Il Canale del Martinetto

Il Canale del Martinetto

Dal Martinetto alla Fucina delle canne di Valdocco

Il canale della Pellerina giunto al Martinetto (1) si divideva in due rami. Il canale di Torino proseguiva verso porta Susina e la città attraverso il territorio di San Donato, mentre il canale del Martinetto voltava bruscamente a sinistra scendendo verso la Dora e la Fabbrica d'armi di Valdocco, detta Fucina delle canne da fucile. (2)

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STORIA

A partire dal XVI-XVII secolo prese il nome di canale del Martinetto la derivazione che convogliava verso la porta Segusina le acque della Dora prelevate alla traversa della Pellerina. Esso traeva il nome da un molino lungo le sue sponde, detto "del Martinetto" poiché ricavato da un antico opificio idraulico quattrocentesco. (3) All’inizio del XVIII secolo la sorte dell’impianto venne segnata dai lavori del “terzo ampliamento” urbano e dal potenziamento delle difese cittadine dovute alla minaccia francese. Privato per buona parte dell’acqua a causa della deviazione della bealera che lo alimentava e troppo vicino alle nuove fortificazioni, esso andò perduto nelle vicende dell’assedio del 1706. Già nel 1707 tuttavia il molino venne ricostruito, mantenendo l’antico nome, a circa un miglio dalla porta occidentale. All’inizio dell’Ottocento un secondo molino fu ricavato dalla trasformazione di un precedente edificio idraulico e da quel momento l’impianto originario divenne il "molino superiore" del Martinetto e l’altro il “molino inferiore".

Molini del Martinetto Torino

 I molini del Martinetto nel primo Ottocento.

A sinistra il molino superiore (lettera A) sulla destra quello inferiore (lettere E-F) affiancato dal filatoio da seta .

Fonte: ASCT, Tipi e Disegni 18.1.2

Il mulino settecentesco sfruttava un notevole salto orografico ed in origine era alimentato da una breve bealera derivata dal canale principale, detta appunto "del molino del Martinetto", che confluiva nella Dora dopo poche centinaia di metri. Nel 1728-29 "la Città fece formare con grave spesa la nuova bealera denominata Meana, ad effetto di così poter condurre dai predetti Molini del Martinetto sino a quelli di Dora tutta unita l’acqua di già estratta da esso fiume con la ficca Pelerina, ed inserviente pure a regi Edifizi, ad essi molini tramedianti”. (4)

 

Su progetto dell’architetto Ignazio Bertola la bealera al servizio del molino fu quindi prolungata di circa 800 metri e congiunta al canale della Polveriera nei pressi dell'ansa disegnata dalla Dora detta "del Birago di Vische", oggi all’incrocio di corso Umbria e via Treviso. I lavori permisero così di utilizzare ancora l’acqua in precedenza dispersa nella Dora. L'unione dei due canali determinò la nascita della maggiore derivazione cittadina che, senza soluzione di continuità, conduceva l’acqua della Pellerina in borgo Dora e in seguito al Regio Parco, il cosiddetto “Gran canale”. Il nuovo tratto in un primo tempo fu detto bealera, o canale, Meana in onore al Mastro di Ragione del tempo, il marchese Rippa Buschetto di Giaglione e Meana, ed in seguito assunse progressivamente il nome di “canale del Martinetto”. (5)

Area protoindustriale del Martinetto Torino

La carta mostra l'assetto tardo settecentesco dell’area del Martinetto, seppure con un'evidente distorsione. Si notino la Fucina delle canne da fucile, alcuni opifici protoindustriali e il solo molino del Martinetto superiore. È riportato ancora lo scaricatore corrispondente alla bealera del molino del Martinetto primitiva ed antecedente l'allacciamento al canale della Poveriera.

Fonte: Amedeo Grossi, Carta corografica dimostrativa del territorio della Città di Torino, 1791, particolare

(BNF - Gallica)

 

TRACCIATO

Il canale del Martinetto era lungo circa 1.450 metri e scorreva con modesta pendenza incassato rispetto al piano stradale.

Inizialmente esso nasceva da un partitore collocato all’interno del molino superiore, che distribuiva le acque provenienti dalla Pellerina tra il canale di Torino e quello del Martinetto. Uno scaricatore a monte permetteva di bypassare le ruote del molino e completava le opere di derivazione del canale. Sul finire dell'Ottocento il partitore fu arretrato all'esterno del molino, sul sedime dell'odierno corso Tassoni, e ricostruito in modo da consentire la ripartizione automatica, “a sfioramento”, dell’acqua tra i due canali. (6) Il canale del Martinetto era di gran lunga il principale e assorbiva il 75-80% dell'acqua immessa nel partitore. La sua portata oscillava attorno ai 4-5.000 l d’acqua al secondo, ma rimaneva comunque soggetta alla forte variabilità del corso torrentizio della Dora.

Il canale del Martinetto nasceva da un partitore interno al molino superiore impegnando la parte preponderante delle acque del canale della Pellerina. L’acqua cadeva subito sulle sette ruote idrauliche del molino controllate dalle paratoie mobili della balconera di ingresso. All’interno del molino locali e ruote della pista si trovavano alla sinistra del canale, mentre quelli delle macine da grano si trovavano sulla destra. Sulla destra del disegno è visibile l’imbocco del canale di Torino.

Fonte: ASCT, Tipi e Disegni, 12.1.51.

Balconeras di ingress del canale del Martinetto Torino

Dopo il molino superiore il canale forniva forza motrice a un gruppo di opifici di origine settecentesca. Mantenendosi parallelo alla Dora, esso seguiva poi il sedime delle future vie Sondrio, Fagnano, Treviso e Rosai, fino a raggiungere la Fabbrica d’armi di Valdocco.

Nel 1754 il canale del Martinetto fu affiancato dal canale Meana che, derivato dalla Dora all’ansa del Birago di Vische, confluiva in esso davanti alla Fucina delle canne. Qui un articolato sistema idraulico permetteva di governare sia il volume d’acqua nei due canali, sia quello destinato allo stabilimento e di fermare le macchine nella Fabbrica d’armi senza interrompere il flusso d’acqua nel canale. Uno scaricatore di circa 350 m e detto “dei frati” (7) permetteva di convogliare le acque in eccesso nella Dora.

All'inizio del Novecento l’insediamento dei grandi impianti siderurgici tra il canale e la Dora portò alla copertura dello scaricatore dei frati. Nonostante i primi progetti risalissero al PRG del 1908, i lavori di copertura furono in buona parte procrastinati a causa degli elevati costi dovuti alla necessità di eseguirli senza interrompere il flusso dell'acqua. Tali lavori iniziarono solo nella prima metà degli anni Cinquanta sotto la spinta dell'espansione della Michelin e delle Ferriere Fiat. (8) Il tratto rimasto a cielo aperto, che costeggiava via Fagnano tra le vie Ceva e Avellino, fu coperto solo nel 1962, pochi anni prima della soppressione del canale, rispondendo alla domanda di sicurezza degli abitanti della zona. (9)

Il canale del Martinetto nel 1950. Lo scaricatore dei frati è ormai coperto, come pure il sistema idraulico di partizione della Fabbrica d’armi di Valdocco, probabilmente scomparso con la stessa. Buona parte del canale però scorre ancora a cielo aperto e attraversa una periferia ancora poco edificata. La copertura, resa necessaria per l’ampliamento delle grandi fabbriche della zona, è però imminente.

Alle soglie degli anni Sessanta la sorte del canale del Martinetto risultava ormai segnata. Dopo la chiusura dei molini di Dora e la soppressione del canale dei Molassi (10) la sua sopravvivenza dipendeva soltanto dai due molini omonimi. La Fabbrica d’armi di Valdocco era stata dismessa da tempo, come da tempo erano scomparse, o passate all'energia elettrica, le antiche utenze industriali piccole e medie. Il canale del Martinetto concluse quindi la sua esistenza a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta e l'intero corpo d’acqua proveniente dalla Pellerina fu introdotto nel canale di Torino e nel ramo destro del canale Ceronda, utilizzata per il lavaggio dei condotti fognari e altri residui usi civici. Fino agli anni Novanta nell'area compresa tra corso Regina Margherita e la Dora sopravvissero alcune vestigia del passato industriale, tra cui l’alveo asciutto del canale, ma la successiva, e radicale, trasformazione residenziale della zona ha cancellato ogni cosa. Tuttavia, come sempre, qualche labile traccia della storia permane sul territorio. Tra gli alti palazzi di corso Regina Margherita, il passo carraio del numero civico 278 segna il punto in cui transitava il canale, il sedime del quale ancora si indovina lungo la nuova via Sondrio, sul retro dell’ex stabilimento Paracchi di via Fossano; mentre nell’ex molino Feyles sono stati ricavati alcuni garage dall'antico alveo dismesso del canale.

LUNGO IL CANALE DEL MARTINETTO

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FUNZIONI

Il canale del Martinetto ebbe fin dalle origini vocazione industriale, sia in quanto parte del sistema idraulico concepito per fornire forza motrice ai maggiori opifici cittadini, sia quale elemento primario di localizzazione e aggregazione delle imprese nella prima fase manifatturiera torinese. Già nel 1720 fu costruito un primo follone lungo la bealera, a valle del molino, dove sfruttando il notevole salto orografico esistente, ben presto si formò un nucleo di opifici, in gran parte, e almeno in origine, appartenenti alla Città, seguiti da altri di proprietà privata e da numerosi laboratori artigianali che spesso utilizzarono edifici rurali preesistenti. Data la notevole distanza da Torino, questi ultimi ospitavano anche gli operai addetti nelle vicine manifatture, quando non trovavano alloggio nelle manifatture stesse. In seguito iniziò la costruzione delle prime case da reddito destinate alla nuova manodopera. L’area produttiva del Martinetto, motivata dalla forza dinamica del canale, fu seconda solo a quella di borgo Dora ed eccezionalmente longeva; essa, pur tra cambiamenti e trasformazioni, sopravvisse fino alla fine del Novecento.

Area proindustriale del Martinetto Torino

Opifici sul canale del Martinetto a valle dell'omonimo molino, 1820 circa.

La proprietà indicata è quella corrispondente al momento della redazione della carta; l'anno indicato tra parentesi è quello della costruzione dell'opificio, nella maggio parte dei casi da parte di un precedente imprenditore. Per completezza sono stati aggiunti il follone Vanderkerch, smantellato nel 1771, e la cartiera che sarà edificata qualche anno più tardi da C. Salignac. In seguito nell'edificio dei Folloni e delle frise sarà installato anche un torchio da olio.

Fonte: elaborazione www.icanaliditorino su ASCT, Catasto Gatti, sez. 61, (particolare) 1820 circa

Qualche decennio più tardi così G. Casalis descrive il borgo: "Al Martinetto, oltre una manifattura di cotone, esistono varie filande della seta, due concie di pelli, e due fornaci di tegole, mattoni e quadrelle. L’edificio già destinato ad un’opera celtica per le donne, venne ridotto ad uso di filanda, e l’opera fu traslocata nell’antico ergastolo dei giovani discoli, fuori di porta nuova. Accenna al martinetto un’ampia comodissima strada, costrutta pochi anni fa, quale diramandosi dalla reale di Rivoli, e passando nel borgo di San Donato, va a metter capo alla sinistra delle case, onde fermasi la borgata del Martinetto."

Cfr.  G. Casalis,  Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale  degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Vol. XXI,  Torino 1851, p. 202

Nel corso dell’Ottocento lungo il canale si formò un’area industriale lineare che dal Martinetto a Valdocco, senza soluzione di continuità, contava ben 37 ruote idrauliche attive all’interno di 12 opifici (Relazione Pernigotti). Successivamente alcune migliorie permisero di accrescere le utenze e la potenza idraulica generata. Una rilevazione di fine Ottocento registra sul canale una potenza installata di 724 cavalli, di cui ben 330 all’interno dei tre maggiori opifici: la Fabbrica d’armi e i due molini del Martinetto. (11)

Negli anni della prima industrializzazione torinese, in accordo con la struttura produttiva di una città Capitale, gli opifici municipali e governativi si imponevano per dimensioni e importanza su quelli dell’imprenditoria privata.

OPIFICI E RUOTE SUL CANALE DEL MARTINETTO (1844)

Fonte: Relazione Pernigotti

 

APPROFONDIMENTI

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I molini al Martinetto erano due. Per lungo tempo furono gli impianti per la molitura dei cereali più importanti della città, dopo i molini di Dora.

La fabbrica di Valdocco specializzata nella produzione di  armi leggere fu uno dei maggiori opifici militari del Regno di Sardegna.

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L'opificio nell'immagine era alimentato dal canale del Martinetto e si trovava in prossimità della ficca nuova del canale Meana, all'incrocio delle odierne vie Fagnano, Ceva e Vicenza.

Risalente alla prima metà dell'800, verso la metà del secolo ospitò la cartiera Bouteille.

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