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I Molini Dora o Molassi

I molini di Dora, detti i Molassi, per secoli furono i molini torinesi più importanti, i molini della città per antonomasia. Principale opificio cittadino e fulcro di un sistema idraulico strutturato innanzitutto per fornire loro forza motrice, attorno ad essi si strutturò il maggiore e più antico nucleo protoindustriale di Torino.

Nota: i cenni che seguono non sono che una breve sintesi dell'argomento: materiali ed informazioni sui molini di borgo Dora non mancano, a partire dai saggi della raccolta Acque, ruote e mulini a Torino, e a essi si rimanda per ulteriori approfondimenti.

La prima rappresentazione prospettica dei molini di Dora risale al celebre disegno di G. Carracha (1572). I mulini sono la semplice costruzione all'estrema destra del disegno, vicino al canale che li ali-menta. Vi si accede dalla strada sulla destra che esce dalla porta Doranea (o Pala-tina). Quella di sinistra, supe-rato il ponte detto di Spialetto, conduce verso il Piemonte orientale e Milano.

Fonte: G. Carracha, Agusta Taurinorum (particolare) - Bibliothèque nationale de France

Molassi di Torino (1572)

L'origine dei molini torinesi si perde nell'alto Medioevo, e d’altra parte la molitura dei cereali è stata per secoli la principale, e naturale, funzione civica e produttiva da cui dipendeva la sopravvivenza stessa dei cittadini. La prima traccia di un mulino per i cereali nell'area di Porta Palazzo risale ad un atto del 23 ottobre 1010, con cui il monastero di San Solutore, da poco fondato, «riceve in dono la metà di un mulino e di una roggia con alveo, e ripe, presso la basilica di San Secondo, confinante da un lato con la Dora dalla quale esce la roggia». Il molino è edificato su un terreno di settantacinque tavole (poco meno di 3.000 mq) di superficie; il sito non corrisponde a quello dei secoli successivi: la collocazione in prossimità di San Secondo lo pone a nord del fiume, oltre borgo Dora, e l'alimentazione attraverso una roggia, anziché una bealera, lascia supporre che l'acqua giunga da un ramo secondario del fiume stesso. Risalgono sempre all'XI secolo altre notizie di impianti alimentati da derivazioni della Dora: «nel 1116 infatti i canonici di San Benedetto concedono un aquale "ad molendinos vel valcatores faciendum" prevedendo che se ne costruissero almeno tre; alcuni nel 1047 (insieme con diritti di pesca) erano in possesso dei canonici del Duomo, e verso la fine del secolo il vescovo già vi possedeva, forse, gli stessi mulini chiamati in seguito "de Roqueta"». Il riferimento ai valcatores indica la formazione di uno spazio produttivo più articolato, che comprendeva anche macchine idrauliche diverse dai molini da grano, che peraltro restano largamente prevalenti. (1La presenza di tali macchine a Torino, ed innanzitutto di quelle per la follatura della lana (vualcatores, fullatoria, paratoria...), è confermata dalle voci degli "Introiti in denaro dei mulini di Torino": sia dalle firme paratorium (1290-1408), ossia le concessioni di appalto, sia dai fitti e canoni  (1315-1516) di molerie, baptitoria, ressie, paratoria, molendina, tinctorie e altri ingenia. (2)

Le prime tracce accertate di molini da grano riconducibili ai Molassi risalgono alla metà del Trecento. La loro effettiva ubicazione nei secoli precedenti non è documentata, tuttavia la morfologia, coerente con la disponibilità di un dislivello sufficiente per sfruttare potenziale dinamico del canale, non lasciava molti gradi di libertà nella scelta del sito, conferendo agli impianti una continuità localizzativa di almeno sette secoli. E’ quindi probabile che anche in precedenza l'ubicazione non si discostasse da quella storicamente conosciuta, appena fuori la porta Principalis Dextera (porta Doranea o Palatina), in posizione strategica tra la città e la Dora, nel perimetro delimitato dalle odierne vie Priocca, Fiochetto, Pisano e da corso XI Febbraio. (2a)

Le spese di gestione degli impianti idraulici signorili negli anni 1384-1409 riconducono forse alla descrizione più antica degli impianti di borgo Dora. (3) Ruote e macine risultano distribuite sui due lati della bealera che li alimenta; quattro mulini, formati ognuno da una ruota ed una coppia di macine, sono collocati in sponda destra (citra duriam) ed altri tre su quella sinistra (ultra duriam); sul lato verso la città vi sono anche due battitoi, di cui uno "nuovo". Un resoconto coevo fornisce preziose informazioni su materiali impiegati nella loro costruzione. Innanzitutto i legnami: pioppo, noce, quercia, olmo, castagno e rovere per le strutture e gli impegni più gravosi (ruote e assi), corniolo, nespolo ed olmo per denti, fusi ed altre componenti delle trasmissioni. Chiodi, caviglie e la carpenteria metallica sono per lo più in ferro. Le mole, acquistate in gran numero, provengono da Trana, Selvaggio (Giaveno), Coazze e S. Antonino. Considerando la quantità di calce, ghiaia e mattoni registrata, le muratore appaiono abbastanza limitate; le coperture sono, almeno in parte, in coppi. (4)

Inizialmente la proprietà dei molini fu divisa in quote ripartite tra i maggiorenti della città, che in seguito una accorta politica di acquisizione portò sotto il controllo ducale. Con lettere patenti della Duchessa Violante di Savoia del 21 giugno 1475 furono concessi in albergamento, ossia in  enfiteusi perpetua, alla Città di Torino. Si trattò di una cessione motivata dalla scarsa reddittività legata alle elevate spese di manutenzione. Il Comune fu abile nell’ottenere la riconferma dei diritti di banno e di moltura, nonchè del monopolio detenuto sulle attività idrauliche cittadine. La bannalità stabiliva l’obbligo assoluto, senza eccezione per alcuno, di macinare i grani presso i mulini municipali pagando una quota in natura. La conferma dei privilegi esercitati sulle acque della Dora, del Po e dei canali derivati, già sanciti dagli antichi statuti cittadini, riconosceva alla Città la facoltà esclusiva di modificare a suo piacimento il corso delle bealere e costruirne di nuove, di erigere «molendina, ressya, baptitoria, et alia ingegna», nonché di dare in concessione quelli esistenti. Le Patenti del 1475, riferite agli edifici «extra Portam Palays» ed ai «molendina supra Pado», furono confermate e rinnovate da Emanuele Filiberto il 1 gennaio 1566 dopo la riconquista del ducato ed il trasferimento della capitale a Torino, nonché da numerose deliberazioni dei sovrani successivi. In questo modo la Città completava il monopolio esercitato sulle acque discorrenti all'interno dei propri confini; prerogativa che manterrà fino alle liberalizzazioni introdotte da Carlo Alberto.

Lettere Patenti della duchessa Violante del 21 giugno 1475

Il testo latino integrale delle Lettere Patenti di albergamento dei mulini di Torino è custodito presso l'Archivio Storico del Comune di Torino (CS 2589). Ad esso è allegata la trascrizione  e sintesi ottocentesca che segue.

"Lettere Patenti date da Moncallieri, colle quali la Duchessa Violante madre e tutrice del Duca Filiberto di Savoia, enunciando che la manutenzione dei mulini di Torino ellevandosi a gran parte del loro reddito, si era deliberato pubblicato un’albergamento perpetuo di essi, e ritenuto che la maggior offerta fu fatta dalla Città di Torino, stante che detti molini prima della Città sono stati affittati al medico ducale Giò Giacomo de Strata per fiorini 400; che in seguito la Città li ebbe in affitto per fiorini 600 e che successivamente ne pago 980; e che ultimamente furono sensati al signor Claudio De Sortu per fiorini mille cinquanta, qual fitto fu dalla Città aumentato a fiorini 1075, riconoscendo ciò utile per il patrimonio ducale, a in nome del Duca suo figliolo, e dè suoi eredi e successori concesso alla Città di Torino l’albergamento perpetuo dei molini, ressie, battitoi, ed altri ingegni esistente fuori di Porta Palazzo mediante paghi l’introggio di quattro cento fiorini, ed altri cinquanta cinque fiorini a due povere donne che indicherà, e corrisponda l’annualità di mille cento fiorini. Ordinando che tutti debbano a detti molini pagare la moltura; che nessuno possa costrurre molini od altri ingegni nella Città e territorio di Torino; che la Città possa cambiare le bealere dei molini, stabilire altri molini, o altri ingegni tanto per terra quanto sul Po o sulla Dora a suo piacimento"

​Fonte: ASCT, CS 2212 cart. 129, Volumetto in cui sono descritte le sovrane concessioni... pag. 25 e G. Bracco, I mulini torinesi e la finanza comunale, in Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 2, pp. 124

Tali privilegi assicurarono un buon ritorno economico alla gestione dei molini, condotti ora in economia dalla Città (ossia gestiti direttamente), ora dati in appalto a privati. Il controllo della molitura svolgeva tre funzioni economico-amministrative strategiche: costituiva una fonte consistente e certa di entrata per le casse municipali; il reddito generato era la base per garantire alla Città l’accesso al credito quale pegno per accendere mutui e contrarre prestiti; le farine accumulate per diritto di macina, riscosso in natura sui grani, costituivano uno strumento essenziale di politica annonaria, utilizzato dalla municipalità per calmierare i prezzi e assicurare il pane alla popolazione torinese nei tempi di carestia. (5)

Molini Dora o Molassi nel 17esimo secolo

Il disegno mostra probabil-mente la planimetria più antica dei molini Dora, che non si discosta dalla fisiono-mia successiva. Si riconoscono sia il vasto scaricatore dello opificio, sia il canale della Pol-veriera, in origine indipen-dente da quello dei molini.

Fonte: Disegno et parere fatto dal cap. Vitozzo Vitozzi sopra l'accrescimento di Torino (particolare), s.d. [fine Cinquecento] (AST, Sezione Corte)

La prima rappresentazione cartografica dei molini di Dora risale probabilmente ad un disegno tardo cinquecentesco di Vitozzo Vitozzi; esso rispecchia l'assetto risalente all'inizio del secolo precedente, basato su due serie di ruote collocate sulle sponde opposte del canale, le quali nel 1515 risultavano salite a sette «versus civitatem» e quattro «ultra bealeriam». (6

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Il disegno risale alla prima metà del Seicento e mostra l'assetto idraulico originario dei molini in borgo Dora, alimentati da una bealera propria derivata direttamente dal fiume poco più a monte e rinforzata da una ramificazione del canale del Martinetto proveniente dalla porta Susina scorrendo al piede della fortificazione. Si noti la presenza della "affaiteria" (conceria) adiacente i molini, e per contro l'assenza della polveriera, forse perché, pur esistente,  al momento è inattiva. 

​Fonte: ASCT, CD 1977 (particolare)

14-08-2022

Lo sviluppo del complesso seguì, per forza di cose, la crescita della città e assunse rapidamente dimensioni ragguardevoli. Dalla descrizione del senatore e conte Camillo Luigi Richelmi del  maggio 1691 emerge un assetto che si avvicina a quello definitivo. A valle del ponte che all'interno del complesso scavalca la bealera, verso il fiume Dora, «si vedono ruote dodici di Mollino, sei d’esse verso la parte di Levante, e l’altre sei verso ponente, con li suoi canali et ordegni per voltare». Alle due partite di ruote originarie se ne è aggiunta una terza sullo scaricatore, ortogonale alla bealera stessa: «oltre detto Ponte et à man sinistra del medesimo nella parte superiore lateralmente all’Alveo della beallera, vi resta un edifficio in cui vi sono altre sei ruote da Mollino» alimentate dalla bealera stessa «superiormente al detto Ponte per un gran bochetto, che resta latteralmente all’Alveo di detta beallera dalla parte del detto edifficio, diviso in nove porte, sei de quali servono per dar l’acqua alli Canali che la portano per il giro delle suddette ruote e l’altre tre, quali sono di molto maggior larghezza, servono per li scaricatori ricadendo da esse l’acqua in un gran Alveo che s’introduce nel fiume Dora che discorre poco distante». Anche la pesta per la sfilacciatura della canapa è stata spostata sullo scaricatore, insieme alle ruote di nuove attività di servizio: «superiormente al detto ponte verso ponente vi resta nella fabrica latterale un bochetto d’una porta sola per cui si deriva l’acqua qual passando sotterraneamente serve per il giro delle ruote degli edifficij della pista da canapa, resiga, e fucina». Misurata, la bealera, prima del ponte, risulta larga tre trabucchi e mezzo (circa 10 metri) e l’acqua scorre a undici oncie (47 cm) dai "boscami" dello stesso. Le ruote installate risultano quindi 21, di cui 18 da grano e tre per gli altri servizi , ma al momento dell'ispezione solo 11 da grano risultano "voltanti" a causa della penuria d'acqua nel canale. Per lo stesso motivo, nei portici accanto al peso e nei vari magazzini giacciono un gran quantità di sacchi di grano in attesa di essere trasformati in farine. (6a

08-07-2022

La Carta delle Regie Cacce riporta l'organizzazione territoriale settecentesca di borgo Dora, articolata su tre nuclei: i Molassi, circondati ormai da diversi 'edifizi' protoindustriali, l'abitato, che si sviluppa lungo la strada principale diretta a nord che si biforca oltre il fiume, e, adiacente alla sua destra, la Fabbrica delle polveri che ha raggiunto dimensioni considerevoli.   

​Fonte: AST, Sez. Corte, Carte topografiche e disegni,  Carte topografiche segrete, Torino 15 A VI Rosso, f. 3, 1762 (attribuzione), particolare

A fine Settecento, dopo importanti lavori di ampliamento, i Molassi raggiungono la massima espansione, con una trentina di ruote idrauliche di vario tipo, collegate a palmenti e buratti  - ossia macine e setacci - per la produzione delle diverse farine. La ressiga” – ovvero la sega per il legname - è destinata ai servizi interni; anche la fucina da ferro, che risulta spostata all'esterno dei molini, è perlopiù funzionale alla loro manutenzione. Il nucleo produttivo di di borgo Dora si è ingrandito e comprende ora i due nuovissimi torcitoi idraulici da seta Galleani  e Pinardi, un'affaiteria e altre attività minori. 

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Figura geometrica degli Edifizi, Fabbriche, e Siti proprj dell'Ill.ma Città fuori di Porta Palazzo, nella regione denominata li Molassi. Disegno  dell'ing. Gioacchino Butturini, 20 settembre 1814, su base dell'arch. Sebastiano Riccati (1771). 

​Fonte: ASCT; CS 2661.

Nei molini più grandi e dotati di molte macine, come i Molassi, le ruote idrauliche erano organizzate in "partite", ossia in serie di unità (in genere quattro o sei) alimentate in parallelo "alle reni". Gli impianti non impiegavano mai il massimo potenziale produttivo e, di fatto, le ruote idrauliche utilizzate erano inferiori a quelle installate, sia perché l'impiego era correlato alla domanda effettiva di farina, sia perché un certo numero di ruote e di macine era fisiologicamente fermo per guasto, manutenzione o riserva. In ogni caso di rado l'acqua del canale sarebbe stata in grado di portare i molini di Dora alla massima produttività teorica. Una rilevazione dell'ingegnere Brunati condotta nel 1832 rilevò una media di poco meno di 13 ruote giornalmente attive, sulle 26 destinate alla macina dei grani. Stimato il consumo medio di Torino in 600 sacchi giornalieri di farina e in 50 sacchi la produzione di ciascuna macina in ventiquattro ore di lavoro ininterrotto, ne discendeva che per soddisfare i bisogni annonari della città fosse necessario il lavoro continuato di almeno 12 ruote. (7) A tale obiettivo furono improntate le misure straordinarie di regolazione e riduzione dei prelievi d’acqua operate sulle derivazioni a monte della Pellerina durante i periodi di siccità. In caso di emergenza il municipio poteva contare inoltre sul sussidio dei molini della Rocca ed a quelli della Madonna del Pilone. I maggiori interventi di rinnovamento vennero realizzati nel 1774, nel 1781 e nel 1865. All'apice dell'espansione gli spazi interni del complesso si suddividevano tra cortili porticati, tettoie, depositi, magazzini, laboratori, legnaie, stalle, scuderie, orti, abitazioni dei mugnai e una cappella. I forni erano ospitati nell'edificio adiacente all'ala sud.

PIANTA DEGLI EDIFICI, DELLE FABBRICHE E DEI SITI DEI MOLASSI NEL BORGO DI DORA

La planimetria, redatta dall’ing. Gioachino Butturini nel 1814, completando un precedente disegno dell'arch. Sebatiano Riccati, mostra sia l’organizzazione del complesso prima della radicale ristrutturazione avviata nel 1771, sia le opere realizzate posteriormente.

Fonte: ASCT, CS 2661 (particolari)

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Pianta de Molini Dora o Molassi

Sulla sinistra del disegno sono ben visibili le sette ruote della terza partita collocate lungo lo scaricatore, a cui si aggiunge una davanoira e, sulla sponda opposta, le tre ruote della quarta partita. A queste seguono la ruota della pesta da canapa e quella della sega da legname utilizzata per la manutenzione e le riparazioni nel complesso. Sulle due partite risultano attive undici macine da grano, o “palmenti”, una per ogni ruota idraulica attiva. Più avanti, lungo lo scaricatore, sono riportate le tre ruote dei setacci meccanici per le farine, o “buratti”, ospitati nei nuovi magazzini del grano. Le parti in marrone indicano le ristrutturazioni successive al 1799. Si noti il tracciato originario dello scaricatore generale dei molini. 

Molini Dora o Molassi - Prima e seconda partita di ruote

Questa parte del disegno mostra la prima e la seconda partita di ruote. Ognuna conta sette unità più una davanoira ed anche in questo caso a ogni ruota è associata una singolo palmento, ossia ad una coppia di macine. La tinta marrone segnala le ricostruzioni successive al 1779. Sulla destra del canale è visibile lo scaricatore sotterraneo che bypassa l’impianto e consente di fermarlo senza interrompere il flusso nel canale. Esso si è reso necessario dopo l’aggiunta delle ruote della terza e della quarta partita sullo scaricatore a cielo aperto originario.

Molini Dora o Molassi a Torino

La terza parte della pianta mostra il cortile al di sotto del canale su cui insistono gli uffici e numerosi altri servizi ospitati nel molino. Con esso confina il grande fabbricato porticato dei nuovi forni aggiunto dal governo francese. I tratti in tinta marrone sfumato indicano che il cortile oltre il nuovo ingresso dei molini è stato ricavato eliminando alcuni locali del complesso nei quali, tra gli altri, era installata la pesta per la macina delle terre da maiolica e da colori trasferita al Martinetto dopo la ristrutturazione del 1771. 

Fonte: Libro contenente copia delle lettere, ordinati, relazione dei deputati, del conto particolare e generale ed altri conti dei redditi dei molini della Città di Torino, ed edifici ad essa aggregati per il decennio dal 1770 al 1779 (ASCT, CS 2469)

La municipalità storicamente controllava una decina di mulini sparsi nel circondario torinese, ma quelli di Dora rimasero sempre di gran lunga i più importanti: essi rappresentavano ben oltre la metà del macinato annuo complessivo. Gli altri impianti avevano capacità molitorie decisamente minori e, dispesi sul territorio esterno all’abitato, servivano in primo luogo le comunità locali, per le quali i mulini di Porta Palazzo risultavano troppo distanti da raggiungere. (Vedi anche scheda: i molini di Torino)

L'attività dei molini di Dora
(media 1770-1779 in sacchi ed in percentuale)

La planimetria risale al 1818 e mostra l’insieme delle proprietà municipali attorno a cui si è sviluppato il nucleo protoindustriale di borgo Dora. Oltre ai fabbricati dei molini distribuiti su due grandi cortili e alle quattro partite di ruote, si distinguono sopra il canale il filatoio da seta già Galleani e sotto lo stesso l’ex filatoio Pinardi, la fucina da ferro e, in basso, i forni. Anche gli orti occupano ampi spazi.

Fonte: Molini ed altri edifizi propri della città nel sobborgo di Dora, 1818 (ASCT, Tipi e Disegni, 18.1.1)

Il Comune di Torino, nella seconda metà dell’Ottocento, perduti i secolari diritti di macinazione, avviò la dismissione dei suoi mulini, inclusi gli storici Molassi di Dora. Il complesso fu diviso in due lotti: il primo comprendeva 6.704 mq di fabbricati e siti, nonché meccanismi e accessori, tra cui 42 palmenti e 18 motori idraulici di diverso tipo; il secondo riguardava i 4.916 mq dei forni. La vendita non fu facile: non solo la fine del regime di monopolio ne diminuì il valore, ma soprattutto l'avvento dei moderni mulini anglo-americani a rulli li rese obsoleti. Solo nel 1883, andate deserte le aste pubbliche del 1850, 1858, 1872 e 1882, i molini furono ceduti, con trattativa privata, al sig. Alessandro Ghignone, che li acquisì sia in nome proprio, sia di una  società anonima da costituirsi per il loro futuro esercizio. La vendita fruttò alle casse municipali 580.000 lire. (8)

G.U. 4 maggio 1882 n° 106, pag. 1907 - Avviso di secondo incanto per la vendita dello Stabilimento dei molini detti di Dora o dei Molassi ed annessi locali e fabbricati dei Forni.
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Molini Dora o Molassi a Torino

Immagine ottocentesca dei molini

e dei magazzini del grano.

Ruote e palmenti dei Molini di Dora

Fonte: Capitolato per la vendita all'asta pubblica dello stabilimento dei molini detti di Dora o dei Molassi ed annessi locali

e fabbricati dei forni, 1882 (ASCT, Consorzio Bealere, Canali Diversi, Molassi, 79/008).

Ingresso dei molini Dora o Molassi Torino
Cappella di San Martino ai Molini dora o Molassi Torino

Fonte: Capitolato di vendita dei molini  del 1882 (5)

A sinistra l'ingresso dei Molini Dora, in via Priocca n° 6.  A destra la cappella di San Martino ai Molassi, dove nel 1845 don Bosco creò il suo primo oratorio. Dopo pochi mesi  fu costretto a trasferirlo altrove a causa delle proteste dei mugnai, disturbati dagli schiamazzi dei ragazzi.

la Società Anonima Molini Dora ammodernò ed ampliò gli impianti assicurandone l'esercizio per un'ottantina di anni. Essi sopravvissero alle trasformazioni urbanistiche di Porta Palazzo, ma con il secondo dopoguerra iniziò l'irreversibile declino; i vecchi ed ormai anacronistici molini, sempre più assediati e soffocati da una selva di anonime palazzine, chiusero i battenti nei primi anni Sessanta del Novecento. L’ubicazione in un'area destinata dal "Piano di Ricostruzione" a funzione residenziale precluse ogni ipotesi di ammodernamento o riconversione. Al contempo il risanamento del borgo, reso improcrastinabile dal degrado e dalla pressione dei nuovi flussi migratori, segnò la fine del canale, di cui i molini rimanevano uno degli ultimi utilizzatori. Con la convenzione stipulata nel 1960 con il Comune la Società Immobiliare Molini Dora, ultima ragione sociale della società di gestione, rinunciava agli antichi diritti di derivazione d'acqua sul canale dei Molassi in cambio di un indennizzo di 90 milioni di lire; la municipalità cedeva inoltre gli alvei delle canalizzazioni interni allo stabilimento, ottenendo per contro il sedime necessario alla completa apertura di via Pisano, prevista già dal PRG del 1908. (9)

Torino Piano Regolatore 1868 borgo Dora Molassi

I Molassi mantengono ancora la loro fisionomia, ma il Piano prevede la profonda ristrutturazione dello spazio urbano circostante. Esso tuttavia ha trovato applicazione solo parziale; ad esempio in luogo dello sbocco di via Priocca su piazza Emanuele Filiberto (ora Porta Palazzo) è stata realizzata piazza Don Albera. 

Fonte: Estratto del Piano Regolatore […], 27 dicembre 1868 e successive modificazioni (RAPU)

IL RECUPERO FUNZIONALE DEI MOLASSI

Macinando per secoli, nello stesso luogo e senza soluzione di continuità, i grani e producendo le farine per i torinesi, i molini di Dora hanno -vantato continuità di esercizio e di localizzazio-ne davvero rimarchevoli. Dopo la loro chiusura, in ottemperanza ai piani edilizi, gran parte degli edifici vennero demoliti e sostituiti da moderne ed anonime abitazioni. Tutta-via alcune parti del complesso sono soprav-vissute e rappresentano un felice esempio  di restauro conservativo e funzionale.

Ex complesso dei Molassi molini Dora Torino

Gli ex magazzini del grano dei molini Dora (gli edifici a forma di L in basso nell'immagine) sono oggi sede della Direzione delle Attività Produttive della Regione Piemonte, mentre il fabbricato della prima partita di ruote (in alto nell'immagine) ospita gli Uffici Giudiziari della Procura della Repubblica di Torino. Entrambi hanno accesso da via Andrea Pisano.                ​ ​Fonte: Google Maps

I MOLASSI RISTRUTTURATI

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NOTE
  1. Cfr. A. Settia, Fisionomia urbanistica e inserimento nel territorio (secoli XI-XIII) in: Storia di Torino vol. 1,  Dalla preistoria al Comune medievale, a cura di G. Sergi, G. Einaudi Editore, Torino, 1997, pag. 814.  Secondo Cesare Bianchi, nel suo Porta Palazzo ed il Balon. Storia e mito, Editrice Il Punto, Torino, 1986, p. 125,  il primo molino torinese sorse sulla riva destra della Dora, all'incirca allo sbocco dell'attuale c.so Vercelli, per volere del conte Ratberto, signore di Torino, nell'827, ed in seguito, attorno al Mille, il Comune ne fece costruire un secondo poco distante, sempre sulla Dora. Il Bianchi, purtroppo, non indica la fonte delle proprie ricerche, e la notizia andrebbe, forse, presa con beneficio di inventario. A. Bocco Guarneri in Il fiume di Torino. Viaggio lungo la Dora Riparia, Città di Torino, 2010, p. 97, i primi molini da grano torinesi storicamente documentati sorgevano nell'alto medioevo sulla riva destra della Dora, dalle parti dell'attuale ponte Carpanini. Per quanto concerne le tracce dei primi molini da grano torinesi, ed in generale le prime macchine idrauliche, si veda innanzitutto il ricchissimo saggio di M. T. Bonardi, Canali e macchine idrauliche nel paesaggio suburbano, in Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 1, pp. 105 ss. 

  2. Cfr. Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. I1, Appendice, soprattutto pagg. 268-273. - 2a. In origine la molitura dei grani cittadini era affidata a più impianti, almeno questo lascia pensare il riferimento ai «molandina Porte Marmorie», forse collocati sul Fossato lungo, rimasti senz'acqua nel 1353, come si evince dagli  Ordinati della Città del 1 agosto. (Cfr. Acque, ruote e mulini, cit., p. 232).    

  3. Cfr. Acque, ruote e mulini, cit., Appendice pp. 316-318.

  4. Cfr. Acque, ruote e mulini, cit., Appendice pp. 300-312.

  5. Cfr. G. Bracco, I mulini torinesi e la finanza comunale, in Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 1, pp, p. 124 ss. Cfr: anche la Mappa dei mulini di Torino.

  6. Cfr. il saggio di P. Chierici, Le strutture materiali dei mulini di Dora dal tardo medioevo alle soglie dell'Ottocento, ibidem, pp. 273 e ss. - 6a. Cfr.  ASCT; CS 2000, Atti di visita della Dora, e Testimoniali di stato delle beallere che dalla medesima si derivano sottoscritti dal Signor Conte Camillo Luiggi Richelmi, del 14 maggio 1691.

  7. AST, Camera dei Conti, Piemonte, Feudalità, articolo 766 Atti di visita e titoli riguardanti acque, bealere, mulini e canali, § 2 Titoli riguardanti le derivazioni d'acqua dalla Dora, mazzo 2, doc. del 4 marzo 1833, Relazione dell’ing. B. Brunati sulla distribuzione delle acque della Dora dal 12 agosto a tutto il dicembre 1832.

  8. ASCT, Atti Speciali, vol. 1bis, p. 384 e Atti Pubblici vol. 4, p. 23 e segg. La vendita dei molini municipali fu assai problematica. Si consideri che nella precedente asta del 1872, andata deserta, la base di partenza dei molini era stata di lire 618.000.

  9. ASCT, Atti C.C., 14 marzo 1960, § 23, Canale dei Molassi. Soc. Imm. Molini Dora. Rinunzia ad antichi diritti di derivazione d'acqua.

Progetto Bonsignore del 1802 per la facciata dei nuovi forni pubblici

Fonte: Acque, ruote e molini a Torino.

Ultimo aggiornamento della pagina 14/08/2022