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I Molini Dora o Molassi

I molini di Dora, detti i Molassi, per secoli furono i molini torinesi più importanti, i molini della città per antonomasia. Principale opificio cittadino e fulcro di un sistema idraulico strutturato innanzitutto per fornire loro forza motrice, attorno ad essi si strutturò il maggiore e più antico nucleo protoindustriale di Torino.

Fig. 1 - La prima rappresenta-zione prospettica dei molini di Dora risale al disegno della città di G. Carracha del 1572. I mulini sono la semplice costruzione all'estrema destra del disegno, lambiti dal canale che li alimenta. Si raggiungo-no dalla strada sulla destra che esce dalla porta Doranea (o Palatina), mentre quella di sinistra conduce verso il Piemonte orientale e la pianura Padana.

Fonte: G. Carracha, Agusta Taurinorum (particolare) - Bibliothèque nationale de France

Molassi di Torino (1572)

(Tutte le immagini sono ingrandibili con un click)

LE PRIME ATTESTAZIONI DI MOLINI DA GRANO

L'origine dei molini torinesi si perde nell'alto Medioevo, e d’altra parte la molitura dei cereali è stata per secoli la principale, e naturale, funzione civica e produttiva da cui dipendeva la sopravvivenza stessa dei cittadini. La prima traccia di un mulino per i cereali nell'area di Porta Palazzo risale ad un atto del 23 ottobre 1010, con cui il monastero di San Solutore, da poco fondato, «riceve in dono la metà di un mulino e di una roggia con alveo, e ripe, presso la basilica di San Secondo, confinante da un lato con la Dora dalla quale esce la roggia». Il molino è edificato su un terreno di settantacinque tavole (poco meno di 3.000 mq) di superficie; il sito non corrisponde a quello dei secoli successivi: la collocazione in prossimità di San Secondo lo pone a nord del fiume, oltre borgo Dora, e l'alimentazione attraverso una roggia, anziché una bealera, lascia supporre che l'acqua giunga da un ramo secondario del fiume stesso. Risalgono sempre all'XI secolo altre notizie di impianti alimentati da derivazioni della Dora: «nel 1116 infatti i canonici di San Benedetto concedono un aquale "ad molendinos vel valcatores faciendum" prevedendo che se ne costruissero almeno tre; alcuni nel 1047 (insieme con diritti di pesca) erano in possesso dei canonici del Duomo, e verso la fine del secolo il vescovo già vi possedeva, forse, gli stessi mulini chiamati in seguito "de Roqueta"». Il riferimento ai valcatores indica la formazione di uno spazio produttivo più articolato, che comprendeva anche macchine idrauliche diverse dai molini da grano, che peraltro restano largamente prevalenti. (1La presenza di tali macchine a Torino, ed innanzitutto di quelle per la follatura della lana (vualcatores, fullatoria, paratoria...), è confermata dalle voci degli "Introiti in denaro dei mulini di Torino": sia dalle firme paratorium (1290-1408), ossia le concessioni di appalto, sia dai fitti e canoni  (1315-1516) di molerie, baptitoria, ressie, paratoria, molendina, tinctorie e altri ingenia. (2)

I MOLINI DI DORA

Le prime tracce accertate dei «molini della Città posti e situati fuori et apresso Porta Palazzo» riconducibili ai Molassi risalgono alla metà del Trecento. La loro effettiva ubicazione nei secoli precedenti non è documentata, tuttavia la morfologia, coerente con la disponibilità di un dislivello sufficiente per sfruttare potenziale dinamico del canale, non lasciava molti gradi di libertà nella scelta del sito, conferendo agli impianti una continuità localizzativa di almeno sette secoli. E’ quindi probabile che anche in precedenza l'ubicazione non si discostasse da quella storicamente conosciuta, appena fuori la porta Principalis Dextera (porta Doranea o Palatina), in posizione strategica tra la città e la Dora, nel perimetro delimitato dalle odierne vie Priocca, Fiochetto, Pisano e da corso XI Febbraio. (3)

Le spese di gestione degli impianti idraulici signorili negli anni 1384-1409 riconducono forse alla descrizione più antica degli impianti di borgo Dora. (4) Ruote e macine risultano distribuite sui due lati della bealera che li alimenta; quattro mulini, formati ognuno da una ruota ed una coppia di macine, sono collocati in sponda destra (citra duriam) ed altri tre su quella sinistra (ultra duriam); sul lato verso la città vi sono anche due battitoi, di cui uno "nuovo". Un resoconto coevo fornisce preziose informazioni su materiali impiegati nella loro costruzione. Innanzitutto i legnami: pioppo, noce, quercia, olmo, castagno e rovere per le strutture e gli impegni più gravosi (ruote e assi), corniolo, nespolo ed olmo per denti, fusi ed altre componenti delle trasmissioni. Chiodi, caviglie e la carpenteria metallica sono per lo più in ferro. Le mole, acquistate in gran numero, provengono da Trana, Selvaggio (Giaveno), Coazze e S. Antonino. Considerando la quantità di calce, ghiaia e mattoni registrata, le muratore appaiono abbastanza limitate; le coperture sono, almeno in parte, in coppi. (5)

Inizialmente la proprietà dei molini fu divisa in quote ripartite tra i maggiorenti della città, che in seguito una accorta politica di acquisizione portò sotto il controllo ducale. Con lettere patenti della Duchessa Violante di Savoia del 21 giugno 1475 furono concessi in albergamento, ossia in  enfiteusi perpetua, alla Città di Torino, con «ressie, battitori, et altri ingegni et sue pertinenze» di borgo Dora. (6) Si trattò di una cessione motivata dalla scarsa reddittività legata alle elevate spese di manutenzione. Il Comune fu abile nell’ottenere la riconferma dei diritti di banno e di moltura, nonchè del monopolio detenuto sulle attività idrauliche cittadine. La bannalità stabiliva l’obbligo assoluto, senza eccezione per alcuno, di macinare i grani presso i mulini municipali pagando una quota in natura. La conferma dei privilegi esercitati sulle acque della Dora, del Po e dei canali derivati, già sanciti dagli antichi statuti cittadini, riconosceva alla Città la facoltà esclusiva di modificare a suo piacimento il corso delle bealere e costruirne di nuove, di erigere mulini ed edifici idraulici di qualunque tipo, nonché di dare in concessione quelli esistenti. Le Patenti del 1475, riferite agli edifici «extra Portam Palays» ed ai «molendina supra Pado», furono confermate e rinnovate da Emanuele Filiberto il 1 gennaio 1566 dopo la riconquista del ducato ed il trasferimento della capitale a Torino, nonché da numerose deliberazioni dei sovrani successivi. In questo modo la Città assumeva il monopolio esercitato sulle acque discorrenti all'interno dei propri confini; prerogativa che manterrà fino alle liberalizzazioni introdotte da Carlo Alberto.

Lettere Patenti della duchessa Violante del 21 giugno 1475

Il testo latino integrale delle Lettere Patenti di albergamento dei mulini di Torino è custodito presso l'Archivio Storico del Comune di Torino (CS 2589). Ad esso è allegata la trascrizione  e sintesi ottocentesca che segue.

"Lettere Patenti date da Moncallieri, colle quali la Duchessa Violante madre e tutrice del Duca Filiberto di Savoia, enunciando che la manutenzione dei mulini di Torino ellevandosi a gran parte del loro reddito, si era deliberato pubblicato un’albergamento perpetuo di essi, e ritenuto che la maggior offerta fu fatta dalla Città di Torino, stante che detti molini prima della Città sono stati affittati al medico ducale Giò Giacomo de Strata per fiorini 400; che in seguito la Città li ebbe in affitto per fiorini 600 e che successivamente ne pago 980; e che ultimamente furono sensati al signor Claudio De Sortu per fiorini mille cinquanta, qual fitto fu dalla Città aumentato a fiorini 1075, riconoscendo ciò utile per il patrimonio ducale, a in nome del Duca suo figliolo, e dè suoi eredi e successori concesso alla Città di Torino l’albergamento perpetuo dei molini, ressie, battitoi, ed altri ingegni esistente fuori di Porta Palazzo mediante paghi l’introggio di quattro cento fiorini, ed altri cinquanta cinque fiorini a due povere donne che indicherà, e corrisponda l’annualità di mille cento fiorini. Ordinando che tutti debbano a detti molini pagare la moltura; che nessuno possa costrurre molini od altri ingegni nella Città e territorio di Torino; che la Città possa cambiare le bealere dei molini, stabilire altri molini, o altri ingegni tanto per terra quanto sul Po o sulla Dora a suo piacimento".

La cessione in forma di albergamento prevedeva quindi l'esborso da parte della Città di millecento fiorini da pagarsi ogni anno perpetuamente, la metà dei quali da pagarsi alle feste di Pasqua, e l'altra metà «al San Michele».

​Fonte: ASCT, CS 2212 cart. 129, Volumetto in cui sono descritte le sovrane concessioni... pag. 25 e G. Bracco, I mulini torinesi e la finanza comunale, in Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 2, pp. 124

Tali privilegi assicurarono un buon ritorno economico alla gestione dei molini, condotti ora in economia dalla Città (ossia gestiti direttamente), ora dati in appalto a privati. Il controllo della molitura svolgeva tre funzioni economico-amministrative strategiche: costituiva una fonte consistente e certa di entrata per le casse municipali; il reddito generato era la base per garantire alla Città l’accesso al credito quale pegno per accendere mutui e contrarre prestiti; le farine accumulate per diritto di macina, riscosso in natura sui grani, costituivano uno strumento essenziale di politica annonaria, utilizzato dalla municipalità per calmierare i prezzi e assicurare il pane alla popolazione torinese nei tempi di carestia. (7)

Molini Dora o Molassi nel 17esimo secolo

Fig. 2 - Il disegno mostra pro-babilmente la planimetria più antica dei molini Dora. Si rico-noscono sia il vasto e irrego-lare scaricatore, sia il canale, in origine indipendente da quello dei molini, che serviva alcuni opifici e in seguito la Polveriera .

Fonte: Disegno et parere fatto dal cap. Vitozzo Vitozzi sopra l'accrescimento di Torino (particolare), s.d. [fine Cinquecento] (AST, Sezione Corte)

IL CINQUECENTO E IL SEICENTO

La prima rappresentazione cartografica dei molini di Dora risale probabilmente ad un disegno tardo cinquecentesco di Vitozzo Vitozzi. Essa rispecchia probabilmente l'assetto risalente all'inizio del secolo precedente, basato su due partite di ruote (8) collocate sulle sponde opposte del canale, che nel 1515 esse risultavano essere sette «versus civitatem» e quattro «ultra bealeriam». (9)

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Fig. 3 - Il disegno, anonimo, risale alla prima metà del Seicento e mostra il canale che in origine alimentava i molini di porta Palazzo, dotato di una presa propria presa collocata sul fiume poco più a monte e rinforzato dal ramo del canale del Martinetto che, scorrendo al piede della fortificazione, scendeva dalla porta Susina. Si notino la presenza della "affaiteria" (conceria) adiacente i molini e, per contro, l'assenza della polveriera, forse perché, pur già esistente,  al momento era inattiva.                                                                                          ​Fonte: ASCT, CS 1977 (particolare)

14-08-2022

Lo sviluppo di molini segue la crescita di Torino e assume rapidamente dimensioni ragguardevoli. Nei consegnamenti del 1676 la Città dichiara «di possedere in albergamento, ed enfiteusi perpetuo del predetto dominio di S.A.R. le case e Molini, posti e situati fuori le Muraglie della presente Città, poco discosto da Porta Palazzo della detta Città, di Ruote quattordici giranti da grano con suoi ordegni, ed ingegni, la Resiga, il Battitore, la pista da Oglio, e Canepa, il Martinetto da ferro con ogni altri Ingegni, spettanti, dipendenti, ed appartenenti ad Edificij ingegni, e Molini, con la Bealera, ed alveo d’essa, qual principia, ed ha suo origine dal Fiume Dora con ogni, e qualunque ragione d’acqua, discorsi d’acqua, Rippe, Rippaggj con sue fiche, che traversano tutta la Dora e la fica chiamata del Boschetto, con le Case attigue alla Pista, e sito ove si giuoca all’archibuggio, ed altre ragioni appartenenti e dipendenti da esse, e Molini sudetti». Al contempo si ribadiscono il diritto di banno, vera chiave di volta del rendimento dei molini, e il monopolio esercitato su acque ed edifici idraulici, con «la facoltà amplissima di proibire a qualsivoglia persona, tanto Ecclesiastica, che secolare, niuno eccettuato, d’edifficare, meno costruere Molini, ed ingegni sovra il finaggio, e territorio di Torino, meno andar molere, ne servirsi d’altri Molini, ed ingegni, che delli sovranominati, con facoltà alla Città di construere, ed edificare altri Molini, ed ingegni, tanto sovra la terra ferma, che altrove, e di servirsi della medesima Bealera, ed acqua, quanto sovra il fiume sudetto di Dora, e fiume Po, durante il finaggio, e territorio di Torino, e come meglio sarà di volere della medesima Città, e questi in albergamento, e sotto il Cannone annuo perpetuo di mille cento da pagarli in data delli venti nove di Novembre mille cinquecento settantasei». (10

08-11-2022

La relazione del senatore e conte Camillo Luigi Richelmi del maggio 1691 rileva ulteriori sviluppi. All'interno dei molini, a valle del ponte che scavalca la bealera, «si vedono ruote dodici di Mollino, sei d’esse verso la parte di Levante, e l’altre sei verso Ponente, con li suoi canali et ordegni per voltare». Alle due partite di ruote originarie se ne è aggiunta una terza, presumibilmente attorno al 1680, collocata sullo scaricatore e quindi ortogonale ad esse; infatti: «oltre detto Ponte et à man sinistra del medesimo nella parte superiore lateralmente all’Alveo della beallera, vi resta un edifficio in cui vi sono altre sei ruote da Mollino». Lo scaricatore conserva la propria funzione, poichè  «superiormente al detto Ponte per un gran bochetto, che resta latteralmente all’Alveo di detta beallera dalla parte del detto edifficio, diviso in nove porte, sei de quali servono per dar l’acqua alli Canali che la portano per il giro delle suddette ruote e l’altre tre, quali sono di molto maggior larghezza, servono per li scaricatori ricadendo da esse l’acqua in un gran Alveo che s’introduce nel fiume Dora che discorre poco distante». Le officine delle altre macchine paiono contigue l'edificio della prima partita e affacciate su un canale proprio, in quanto «superiormente al detto ponte verso ponente vi resta nella fabrica latterale un bochetto d’una porta sola per cui si deriva l’acqua qual passando sotterraneamente serve per il giro delle ruote degli edifficij della pista da canapa, resiga, e fucina». La bealera, prima del ponte, è larga tre trabucchi e mezzo (circa 10 metri) e l’acqua scorre a undici oncie (47 cm) dai "boscami" del ponte stesso. Le ruote installate risultano quindi 21, di cui 18 da grano, ma durante l'ispezione solo 11 da grano risultano "voltanti" a causa della penuria d'acqua, mentre sotto i portici del peso e nei magazzini un grande quantità di sacchi di grano attende di essere trasformata in farina. (11

08-07-2022

Fig. 4 - La planimetria, anoni-ma e senza data, sembra pro-gettare, più che descrivere, la edificazione della terza partita di ruote dei molini. Lo scarica-tore conserva ancora la carat-teristica forma irregolare, e le funzioni accessorie (la 'resiga de boscami' e la pesta da cana-pa) sono ubicate dopo  le ruote della prima partita. Lo stoc-caggio dei sacchi di grano e di farina avviene sotto i porticati del secondo cortile. 

Fonte: ASCT, CS 2632/5

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IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO

L’ampliamento e l’ammodernamento dei molini è avvenuto senza soluzione di continuità temporale procedendo perlopiù per interventi parziali e addizioni, e solo alla fine del XVIII secolo sono stati modellati secondo una visione unitaria e razionale. Tale trasformazione si è concretizzata negli ultimi tre decenni del secolo, peraltro con significative varianti in corso d’opera, giovandosi soprattutto dei progetti degli architetti Sebastiano Riccati e Francesco Dellala di Beinasco. I principali interventi, desunti dal confronto tra le figure 4 e 5 e ben sintetizzati da quest’ultima, possono essere così riassunti: 1) le canalizzazioni interne sono state riformate e  regolarizzate; 2) il ramo scaricatore originario è stato destinato esclusivamente a fini produttivi, e in fronte alle ruote della terza partita, quindi sulla sponda esterna, sono state aggiunte le tre della quarta partita e sono state trasferite la pista da canapa e la sega idraulica, mentre il condotto che le alimentava è stato coperto e rifunzionalizzato al bypass generale dell’impianto; 3) il fabbricato della seconda partita è stato ricostruito; 4) è stato innalzato l'edificio dei nuovi magazzini e della partita dei buratti idraulici per la setacciatura meccanica delle farine; 5) all'immagazzinamento delle merci è stato riservato il piano superiore dei fabbricati, salvo gli spazi destinati alle abitazioni dei mugnai e alle funzioni di servizio, modificando un progetto del Dellala che destinava allo stoccaggio un nuovo grande edificio da costruirsi a nordest del complesso. (12

Vi operano quindi ben trentadue ruote idrauliche, (13) le ventisette per la macinazione dei cereali sono organizzate in quattro ‘partite’, ossia unità produttive formate da una serie di ruote raggruppate nello stesso fabbricato, ad ognuna delle quali collegata ad un ‘palmento’, cioè a una coppia di macine in pietra. Le prime tre partite sono composte, ognuna, da sette ruote parallele alimentate ‘alle reni’ più una ‘davanoira’, mentre la quarta ne ha solo tre. Ciascuna partita è affidata ad un mugnaio che alloggia, in genere, al piano sopra le macine. Alle precedenti, si aggiungono le tre ruote dei buratti e quelle della sega idraulica e della pesta da canapa. Per evitare contestazioni sulla qualità della moltura, le partite sono specializzate nella lavorazione dei diversi cereali: presumibilmente dalle prime due, e forse dalla terza, si ottengono le farine bianche di frumento, le più pregiate, mentre le restanti sono riservate ai succedanei quali la farina di meliga e il barbariato. In epoca napoleonica, con l'edificazione della grande ala dei forni del pane, i Molassi raggiungono la massima espansione; la fig. 5 ne mostra i molti spazi interni suddivisi tra cortili, porticati, tettoie, depositi, magazzini, laboratori, legnaie, stalle, scuderie, orti e abitazioni. 

Edifici, fabbriche e siti in borgo Dora tra '700 e  '800.

La "Figura geometrica degli Edifizi, Fabbriche, e Siti proprj dell'Ill.ma Città fuori di Porta Palazzo, nella regione denominata li Molassi" della Città di Torino. Redatta dall'ing. Gioacchino Butturini e datata 20 settembre 1814, sintetizza documenti precedenti, in particolare dell'arch. Sebastiano Riccati, e consente la comparazione con l'assetto dell'anno 1771. Le linee in tinta rosso chiara definiscono le demolizioni della seconda metà del 700, quelle in marrone le nuove costruzioni e quelle in rosso scuro quanto si è conservato.

Fonte: ASCT, CS 2661

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Fig. 5 - Attorno ai molini si sviluppa un'area produttiva articolata, in cui si riconoscono: la nuova fucina da ferro dei molini (1), il casamento dove i f.lli Calcagno di di li poco trasferiranno la loro conceria (2), i filatori idraulici da seta della Città Pinardi (3) e Galleani (4), la tripperia già Bardelli ed ora di Domenico Rabi (5), la tripperia di Ignazio Ceppi (6), una tintoria (7), una seconda tripperia del Rabi (8), le camere 'ad uso dei corriadori' e di 'pelleteria' (9), il cortile su cui si affacciano le molte stalle dei macellai (10), la conceria da corami di Matteo Grande con annessi l'orto (11) e la macina per la depurazione dell'oro e dell'argento (12), la 'camera delle fontane tenuta dalla lavandara affittavola' (13) con le  vicine sorgenti, due coperte e due scoperte (14) e in fronte il prato per lo 'stendaggio per la bugada' (15), la 'fabbrica per la fondita delle campane' degli eredi Mariano (16).  L'antico tiro a segno, o 'giuoco  dell'Archibuggio', con la muraglia dei bersagli, l'osteria e varie pertinenze, all'inizio dell'800 è forse in disuso, poiché la parte evidenziata in giallo e segnata con la lettera B è stata acquistata e rifabbricata ad uso proprio da Ignazio Ceppi . L'intera area è servita da un reticolo di viali, strade e vicoli, oltre i quali si estende la campagna.

Fonte: ASCT; CS 2661

I Molassi

Pianta de Molini Dora o Molassi

Fig. 5a - Il vecchio scaricatore dei molini, il cui tracciato è ancora riconoscibile nel disegno, risulta rimodellato e completamente adibito a funzioni produttive. In sponda destra sono collocate le sette ruote e la davanoira della terza partita (n° 47) e su quella opposta le tre ruote della quarta partita (n°49) seguite da quelle della pesta da canapa (n°56) e della ’resiga per li boscami’ (n°57); Il loro edificio possiede un ingresso autonomo (n° 55). Sopra i locali delle macine (n°45 e n°52) si trovano le abitazioni de ‘molinari’, e nella terza partita anche un magazzino per le farineLa segheria dispone di un deposito del legname parzialmente coperto da tettoie (n°58 e n°59); sopra l'officina è stato ricavato l’alloggio del ‘mastro da bosco’. I molini dispongono di due orti: il più piccolo, in alto a sinistra nel disegno (n°61), si  raggiunge dalla strada con  un passaggio diretto (n°60) ed è affittato a un privato; quello più grande (n°38) è assegnato al ‘Guardamagazzeno’ e le dimensioni suggeriscono il rango dell'incarico. Il nuovo fabbricato a L disegnato in marrone è destinato all'immagazzinamento di grani e farine, e ai buratti’ per la setacciatura meccanica del macinato azionati da tre grandi ruote idrauliche. I portici ‘per la riposizione delle bisache’ (n°43) si affacciano sull'ampio cortile che ha sostituito le tettoie e varie pertinenze preesistenti, nel disegno evidenziate in tinta rosso chiara. I rifacimenti hanno riguardato anche l’edificio della seconda partita di ruote (n°35), l’alloggio del ‘molinaro’ (n°36) e la scuderia adiacente con sopra il fienile (n°37). I tre forni, disegnati in nero,  costituisco una sperimentazione che anticipa il grande complesso di inizio dell'Ottocento.         

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Molini Dora o Molassi - Prima e seconda partita di ruote

Fig. 5b - La prima partita di ruote (n° 32) e la seconda (n° 34) sono composte anch'esse da sette unità e una davanoira, ognuna associata ad un palmento. Il canale che in precedenza alimentava la pesta da canapa e la sega idraulica (n° 22) è stato coperto e adibito allo scarico generale dell'impianto, in sostituzione di quello originario; le paratoie di manovra si raggiungono attraverso un piccolo ponte (n° 54).

Molini Dora o Molassi a Torino

Fig. 5c - L'ingresso principale (n° 12) si trova nell'ala orientale dei mulini, e dà accesso al grande cortile (n° 13) 'con pozzo d'acqua' su cui si affacciano le funzioni direzionali e commerciali. A sinistra vi sono l'ufficio del direttore, la segreteria, la tesoreria e l'area vendite (n° 14) e sul fondo del fabbricato i portici per la 'pesa della moltura' (n° 15) e una piccola legnaia con sopra lo 'scaldatorio per li pesatori' (n° 18). Una portineria controlla il passaggio (n° 16) proveniente dal nuovo cortile che si apre sulla sinistra ottenuto abbattendo le botteghe di un 'mastro da bosco' e di un tintore e gli alloggi affittati agli operai del vicino filatoio (n° 11; ad esso si accede attraverso la 'porta d'entrata' che si affaccia a mezzogiorno. Alla destra del portone principale si trovano la cappella dedicata a San Martino (n° 30) e i locali della direzione, con sopra l'alloggio del Guardamagazzeno (n° 29). A destra del cortile si aprono gli spazi commerciali, con la bottega della semola (n° 27) quella del 'mastro da bosco' (n° 26) e il 'portico per la riposizione delle bisache' della prima partita (n° 25), il piano superiore funge da magazzino; in fronte ad esse la ristrutturazione ha aggiunto un portico con terrazzo. I forni a oriente dei molini sono stati aggiunti nei primi anni dell'Ottocento. Dei 36 previsti ne sono stati realizzati solo 19, e in tal numero rimarranno. Il complesso è circondato su tre lati da un grande porticato interrotto solo da un fabbricato di servizio, provvisoriamente sostituito da un orto, come pure parte dello spazio dei forni. Nell'ala nord, verso il canale, è stato eliminato un 'caso da terra', mentre e il laboratorio per li boscami' (n° 64) è stato trasferiti nei molini, e vi trovano ora posto l'orto dell'assistente dei mulini, una scuderia e 'l'antica fontana detta di Santa Barbara' con pompa. (n° 65)

I mulini raramente raggiungevano il potenziale produttivo massimo, e quindi le ruote idrauliche attive erano di norma inferiori a quelle installate, sia perché l'impiego era correlato alla domanda effettiva di farina, sia perché un certo numero unità era fisiologicamente fermo per guasto, manutenzione o riserva. In ogni caso, di rado l'acqua del canale sarebbe stata capace di portare l’impianto alla massima produttività teorica. Una rilevazione dell'ing. Brunati del 1832 rilevava una media giornaliera di circa 13 ruote attive su 26, un numero di poco superiore al minimo necessario. Stimato, infatti, il consumo medio dei torinesi pari 600 sacchi al giorno di farina, e in 50 sacchi la produzione di ciascuna palmento in ventiquattro ore di lavoro ininterrotto, per soddisfare i bisogni annonari della città era indispensabile il lavoro continuativo giornaliero di almeno 12 ruote idrauliche. (14) Fin dai tempi più remoti furono improntate a tale obiettivo le misure straordinarie di regolazione e riduzione dei prelievi d’acqua a monte della Pellerina adottate durante i periodi di siccità, peraltro con risultati alterni. In caso di emergenza il municipio poteva contare anche sul sussidio dei molini natanti di Cavoretto, della Rocca, e della Madonna del Pilone, e nei casi estremi autorizzare temporaneamente la macinazione al di fuori dei confini comunali.

La produzione dei molini di Dora nel 700.


(media 1770-1779 in sacchi ed in percentuale)

Fonte: Volume contenente copia delle lettere, ordinati, relazione dei deputati, del conto particolare e generale ed altri conti dei redditi dei molini della Città di Torino, ed edifici ad essa aggregati per il decennio dal 1770 al 1779 (ASCT, CS 2469).

La municipalità storicamente possedeva una decina di mulini sparsi nel circondario torinese, ma quelli di Dora rimasero sempre di gran lunga i più importanti, rappresentando da soli ben oltre la metà del macinato annuo complessivo. Gli altri impianti avevano capacità molitoria decisamente minore e servivano in primo luogo le comunità locali, per le quali porta Palazzo risultava troppo distante da raggiungere, o fungevano da riserva quando l'acqua della Dora scarseggiava. (Vedi anche scheda: i molini di Torino)

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Fig. 6 - Nonostante le riforme urbanistiche abbiano eliminato quasi completamente gli antichi opifici di Porta Palazzo, è tuttavia possibile sovrapporre la planimetria primo ottocentesca del Butturini (fig. 5) alle odierne fotografie aeree zenitali.​

LA CESSIONE DEI MOLINI

Il Comune di Torino, nella seconda metà dell’Ottocento, decaduti i secolari diritti di monopolio, avviò la dismissione dei suoi mulini, inclusi gli storici Molassi di Dora. Il complesso fu diviso in due lotti: il primo comprendeva 6.704 mq di fabbricati e siti, nonché meccanismi e accessori, tra cui 42 palmenti e 18 motori idraulici di diverso tipo; il secondo riguardava i 4.916 mq dei forni. La vendita non fu facile, perché la fine del regime di monopolio ne ridusse il valore e l'avvento dei moderni mulini angloamericani a rulli li rese improvvisamente ed irrimediabilmente obsoleti. Solo nel 1883, andate deserte le aste pubbliche del 1850, 1858, 1872 e 1882, i molini furono ceduti, con trattativa privata, al sig. Alessandro Ghignone, che li acquisì in nome proprio e di una  società anonima da costituirsi per l'esercizio. La vendita fruttò alle casse municipali 580.000 lire. (15)

G.U. 4 maggio 1882 n° 106, pag. 1907 - Avviso di secondo incanto per la vendita dello Stabilimento dei molini detti di Dora o dei Molassi ed annessi locali e fabbricati dei Forni.
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Molini Dora o Molassi a Torino

Fig. 7 - Immagine otto-novecentesca dei molini. Il fabbricato della terza partita è stato ricostruito su cinque piani per ospitare i nuovi impianti a sviluppo verticale.

Ruote e palmenti dei Molini di Dora

Fonte: Capitolato per la vendita all'asta pubblica dello stabilimento dei molini detti di Dora o dei Molassi ed annessi locali

e fabbricati dei forni, 1882 (ASCT, Consorzio Bealere, Canali Diversi, Molassi, 79/008).

Ingresso dei molini Dora o Molassi Torino
Cappella di San Martino ai Molini dora o Molassi Torino

Fonte: Capitolato di vendita dei molini  del 1882 (5)

Fig. 8 - A sinistra l'ingresso ottocentesco dei Molini Dora, in via Priocca n° 6.  A destra la cappella di San Martino ai Molassi, ricostruita con affaccio anch'essa su via Priocca. Qui nel 1845 don Bosco creò il suo primo oratorio, ma pochi mesi dopo fu costretto a trasferirlo altrove a causa delle proteste dei mugnai.

Nel tardo 800, con l'esercizio  della Società Anonima Molini Dora, l'impianto subì radicali trasformazioni, sotto il profilo sia della forza motrice, adottando più potenti turbine, sia dell'organizzazione produttiva, con la lavorazione delle farine a ciclo verticale, detta 'all'americana'. A tal fine, nel 1886, la manica della terza partita venne ricostruita su cinque piani fuori terra, modificando sensibilmente la fisionomi generale del complesso. La gestione privata assicurò il funzionamento dei molini per un'altra ottantina di anni. Essi sopravvissero a varie trasformazioni urbanistiche dell'area, ma nel secondo dopoguerra iniziò l'irreversibile declino; i vecchi ed ormai anacronistici Molassi, ormai assediati e soffocati da una selva di anonime palazzine, chiusero i battenti nei primi anni Sessanta del Novecento. L’ubicazione in un settore destinato dal "Piano di Ricostruzione" a funzione residenziale precluse ogni ipotesi di ammodernamento o riconversione. Al contempo il risanamento del borgo, reso improcrastinabile dal degrado e dalla pressione dei nuovi flussi migratori, segnò la fine del canale, di cui i molini rimanevano uno degli ultimi utilizzatori. Con la convenzione stipulata nel 1960 con il Comune la Società Immobiliare Molini Dora, ultima ragione sociale della società di gestione, rinunciava agli antichi diritti di derivazione d'acqua sul canale dei Molassi in cambio di un indennizzo di 90 milioni di lire; la municipalità cedeva inoltre gli alvei delle canalizzazioni interni allo stabilimento, ottenendo per contro il sedime necessario alla completa apertura di via Pisano, prevista già dal PRG del 1908. (16)

Torino Piano Regolatore 1868 borgo Dora Molassi

Fig. 9 - I Molassi mantengono ancora la loro fisionomia, ma il Piano prevede la profonda ristrutturazione dello spazio urbano circostante. Esso tuttavia ha trovato applicazione solo parziale; ad esempio in luogo dello sbocco di via Priocca su piazza Emanuele Filiberto (ora Porta Palazzo) è stata realizzata piazza Don Albera. 

Fonte: Estratto del Piano Regolatore […], 27 dicembre 1868 e successive modificazioni (RAPU)

IL RECUPERO FUNZIONALE DEI MOLASSI

I molini di Dora hanno macinato per almeno sette secoli - nello stesso luogo e senza soluzione di continuità - i grani e prodotto le farine per i torinesi, vantando così una continuità di esercizio e di localizzazione davvero rimarchevole. Dopo la chiusura, in ottemperanza ai piani edilizi, gran parte degli edifici hanno lasciato il posto a moderni e anonimi palazzi. Tuttavia alcune parti sono state conservate e costituiscono un felice esempio  di restauro funzionale.

Ex complesso dei Molassi molini Dora Torino

Fig. 10 - Nell'ala occidentale dei Molassi, che ospitava i magazzini del grano ed i buratti, (in basso nell'immagine) oggi è ubicata la Direzione delle Attività Produttive della Regione Piemonte; mentre il fabbricato della prima partita di ruote, in alto nell'immagine,  è la sede degli Uffici Giudiziari della Procura della Repubblica di Torino. La ristrutturazione del casamento della terza partita, integralmente riedificato su cinque piani alla fine dell'800, e di scarso interesse architettonico, ha invece cancellato del tutto le linee originali. Oggi si accede a ciò che resta dei Molassi da corso XI febbraio e via Andrea Pisano.                ​                                                                                                                                                                                                ​Fonte: Google Maps

I MOLASSI RISTRUTTURATI

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NOTE
  1. Cfr. A. Settia, Fisionomia urbanistica e inserimento nel territorio (secoli XI-XIII) in: Storia di Torino vol. 1,  Dalla preistoria al Comune medievale, a cura di G. Sergi, G. Einaudi Editore, Torino, 1997, pag. 814.  Secondo Cesare Bianchi, nel suo Porta Palazzo ed il Balon. Storia e mito, Editrice Il Punto, Torino, 1986, p. 125,  il primo molino torinese sorse sulla riva destra della Dora, all'incirca allo sbocco dell'attuale c.so Vercelli, per volere del conte Ratberto, signore di Torino, nell'827, ed in seguito, attorno al Mille, il Comune ne fece costruire un secondo poco distante, sempre sulla Dora. Il Bianchi, purtroppo, non indica la fonte delle proprie ricerche, e la notizia andrebbe, forse, presa con beneficio di inventario. A. Bocco Guarneri in Il fiume di Torino. Viaggio lungo la Dora Riparia, Città di Torino, 2010, p. 97, i primi molini da grano torinesi storicamente documentati sorgevano nell'alto medioevo sulla riva destra della Dora, dalle parti dell'attuale ponte Carpanini. Per quanto concerne le tracce dei primi molini da grano torinesi, ed in generale le prime macchine idrauliche, si veda innanzitutto il ricchissimo saggio di M. T. Bonardi, Canali e macchine idrauliche nel paesaggio suburbano, in Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 1, pp. 105 ss. 

  2. Cfr. Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. I1, Appendice, soprattutto pagg. 268-273.

  3. In origine la molitura dei grani cittadini era probabilmente meno centralizzata ed affidata a più di un impianto, come lascia pensare il riferimento ai «molandina Porte Marmorie», forse collocati sul Fossato lungo, rimasti senz'acqua nel 1353, come si evince dagli  Ordinati della Città del 1 agosto di quell'anno. (Cfr. Acque, ruote e mulini, cit., p. 232).    

  4. Cfr. Acque, ruote e mulini, cit., Appendice pp. 316-318.

  5. Cfr. Acque, ruote e mulini, cit., Appendice pp. 300-312.

  6. Gli altri 'ingegni', diversi dai molini da grano, ossia ressie, battitoi e molere, erano collocati a monte dei molini, nell'area che ospiterà in seguito prima la Polveriera e poi l'Arsenale, ed erano mossi da una bealera propria, probabilmente derivata, però, da quella dei molini. Cfr. La polveriera di borgo Dora.

  7. Cfr. G. Bracco, I mulini torinesi e la finanza comunale, in Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 1, pp, p. 124 ss. Cfr: anche la Mappa dei mulini di Torino.

  8. Il termine partita indica una serie di ruote idrauliche parallele collegate ad uno o più palmenti, ossia una coppia di macine, ospitati nello stesso edificio e curati da un proprio mugnaio. Si veda meglio più avanti.

  9. Cfr. il saggio di P. Chierici, Le strutture materiali dei mulini di Dora dal tardo medioevo alle soglie dell'Ottocento, ibidem, pp. 273 e ss.

  10. Cfr.  ASCT, Ordinati 22 ottobre 1676 e CS 1172.

  11. Cfr.  ASCT; CS 2000, Atti di visita della Dora, e Testimoniali di stato delle beallere che dalla medesima si derivano sottoscritti dal Signor Conte Camillo Luiggi Richelmi, del 14 maggio 1691.

  12. Cfr. ASCT, CS 2632/1.

  13. Tale numero è ricavato dalla planimetria del Butturini, ma altre fonti coeve riportano numeri leggermente differenti; ad esempio secondo una planimetria del 1818 (ASCT, TD 18. 1. 1) risultano eliminate le tre ruote a davanoira e paiono particolarmente soggette a variazione le ruote degli opifici minori di servizio (pesta da canapa, 'ressia'...).

  14. AST, Camera dei Conti, Piemonte, Feudalità, articolo 766 Atti di visita e titoli riguardanti acque, bealere, mulini e canali, § 2 Titoli riguardanti le derivazioni d'acqua dalla Dora, mazzo 2, doc. del 4 marzo 1833, Relazione dell’ing. B. Brunati sulla distribuzione delle acque della Dora dal 12 agosto a tutto il dicembre 1832.

  15. ASCT, Atti Speciali, vol. 1bis, p. 384 e Atti Pubblici vol. 4, p. 23 e segg. La vendita dei molini municipali fu assai problematica. Si consideri che nella precedente asta del 1872, andata deserta, la base di partenza dei molini era stata di lire 618.000.

  16. ASCT, Atti C.C., 14 marzo 1960, § 23, Canale dei Molassi. Soc. Imm. Molini Dora. Rinunzia ad antichi diritti di derivazione d'acqua.

Progetto Bonsignore del 1802 per la facciata dei nuovi forni pubblici

Fonte: Acque, ruote e molini a Torino.

Per ulteriori approfondimenti si rimanda al volume 'Acque, ruote e mulini a Torino', citato nella bibliografia, ed in particolare al saggio di Patrizia Chierici, ' Le strutture materiali dei mulini di Dora dal tardo medioevo alle soglie dell'800', a cui anche questa pagina si ispira.

Ultimo aggiornamento della pagina 23/11/2022