Ottocento ben l'80% delle ruote idrauliche era concentrata nei tre maggiori opifici governativi e nei due più grandi molini municipali. Le 25 ruote private si distribuivano invece in ben 15 stabilimenti, testimoniando dimensioni assai minori degli impianti. La base industriale della Torino preunitaria era costituita d’altra parte da una molteplicità di manifatture piccole e medie, che in maggioranza non utilizzavano alcuna forza motrice. Ciò conferma la struttura economica tipica di una città capitale, basata su produzioni terziarie, destinate innanzitutto a soddisfare i bisogni della burocrazia statale e i consumi della corte. Il tempo della moderna industria e della grande impresa privata è ancora di là da venire.

Va osservato che, date le limitate funzioni affidate alla forza motrice e alle macchine nelle prime fasi dell'industrializzazione, l'effettivo movimento delle ruote idrauliche all'interno degli stabilimenti non fosse, di norma, né simultaneo, né giornaliero. Non di meno il volume d'acqua richiesto dal canale dagli scopi manifatturieri era rilevante. Nel 1840 l'indagine Pernigotti stima che il solo funzionamento dei molini di Dora e delle manifatture del Regio Parco richiedesse non meno di 23 "ruote" d'acqua, nell'ipotesi la sola metà dei meccanismi ivi presenti fosse al lavoro. (1 ruota camerale d'acqua equivaleva a circa 340 l/sec).

Fonte: Relazione Pernigotti

 

     L’energia idraulica accompagnò e sostenne la prima industrializzazione torinese, un processo non certo esplosivo, ma graduale e irto di difficoltà. In città, nel 1862, la stragrande maggioranza dell'energia impiegata nell'industria era tratta dai canali, poiché molto competitiva, costando ben cinque volte meno di quella del carbone. I motori a vapore erano solo 40, per una potenza complessiva di 267 cavalli, contro i 99 idraulici che fornivano forza motrice per 2034 cavalli. L’acqua inoltre attendeva anche ad altre funzioni produttive, quali ad esempio la lavorazione delle pelli. L’affermazione delle caldaie a vapore fu lenta e faticosa, e in genere affiancò, senza sostituire, ruote e turbine idrauliche, se non durante i periodi di siccità.

 

     Il "canale dei molini" costituì l’asse portante del sistema. Lungo le sue sponde, quasi senza soluzione di continuità tra il Martinetto e il Regio Parco, si formò una composita area manifatturiera lineare che concentrava le maggiori imprese. Nel 1844 la Commissione Pernigotti censiva 126 ruote idrauliche attive sul canale, distribuite in una ventina di opifici; ad esse se ne aggiungevano altre 10 interne all’abitato lungo le canalizzazioni alimentate dal partitore

Il canale all'inizio del XIX secolo

Da una memoria dell’ingegnere idrau-lico Ignazio Michelotti del 1818 si ap-prende che….

​​“Egl’è noto che il solo canale derivato dalla Dora presso la casci-na Pellerina da colle acque sue il moto a circa 150 ruote; delle quali tre quarti gira ad uso di fabbriche diverse, le quali, oltre alimentare sul sito medesimo assai numero di ope-raj, ne occupano indirettamente un numero assai maggiore in Città. Egl’è noto altresì comunemente per quanto mi sappia che nell’anno 1811 quando per la rottura della chiusa rimase a secco si valutò il danno della popolazione a due mi-lioni almeno, malgrado la decaden-za in cui quella trovavasi. Né altro esempio di simile vantaggioso frutto di questo genere d’industria facil-mente si trova altrove in Europa”.

Fonte: Memoria dell'Ing. Ignazio Michelotti sullo sviluppo industriale della Città […]

(ASCT, Ragionerie 1818/7, pag. 994)

di piazza Statuto, dove confluiva il canale di Torino. Inoltre la concentrazione di impianti legati all’acqua creò vantaggi industriali che attrassero anche fabbriche non strettamente dipendenti dall’energia idraulica. Sempre il Pernigotti informa poi che il "canale dei molini" irrigava una superficie di 1.130 giornate piemontesi, pari a 434 ettari, tra prati, orti e giardini, nelle campagne adiacenti alla città. Una relazione degli industriali torinesi del 1870 rileva che attorno al canale gravitano più di 60 opifici con oltre 4.000 operai, che a loro volta rappresentano gli interessi di oltre 12.000 persone. (4) Da altro documento ancora si apprende che nello stesso periodo sul canale operavano 98 motori idraulici, di cui 23 “turbini”. (5) Nel 1894, quando già si stava affermando l’energia elettrica, ancora una quarantina di opifici ne sfruttava la forza dinamica. (6) Tuttavia la nuova forma di energia portò enormi vantaggi, tra cui liberare le industrie dal vincolo dell’acqua; ciò segnò sia il dilagare delle attività manifatturiere verso nuove aree non servite dai canali, sia il rapido declino della rete idraulica cittadina: si pensi che nel 1911 I motori idraulici sono 80 con la forza complessiva di 1810 cavalli, quelli a vapore 94 della forza di 3915 HP, quelli a gas, benzina e petrolio 39, quelli elettrici, invece, sono ben 2613 per un totale di 33.098 HP. (7) Benché alcune grandi utenze abbiano continuato a sfruttarne in qualche modo la forza dinamica fino agli anni Sessanta dello scorso secolo, già negli anni Venti il "canale dei molini" aveva per lo più esaurito le proprie funzioni industriali.

"Etat des Edificies tournans par les eaux derivées du batardeau dit Pellerina." (1812)

Durante  il periodo francese l'Amministrazione municipale fu molto attenta a monitorare il patrimonio produttivo e, sull'onda della rigorosa cultura amministrativa d'oltralpe, si susseguono le rilevazioni di ruote idrauliche e opifici. I dati riportati paiono di particolare interesse perchè, caso assai raro in precedenza, riportano anche il numero degli occupati.

Fonte: ASCT, Carte del Periodo Francese Vol. 16,  59/230 e nostra elaborazione

      Altre sette canalizzazioni attraversavano il territorio torinese svolgendo anche funzioni di forza motrice, seppure in misura assai minore. La bealera di Grugliasco, lungo i suoi cinque rami, attivava 15 motori idraulici, la Becchia 9, quella di Orbassano 6, la nuova di Lucento 13.

 

LA RELAZIONE PERNIGOTTI

 

Di norma la Dora Riparia era in grado di soddisfare la vasta e articolata domanda d'acqua delle utenze pubbliche e private delle sue numerose derivazioni. Durante i frequenti periodi di siccità era però il sistema idraulico torinese a subirne maggiormente le conseguenze, in quanto le sue prese erano le ultime. La portata del “canale dei mulini” poteva ridursi allora anche di tre o quattro volte, mettendo in crisi la città e i suoi maggiori opifici e generando infiniti conflitti con coloro che prelevavano a monte della diga della Pellerina. Garantire le necessità annonarie della popolazione di Torino era compito primario ed irrinunciabile degli amministratori, e per assolverlo i molini cittadini dovevano godere di volumi d’acqua sufficienti a soddisfare la domanda di macinazione e di farine. La Città era titolare di precedenze e diritti d’acqua consolidati e di remotissima origine, ma incontrò spesso gravi difficoltà a farli valere, svantaggiata dalla collocazione geografica. (8) Si trattava di un classico conflitto “monte-valle”, in cui la posizione degli utilizzatori a monte, di fatto, prevaleva sui diritti degli utenti a valle, fossero pure quelli della Capitale e dei grandi e strategici opifici dello Stato. Controversie e conflitti segnarono dunque la lunga storia idraulica torinese, ed è proprio grazie ad essi che dobbiamo larga parte della documentazione giunta fino a noi.

 

In caso di mancanza d’acqua, la Città e le Autorità statali dovettero ricorrere a misure straordinarie di governo e regolazione delle acque, utilizzando talora anche la forza armata. Almeno dalla fine del Seicento, si tentò a più riprese di regolare i prelievi attraverso piani di riduzione consensuali e condivisi che conciliassero i diritti delle comunità a monte con le necessità della Capitale, ma abusi ed illeciti, liti e contenziosi, rimasero all’ordine del giorno. (9Il progetto più importante risale alla metà dell’Ottocento, quando con Regie Patenti del 6 agosto 1839, il re Carlo Alberto istituiva una Commissione per la definitiva ripartizione delle acque derivate dalla Dora Riparia. Il suo compito era stabilire le competenze delle canalizzazioni esistenti tra il Comune di S. Antonino di Susa e Torino, e al contempo quelle necessarie per soddisfare le crescenti esigenze degli stabilimenti governativi e dei molini della Città, pur «senza trascurare i giusti bisogni dell'agricoltura». La commissione, composta dal Procuratore Generale del Regno, dall’Avvocato Generale del Senato, dall’ispettore Generale delle Finanze e da un Senatore, nell’agosto 1841 incaricò il cav. e ing. Pietro Pernigotti, Ispettore del Genio Civile, Ingegnere idraulico delegato e membro della Reale Accademia delle Scienze, coadiuvato dagli ingegneri Giovanni Barone e Tommaso Bonvicini, di procedere con le ispezioni, le rilevazioni e le altre operazioni necessarie per elaborare una proposta di riparto. Il 30 maggio 1844, il Pernigotti presentò un'ampia relazione sul lavoro svolto, che fu approvata dalla commissione. Un secondo documento, che affrontava nello specifico le questioni legali fu consegnato dell’avvocato Eugenio Gioberti il 30 giugno 1845. (10ll nuovo quadro giuridico conseguente allo Statuto Albertino consigliò tuttavia di procrastinare l'entrata in vigore del piano, che infatti divenne operante solo con la sentenza del 22 marzo 1886 della Corte di Appello di Casale. (11Il riparto Pernigotti è tutt’ora vigente e rispettato, almeno nella forma, sebbene da tempo superato nella sostanza.

 

Va precisato che il riparto ha natura giuridica, e quindi normativa, e le varie portate previste poco ci dicono sul piano idraulico e funzionale, ad eccezione della prima. La portata detta "di acque abbondanti" corrisponde, infatti, alla quantità d'acqua da immettere nel canale per attendere pienamente ai compiti previsti; le "acque ordinarie" corrispondono alla precedente, ridotta (ossia da ridursi) di un quarto, mentre le "acque magre" e le "acque depresse" comportano rispettivamente la diminuzione di un mezzo e di tre quarti rispetto alle acque abbondanti. La riduzione scattava, ed era calcolata, sul volume d'acqua fluente nella Dora. Il lavoro della Commissione Pernigotti fu pubblicato con il titolo "Progetto per la ripartizione delle acque del fiume Dora Riparia", Tipografia Chirio e Mina, Torino 1851. Tale lavoro rappresenta la ricerca organica di ordine tecnico, storico e giuridico di maggior rilievo, condotta in oltre sette secoli, sulle bealere e sui canali torinesi derivati dalla Dora Riparia, e a essa sono largamente debitrici le pagine di questo sito.

LE "ASCIUTTE PRIMAVERILI"

 

Canali e bealere richiedevano una costante manutenzione ordinaria e straordinaria. Le alluvioni potevano danneggiare le “ficche” fino a sradicarle completamente e le piogge più forti non di rado provocavano smottamenti lungo le sponde (tecnicamente le bealere non erano che semplici scavi nella terra) e le ramaglie trasportate dalla corrente provocavano ostruzioni e straripamenti. Inoltre prima della riapertura primaverile le canalizzazioni erano prosciugate per effettuare la pulizia generale degli alvei e le riparazioni meno urgenti. Alle cosiddette “asciutte primaverili” erano anche demandate eventuali modifiche dei tracciati e ogni tipo di intervento sulle strutture idrauliche generali e negli opifici. In determinati casi, per non interrompere la produzione di forza motrice durante tale periodo,  l'acqua dei canali civici poteva essere surrogata da quella dei canali consortili.

Le "asciutte" seguivano un preciso calendario definito dalla Città. A titolo di esempio si riporta quello del Gran canale per il 1924.

 

SERVIZIO TECNICO DEI LAVORI PUBBLICI DIVISIONE II

 

ANNO 1924

Ordine delle asciutte primaverili dei civici canali: Pellerina, Martinetto, Torino, Meana, Molassi, Fucina, Ceronda ramo principale e secondari.

  • 30 marzo (domenica) alle ore 7 ai chiudono gli imbocchi dei canali: Pellerina (lasciando la portata del canale di Torino) e Meana iniziando 1, asciutta dei canali Martinetto, Molassi e Fucina.

  • 6 aprile (domenica) alle ore 7 si chiude completamente l’imbocco del canale Pellerina iniziando l’asciutta del canale Torino.

  • 13 aprile (domenica) alle ore 7 si aprono gli imbocchi dei canali Pellerina e Meana rimettendo l’acqua nei canali del Martinetto (escluso il canale di Torino) dei Molassi e Fucina»

  • 19 aprile (sabato) alle ore 18 si rimette l’acqua nel canale di Torino al partitore del Martinetto.

  • 30 e 31 marzo e 1-12 aprile si fa l'asciutta dei canali Martinetto, Meana, Molassi, Fucina.

  • 6-19 aprile si fa l’asciutta del canale di Torino.

  • 13 aprile (domenica) alle ore 7 ai chiude l’imbocco del ramo destro del canale Ceronda al partitore di Lucento iniziando l’asciutta del canale stesso.

  • 19 aprile (sabato) ore 18 si chiude l'imbocco del canale Ceronda a Venaria Reale e si inizia l’asciutta del ramo principale e del secondario sinistro del canale Ceronda.

  • 30 aprile (mercoledì) alle ore 18 si rimette l’acqua nel ramo principale del canale Ceronda in Venaria Reale ristabilendo il servizio ordinario.

  • 13-30 aprile, si fa l’asciutta del canale Ceronda ramo destro.

  • 21-30 aprile si fa l’asciutta del canale Ceronda ramo principale e ramo secondario sinistro.

 

Torino, 14 marzo 1924

Fonte: ASCT, AA.LL.PP. 1924 541/14

La natura sistemica del Gran canale richiedeva la programmazione e il coordinamento delle asciutte tra il Comune di Torino egli enti che gestivano le diramazioni collegate. Come si può immaginare, l’informazione burocratica non funzionava sempre a dovere. Ad esempio, è del 27 ottobre 1927 la comunicazione urgente con cui l’Ingegnere Capo dell’Ufficio Tecnico di Finanza informava la Città di Torino del reclamo sporto dalle ditte utenti del canale demaniale del Regio Parco, tra cui la Manifattura Tabacchi e la Ditta Rivoira, per l’improvvisa mancanza d’acqua dovuta a un’asciutta straordinaria del canale comunale della Pellerina, della quale non avevano ricevuto avviso. L’Amministrazione del Demanio, allo scopo di non essere messa in difetto di fronte ai propri utenti e nella condizione di essere citata per danni, pregava l’Ufficio Tecnico del Comune di impartire disposizioni affinché l’interruzione d’acqua avesse la minor durata possibile,  comunicandone al più presto il termine affinché i reclamanti potessero essere a loro volta informati. Anche quando la pianificazione dei lavori andava buon fine difficilmente le asciutte di differenti canali avevano la stessa durata, con le inevitabili ripercussioni sull'utenza. Sempre nella primavera del 1927, ad esempio, i lavori e la pulizia della bealera nuova di Lucento durarono dodici giorni, cinque quelli della bealera vecchia, mentre e l'asciutta del canale dei Molassi si protrasse per tre settimane.

Fonte: ASCT, AA.LL.PP. 1927 595/6

 
IL QUADRO ODIERNO

     Cessata la produzione di forza motrice industriale, canali e bealere hanno continuato ad esistere per lungo tempo. Le dismissioni sono andate a rilento e circa la metà rimane ancor oggi in esercizio, seppure talora solo parziale. Nelle campagne le bealere hanno continuato ad irrigare i campi, e spesso anche quelli delle cascine ormai a ridosso della città; e dove non ancora arrivava l’acqua potabile esse erano utilizzate per abbeverare il bestiame e per usi domestici non commestibili quali, ad esempio, la lavatura dei panni. Va da sé che oggi si sono conservate quelle più lontane dall’agglomerato metropolitano. In città i tracciati sono stati progressivamente coperti, adattati reticolo al viario ed integrati nel sistema delle acque sotterranee, continuando così a sopperire allo smaltimento della neve ed alla lavatura dei condotti, all’antincendio e ad altri bisogni civici. Negli ultimi anni l’evoluzione delle tecnologie ha consentito di reimpiegare vantaggiosamente anche dislivelli modesti per produrre energia elettrica in modo rinnovabile e con basso impatto ambientale, restituendo così nuova vita e nuove funzioni produttive alle vecchie strutture abbandonate. Ciò permette un’ulteriore classificazione fondata sulle funzioni attualmente svolte: Si potranno allora distinguere:

  • Sette canalizzazioni irrigue attive (anche solo parzialmente): bealera di Rivoli, bealera di Caselette ed Alpignano, bealera Becchia (fino a Bruere), bealera di Orbassanobealera di Collegno, bealera Putea e Putea-canale.

  • Una adibita esclusivamente a funzioni idroelettriche: canale Meana.

  • Quattro che svolgono entrambe le funzioni: bealera di Grugliasco, bealera di Venaria, bealera Cossola e la bealera di Pianezza (centrale in costruzione).

  • Sette canalizzazioni dismesse: bealera di Avigliana, bealera Barola, bealere vecchia e nuova di Lucento, canale della Pellerina (e relative derivazioni urbane collegate), canale del Regio Parco e canale Michelotti.

  • Tre traverse impiegate per la produzione idroelettrica: ex bealera vecchia di Lucento (progetto esecutivo approvato), ex bealera nuova di Lucento (progetto in fase di valutazione), ex canali della Pellerinadel Regio Parco.

     Negli spazi rur-urbani, dove città e campagna si fronteggiano e si compenetrano, i tracciati sono stati talora modificati e parti, o rami, di derivazioni chiuse allacciati ad altre attive per raggiungere talune utenze rimaste isolate. Oggi l’espansione dell’abitato metropolitano è rallentata di molto ma non si è interrotta, e ulteriori chiusure e dismissioni sono possibili anche in un futuro assai prossimo, a partire dalle derivazioni che servono aziende agricole marginali che sopravvivono a stento. Come si può immaginare le derivazioni irrigue sono alimentate solo durante la stagione agricola, mentre in quelle adibite alla produzione di energia l’acqua scorre tutto l’anno.

     A tutt'oggi gli alvei delle bealere si estendono nel sottosuolo torinese per diverse decine di chilometri. Nel 2012 la municipalità torinese ha definitivamente tolto l’acqua a quelle di sua competenza, mettendo in questo modo fine ad una storia durata almeno sette secoli, mentre sono ancora adacquate alcune canalizzazioni proprie dei consorzi privati che scorrono nei quartieri  più periferici. Tutte insieme, in qualche modo, contribuiscono ancora al funzionamento della città: con poche eccezioni, i tracciati sotterranei sopravvivono e, seppur non più alimentati, smaltiscono regolarmente le acque piovane e reflue di superficie.  Per la loro natura attuale le canalizzazioni tombate e ridotte a parte del sistema fognario non rientrano però negli orizzonti di questo sito.

Rete dei corsi d'acqua minori a Torino, tratta dalle tavole del dal P.R.G. ed aggiornata al 2004 a scala 1:6000. Ovviamente si tratta di condotti tutti sotterranei.

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Fonte: Città di Torino (cliccare per andare alla mappa)

Ultimo aggiornamento della pagina: 20-07-2022