I molini della Molinetta

1597-1752

(prima parte)

I molini della Molinetta sono stati piccoli impianti rurali e periferici al servizio delle campagne comprese tra il Po ed il Sangone. Per gli abitanti del Drosso, di Borgaretto, Stupinigi, Mirafiori e Lingotto, i mulini di porta Palazzo erano davvero lontani e molti si recavano  illecitamente a macinare fuori dal territorio comunale. All’inizio del Seicento la Città di Torino decise di costruire un nuovo molino in loco, alimentandolo con le acque delle sorgenti della zona, non a caso detta di Millefonti. La cronica insufficienza d’acqua e le difficoltà strutturali di potenziarli segneranno la storia di questi impianti. In seguito le risorgive verranno integrate dagli scoli di alcune bealere, ma nemmeno il loro apporto risulterà decisivo. Oggi dei molini della Molinetta non resta alcuna traccia, tuttavia essi hanno dato il nome, o meglio il soprannome, al maggiore ospedale cittadino, che nessun torinese  ignora.

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I molini sorgevano nell’area attualmente occupata dalle cliniche maxillofacciale ed odontoiatrica, a lato del parcheggio multipiano dell'ospedale Molinette. Si raggiungevano attraverso la strada proveniva da quella reale di Nizza, corrispondente all’attuale via Abegg.

Elaborazione di: www.icanaliditorino.it su base Google Maps e catasto Rabbini (1866)

Il primo molino.

Sul finire del Cinquecento Torino, novella Capitale del Ducato, si sta espandendo. La popolazione cresce anche nelle campagne meridionali,  dove gli abitanti lamentano il disagio di doversi recare ai molini di porta Palazzo e supplicano la Città di permetter loro di macinare i loro grani dove ritengano più comodo ed opportuno. In risposta a tali istanze la Congregazione cittadina, nella seduta del 10 aprile 1597, incarica il mastro di ragione Bayro di

verificare se si possa costruire sul luogo un nuovo impianto. La scelta è dettata da saggio realismo, poiché i supplicanti abitual-mente utilizzavano già, di nascosto, mulini più vicini, ma fuori dalla giurisdizione torinese, quali quelli di Ca-voretto e Moncalieri, priva-ndo l'erario cittadino dei proventi dei diritti di mol-tura di cui godeva. (1) (2)

1925-Millefonti.jpg

Non paiono esistere immagini fotografiche dei molini della Molinetta. Quella riprodotta, risale alla metà degli anni Venti ed è quindi successiva alla loro scomparsa; tuttavia essa mostra la morfologia alquanto accidentata della fascia litoranea di Millefonti, in seguito assorbita dallo sviluppo urbano, che offriva un salto sufficiente al loro funzionamento.

Fonte Web.

Una commissione viene incaricata di accertare se a Pratochioso, in regione di Porcaria, ad un miglio di distanza in direzione sud dalla Porta Nuova, (3) vi sia acqua sufficiente per costruire il mulino, dando mandato al Tesoriere della Città di stanziare i fondi necessari per procedere se l’esito sarà positivo. Diversamente il mastro di ragione, sentito l’Accensatore generale dei mulini, dovrà risolvere bonariamente la questione sollevata dai supplicanti. (4) L’ispezione preliminare ha successo, ed il 26 ottobre dello stesso anno la Congregazione dà mandato di far scavare un “alveo per far la prova se l’acqua sarà soddisfaciente et bastante per il molino che la Città intende di far fare in Prachioso, et se l’alveo sarà bastante per ritener l'acqua”. (5)

L’edificazione del mulino richiederà però tempi più lunghi. È datato soltanto 30 dicembre 1602 il disegno, redatto dell’ing. Sergio Chianale, del luogo scelto ed approvato per la realizzazione del progetto. Il sito è considerato "bono e proprio alla costruzione d'esso molino per esservi l'acqua soddisfacente e continua con la caduta necessaria per una ruota da molino…". Nella seduta del 19 gennaio 1603 la Congregazione conferma l’ordine che “si faccia il molino novo presso Porcaria”, incaricando il mastro di ragione di accordarsi con l'Accensatore generale per includerlo tra quelli municipali. (6) Il nuovo molino di Porcaria diverrà nel tempo il molino della Molinetta, appellativo di per sé eloquente circa dimensioni e potenzialità.

Le risorgive di Millefonti

Le caratteristiche morfologiche ed idrografiche del territorio torinese sudoccidentale hanno reso difficile derivare canali d’acqua dai due fiumi che lo delimitano. Il Po ha una buona portata ma scorre incassato e con pendenza modesta, per cui le opere di presa di eventuali canalizzazioni sarebbe stato d’obbligo porrle a grande distanza e fuori del territorio municipale. Il Sangone soffre di forti secche stagionali a causa del regime spiccatamente torrentizio e dei cospicui prelievi irrigui a monte. Non a caso questa parte dell’agro torinese era bagnata da bealere che provenivano dalla Dora Riparia e che fluivano verso sud seguendo la naturale inclinazione della conoide di deiezione posta allo sbocco della valle di Susa.

Le fontane di Millefonti - Torino

La rete dei corsi d’acqua generati dalle risorgive di Millefonti lungo la scarpata che dalla pianura torinese scendeva verso il Po è ben evidenziata dalla "Carte de la montagne de Turin" redatta alla fine del Sicento dall’ing. La Marchia.

Fonte: AST, Sez. Corte, Carte topografiche e disegni, Carte topografiche per A e B, Torino, Torino 14 (particolare)

Tuttavia la scarpata che costeggia la sponda sinistra del Po verso Moncalieri offriva un dislivello sufficiente per il giro di opifici idraulici e numerose risorgive alimentavano un reticolo di ruscelli che scendevano al fiume. La zona, come testimonia il toponimo “Millefonti”, era quindi ricca d’acqua, seppure in forma non adatta per produrre forza motrice. Il ruscellamento delle polle naturali aveva dilavato ed eroso tale fascia, modellando profondi avvallamenti. In regione Porcaria, località Prato Chioso, il salto di 21 piedi (circa 7 m) sulla distanza di 50 trabucchi (circa 154 m) offerto da uno di essi fu ritenuto sufficente per il movimento del nuovo molino. Per assicurare maggiore regolarità di macina le acque delle risorgive vennero rccolte in uno stagno leggermente inclinato, che fungeva quindi da vasca di carico per il molino. Secondo un’ispezione del 1749 lo stagno, per quanto di forma atipica, misurava 16 trabucchi di lunghezza ed aveva ampiezza massima di poco meno di 7, corrispondenti a circa 48 x 20 metri di superficie. In tal occasione fu svuotato in 54 minuti attraverso un foro con sezione di 5 oncie per 7 e riempito in ugual maniera, con la sola acqua delle sorgenti, in 87 minuti. (*)

(*) Cfr. Relazione dell'ing. Bernardo Vittone, ASCT, CS 2722

​​"Dissegno del torrente generato dalle fontane di Porcaria, ove l’Ill.ma Città di Torino intende fare certo molino ed altro ingegno, per il che si deve notare, che dal punto A, ove scaturisce la prima fontana, fino al punto B vi sono trabucchi 10, et ha di caduta dì acqua piedi 2. Più dal B al C vi sono trabucchi 19 e la caduta di piedi 7 e 6 manuali. Più dal C al D trabucchi 21 et caduta di piedi 12 e 2, si che su tutta la distanza sono trabucchi 50 e caduta piedi 21."

 

Il tipo dell’ing. Chianale datato 30 dicembre 1602 è uno dei documenti cartografici più antichi riguardanti le strutture idrauliche torinesi. Esso mostra la bealera provvisoria che raccoglie le acque di 10 fontanili, riportando misure e possibili collocazioni del mulino. Il progetto di affiancare ad esso “altri ingegni”, forse una pesta da canapa, non verrà realizzato.

Fonte ASCT, CS 2720

Ancora all’inizio del XIX secolo la morfologia delle ripe che scendevano a Po era parecchio accidentata. Prati, boschetti, paludi e canneti si alternavano alle “valli” scavate dal ruscellamento dei fontanili nelle quali spesso si incanalavano le bealere.

Fonte : ASCT, Catasto Gatti, sez.  16-17-50 (particolare)

Il progetto di una seconda ruota.

Per lungo tempo non si hanno notizie del molino diverse dalle poche tracce lasciate  da qualche controversia legale. L’aggiunta di una seconda ruota viene proposta per la prima volta

nel 1665, quando il mastro di ragione, in occasione della purgatura suggerisce che “allo stagno del molino della Porcheria … si facci una pista da canapa per comodità grande dei circonvicini qual sarà anche alla Città”. (7) Pur approvata dal Consiglio municipale la proposta decade. Essa tuttavia testimonia la coltivazione e la lavorazione della canapa nella zona, favorita dalla abbondanza d’acqua che le risorgive forniscono senza sottrarla alle irrigazioni. Quattro anni dopo gli accensatori dei molini fanno sapere che “per utile della Città e proprio si potrebbe comodamente accrescer una ruota da molino alla molinetta di Porcheria”. Il 21 settembre 1669 la Con-gregazione incarica di accertare la fattibilità dell’opera e di stimare l’eventuale spesa. (8)   La questione viene ripresentata nel 1672, quando i consiglieri delegati all'estimo dei mo-

Molino della Molinetta -1640

Il "Plan de la ville et siege de Turin" di M. Tavernier del 1641 fornisce la prima rappresentazione del molino della Molinetta. La mappa, di natura militare, non offre molti dettagli. L'opificio pare rovinato dagli eventi bellici, ma ne è ben individuabile  la posizione.

Fonte: Gallica, Bibliothèque nationale de France (particolare)

lini osservano che alla Molinetta, curando adeguatamente lo stagno, “vi sarebbe acqua sufficiente per due ruote e con poca spesa si potrebbe accrescere altro molino”. Tuttavia ancora una volta l’ordine del Consiglio, "che si accreschi il mulino suddetto”, resta lettera morta. (9)

La località di Millefonti, i molini ed il corso d'acqua che raccoglie il flusso delle fontane naturali è riprodotto anche nel "Vero dissegno delle fortificazioni sotto Turino" del 1640.

Fonte: Acque, ruote e mulini a Torino, vol.  II, pag. 34

Nel corso del dibattito sulla opportunità di au-mentare le capacità di ma-cina, la Congregazione del 29 marzo 1684, accerta “l'urgenza ch’ha il pubblico di nuovi molini, et delli progetti già fatti e visite già seguite, ha ordinato si faci un nuovo molino al di sotto del ponte di Po attiguo a quello che vi è al ponte; come pure, infor-

mata che al molino della Molinetta si può aggiunger altra ruota di molino, qual è anche necessaria acciò [gli abitanti] non vadino macinare altrove, ha anche ordinato si aggiunghi detta nuova ruota … “. Viene altresì ordinato, previa ispezione, di accertare il miglior modo e la minor spesa per farlo. (10) L’ordine è confermato dal Consiglio del 24 luglio dell’anno successivo, nel quale tuttavia la questione annonaria è inquadrata in una prospettiva differente. In tale sede si afferma infatti che i mulini e le ruote esistenti sono in grado di soddisfare senza difficoltà le necessità cittadine e che, sia la nuova ruota prevista alla Molinetta, sia quella appena installata al molino del Villaretto, non sarebbero indispensabili se la Città difendesse meglio i propri diritti e la propria acqua, la quale viene di continuo sottratta in modo illecito da comunità e particolari. Si afferma inoltre che “quando li molini sono stati provisti d’acqua sufficientemente anche il pubblico è stato sempre abbondantemente provvisto, né mai è seguito alcun mancamento che rispetto alla provisione di grani et farine”. (11) La Municipalità in questo periodo sta avviando un piano generale di ristrutturazione e potenziamento dei propri molini e in tale quadro la seconda ruota della Molinetta non parrebbe più né prioritaria, nè indispensabile.

L’installazione della ruota vie-ne considerata un’ultima vol-ta l’anno seguente nella seduta dal Consiglio munici-pale del 13 maggio 1686. Secondo il conte Nicoli, uno dei sindaci della Città, il fabbricato del molino della  Porcheria ha bisogno di ur-genti riparazioni. Esso risulta “mal sano, humido et quasi inhabitabile, a segno che li molinari vi patiscono notabil-

Tracce del molino, il cui nome è peraltro storpiato in “moulin de la Martinette”, ricorrono anche nell’abbondante cartografia dell’Assedio francese del 1706.

Fonte: Gallica - Bibliothèque nationale de France,

A, Coquart, Turin et ses environs (particolare)

bilmente nella sanità”. Ricorda poi che con facilità e poca spesa si può aggiungere “un'altra ruota di mulino facendovi una nuova casa poco più sotto di quella presentemente esistente”. Il progetto è già stato elaborato in precedenza dal capitano ed ingegnere Rubatti ed i vantaggi sarebbero evidenti per tutti: per gli abitanti della regione, che cesserebbero di macinare abusivamente fuori dal territorio torinese, (12) nonché per le casse comunali e per gli accensatori dei molini, che recupererebbero i diritti di molitura ora elusi e potrebbero, anzi, accrescerli grazie ai nuovi utenti che il molino acquisterebbe. La fattibilità dell’opera è confermata dal mugnaio, “qual ha rappresentato esservi acqua sufficiente per dette due ruote ogni volta che la Città facesi curare il stagno con diligenza et quello mantener sempre ben curato, e purgato, perdendosi presentemente buona parte di detta acqua inutilmente”.

 

Nonostante il convinto intervento del conte Nicoli la Congregazione delibera che “atteso che la Città è caricata in quest’anno di molte spese straordinarie, si differisca di trattare sovra detta proposizione e quella esaminare in altro tempo, e che per quest’anno non s'innovi cosa alcuna". (13) Il progetto non verrà più presentato e decadrà in via definitiva. Anche se dubbi ed incertezze sulla sua convenienza erano tutt'altro che infondati, una decisione tanto difforme da quanto sostenuto con convinzione da uno dei sindaci, ed espressa dopo tante deliberazioni favorevoli dell'Amministrazione stessa, suscita qualche stupore.

Il disegno dell’ing. Alessandro Luiggi Emanueli risale al 1721 e costituisce la più antica planimetria del molino della Molinetta. In esso sono ben visibili, oltre al fabbricato del molino dotato di tettoia, le scarpate dell’avvallamento in cui è collocato con lo stagno, nonchè la rete dei fontanili. Si notino anche la strada che conduce al molino provenendo da quella reale di Moncalieri (l’attuale via Nizza), la tettoia per la sosta dei carri, il grande orto del mugnaio. Il “canapile” comunale attesta la coltivazione della canapa nella zona.

Fonte: ASCT, CS  3941 (particolare)

Il primo disegno del molino della Molinetta

Il follone di Jan Paul, fabbricante di panni in lana

Le incertezze circa l’opportunità di aggiungere una seconda ruota idraulica alla Molinetta vengono superate all’inizio del XVIII secolo. Già nel 1716 i Molto Reverendi Padri Agostiniani Scalzi della Provincia di Piemonte chiedono alla Città un pezzo di terra alla Molinetta per edificarvi un piccolo follone al servizio del lanificio da loro avviato nel convento di S. Carlo. (14) I monaci chiedono anche l’uso dell’acqua di scarico del mulino, dichiarandosi disposti ad accettare il canone e le condizioni che la municipalità vorrà stabilire. La Congregazione subordina ogni decisione alla verifica che l'impianto non pregiudichi il funzionamento del molino. (15)  La questione non viene ripresa nelle sedute successive e quindi decade.

Il follone verrà invece installato qualche anno più tardi dall’olandese Jan Paul. Giunto a Torino per creare una fabbrica di panni in lana, il 19 ottobre 1720 egli presenta a Vittorio Amedeo II un memoriale a capi nel quale chiede, tra il resto, di localizzare allo stagno della Molinetta la tingeria ed il follone della fabbrica. Le sue istanze sono recepite pressoché integralmente dal Sovrano, con Regie Patenti del 9 novembre 1720. (16 - testo delle Patenti) La formula del “memoriale a capi” non tragga in inganno: in realtà è lo strumento con cui il Re invita gli imprenditori, anche stranieri, a produrre nei propri domini. L’intervento si colloca nel solco del dettato dirigista e mercantilista che, dopo la fine della guerra di Successione spagnola, anche nei domini sabaudi incoraggia le esportazioni e il consolidamento delle manifatture locali. (Il caso non è affatto isolato, si veda, ad esempio, quello analogo del follone concesso negli stessi anni al fiammingo Cornelius Vanderkerch al Martinetto.)

Le condizioni che Jan Paul ottiene sono molto vantaggiose. Vittorio Amedeo gli accorda cospicui finanziamenti senza interessi, protezioni doganali, commesse pubbliche, esenzioni fiscali ed altre facilitazioni, tra cui la fornitura di parte dei telai, delle caldaie e dei locali per la fabbrica di Torino, il terreno su cui edificare il follone, nonché l’uso gratuito ed perpetuo dell’acqua per il funzionamento. Il Sovrano conta di ottenere così il miglioramento della qualità e della quantità delle stoffe di produzione nazionale, l’incremento dell’occupazione e la formazione di una manodopera specializzata che, appreso il know-how, possa sviluppare autonomamente le produzioni di settore. (17)

Jan Paul, olandese, a Torino

Le notizie riguardanti il fabbricante olandese non sono molte. Jan Paul (*) è nato a Leyden ed è di religione cattolica. (Forse in seguito a conversione non del tutto disinteressata?) Egli vanta una lunga esperienza di tessitore maturata in diversi paesi ed in particolare, negli ultimi undici anni, nella prestigiosa Firenze. In Piemonte ha sposato la nobildonna Felicia Conti di Cambiano. Concluderà la propria esistenza a Torino negli anni Quaranta del secolo, e quindi presumibilmente in età avanzata, lasciando la manifattura in eredità ai quattro figli: Lorenzo, Michel Antonio, Franco Maria e Giò Giuseppe. Purtroppo ben due di essi, Michel Antonio e Franco Maria, rimarranno  ricoverati nel Regio Spedale de Pazzarelli per grave malattia mentale, senza speranza di cura e guarigione. (18) L'impresa del Paul pare orientata più alla qualità che ai volumi. Egli vuole puntare non solo sul ruvido e robusto tessuto militare tradizionale, detto "di lodéves", ma anche su tessuti più fini, compreso il prezioso panno rosso detto "scarlata", destinati al mercato nazionale e possibilmente all’esportazione. La fabbrica di Torino conta solo sette/otto telai ospitati nel grande edificio detto casa Ropolo, presso Piazza Carlina, dove dal 1710, distribuiti su tre piani e oltre sessanta stanze, si trovavano laboratori, magazzini, alloggi della Manifattura reale di stoffe in oro argento e seta. Dopo il 1732 l’attività sarà trasferita parte a Moncalieri e parte a Cambiano in seguito all’ordine di Sua Maestà, che tramite Regio Viglietto del 9 aprile 1732, impone di spostare fuori città tutte le fabbriche di stoffe di lana, eccettuata quella dello Spedale della Carità, a difesa dell’igiene del decoro della Capitale e delle altre arti cittadine. La tintoria ed il follone sono anch’essi di piccola dimensione e per obbligo perentorio previsto dalle Patenti di concessione lavorano anche per altri produttori, determinando economie esterne a vantaggio del settore  tessile cittadino e dell’interesse economico generale. L’esperienza torinese di Jan Paul è coronata da successo e dopo la sua morte la direzione delle attività passa al figlio Lorenzo.

 (*) Per le informazioni biografiche su J. Paul cfr: ASCT, CS 2732. Nei documenti egli è citato anche come Johann, Johannes o Gioanni, con ulteriori variazioni sul cognome. Tuttavia egli amava firmarsi Giovanni Paùl.

Sotto la protezione e l’egida reale l'olandese ottiene rapidamente dalla Città le autorizzazioni necessarie; la Congregazione del 29 gennaio 1721 le concede di buon grado, dichiarandosi lieta di compiacere alle richieste di S.M. e favorevole essa stessa a tutto quanto possa incrementare il commercio cittadino. (19) Il nuovo impianto utilizzerà lo scarico del mulino, integrato dalle sorgenti a valle, una delle quali articolarmente copiosa è prossima alla balconera del follone. Il Vicario, conte Fausone di Beinasco, è incaricato di recarsi in loco accompagnato dal fabbricante olandese, dal mugnaio della Molinetta e dall’ing. Emanueli per accertare che il follone non pregiudichi l’attività del molino. I risultati del sopralluogo sono confortanti: se conforme al disegno redatto dall’ing. Emanueli stesso, l’impianto non produrrà rigurgiti o altri inconvenienti. Rilievi e misurazioni attestano che la distanza tra i due edifizi sarà sufficiente quand’anche in futuro la Città volesse accrescere il numero delle ruote e/o la quantità d’acqua a disposizione del molino. (20) Il progetto è approvato in via definitiva nella seduta del Consiglio comunale del 2 giugno 1721. (21)

Con atto notarile del 28 luglio successivo la pratica viene formalizzata dalle parti. Il terreno attiguo allo scaricatore del molino e l’acqua per il follone sono concessi a Jan Paul a titolo gratuito, senza che il canone d’affitto o altro onere siano dovuti, pur restando di sua esclusiva proprietà l’edificio che provvederà a costruirvi. Come di consueto, la municipalità non rinuncia tuttavia a proteggere i propri interessi e quelli della collettività attraverso precise condizioni. La concessione è limitata alla sola tintura e follatura dei panni e l’impiego dell’impianto, o dell’acqua, a titolo o scopi diversi, ne determinerà la decadenza ipso jure et ipso facto. Parimenti l’autorizzazione sarà revocata qualora i nuovi impianti dovessero interferire con il molino. Se ciò accadesse l’opificio dovrà essere smantellato, i materiali ed i macchinari rimossi, i fabbricati demoliti ed il sito riportato allo stato di origine, senza che il Paul, gli eredi o chi altri avesse eventualmente rilevato l'attività, possano pretendere rimborsi o indennizzi di qualunque tipo. La riserva inoltre viene estesa nel tempo, qualora in futuro la Città volesse aggiungere altre ruote al mulino, costruire nuovi edifici o condurvi una maggiore quantità d’acqua. (22) Tali condizioni qualche decennio più tardi saranno all’origine di una dura controversia legale ma per ora, a meno di un anno dalla presentazione delle sue richieste, Jan Paul può avviare i lavori per la realizzazione degli impianti.

Il disegno redatto dall’ing. Alessandro Luiggi Emanueli costituisce parte integrante dell’atto di concessione del follone di Jan Paul. L'opificio sarà posto circa 7 trabucchi a valle del molino, sulla riva destra del canale di scarico, orientato a nord. Il progettista identifica due possibili posizioni per la sua effettiva collocazione, indicate rispettivamente con le lettere C e D. L'impianto beneficerà delle sorgenti che sgorgano a valle del molino, tra cui quella decisamente più importante visibile sulla sinistra della carta. Si noti altresì il prolungamento della strada del molino fino al fabbricato del follone.

Fonte: ASCT, CS  3941 (particolare)

Il progetto del follone

L’atto di concessione colloca l’edificio del follone circa 7 trabucchi (21 m) a valle del molino. Tale distanza è ritenuta sufficiente per scongiurare che la nuova ruota produca un innalzamento del pelo dell’acqua che rallenti quella del mulino. Anche lo scaricatore e le serraglie di controllo alla balconera sono dimensionate e posizionate con lo stesso fine. Due disegni successivi, redatti da Carlo Antonio Busso e Bernardo Vittone negli anni 1748 e 1749, permettono di ottenere ulteriori dettagli dell’impianto. (23)  Il fabbricato è suddiviso in due locali. Quello destinato alla follatura dei panni, secondo il tipo del Vittone, è lungo circa 4 trabucchi (12,6 m); da tale misura sono quindi stimabili, seppure in modo approssimato, il perimetro dell’intero fabbricato, pari a 22 x 6 m, e quello della “tingeria”, pari a 9,5  x 6 m.

Nella pianta del fabbricato riportata nel disegno dell’ing. Carlo Antonio Busso (1748) il follone occupa il locale di maggiori dimensioni. La “tingeria” risulta in parte rovinata in seguito ad incidente. In evidenza il grande e immancabile orto e le nume-rose sorgenti che aumentano l’acqua a disposizione del follone.

Fonte: ASCT, CS  2722 (particolare)

La balconera dell'impianto è dotata di scaricatore di bypass e preceduta da un modesto bacino di carico; l’afflusso alla ruota idraulica è regolato da serraglie; la distanza che la separa dalla balconera del molino è di 9 trabucchi (circa 27 m). La ruota idraulica a palette è alimentata “di spalle” ed ha un diametro stimato di circa 1 m. Essa sfrutta un dislivello di 36 oncie (1,54 m) misurate tra il filo della balconera e la base della ruota stessa. Gli scarichi dell’opificio conservano un salto residuo di 9 oncie (0,39 m) e, percorsi una cinquantina di metri, confluiscono nel Po attraverso un ruscello che scorre parallelo al fiume drenando le acque della zona. (24)

Il disegno dell’ing. Bernardo Vittone (1749) fornisce mag-giori dettagli sul follone. Il fabbricato misura circa 4 trabucchi (12 m), mentre quello della tintoria è solo abbozzato perché semidistrutto da un incidente. Il disegno riporta poi la ruota idraulica, la balconera con lo scaricatore che permette di fermare la ruota, nonchè il condotto alimentato dalla grande sor-gente che convoglia un buon flusso d'acqua circa tre piedi e mezzo a monte della banco-nera .

Fonte: ASCT, CS  2722 (particolare)

Planimetria del follone

Il potenziale dinamico della fabbrica pare modesto ed essa, come il molino, soffre di carenze d’acqua stagionali; di conseguenza anche la produttività dev’essere limitata. (25) Tuttavia i privilegi di cui gode e l’insufficiente numero di opifici simili in Piemonte, inferiori alle necessità, gli permetteranno di lavorare per tre decenni e di essere infine oggetto di una dura controversia legale. In ultimo vale la pena di rilevare i vincoli geoeconomici che ne hanno determinato la localizzazione. Mentre la collocazione della tintoria godeva di ampi gradi di libertà, quella del follone era seriamente limitata da un requisito ecologico diverso da quello, scontato, della disponibilità di forza idraulica: la buona qualità dei panni dipendeva molto dalla disponibiltà di acqua pura di sorgente, tanto che fu questa la principale ragione di scelta del sito. (26)

Il canale della Molinetta

Prese il nome di canale della Molinetta il condotto scavato per condurre al molino gli scoli delle bealere della zona. Le risorgive di Millefonti non consentono l’attività continua e regolare del molino ed anche il follone da panni ne patisce. (27) I dubbi sull’opportunità di erigere una nuova ruota alla Molinetta erano dunque fondati. Accrescere il potenziale dinamico dei due opifici si scontra però con le difficoltà già illustrate. Utilizzare gli scoli terminali delle bealere che irrigano le campagne a monte non è un’idea nuova, e già nel 1714 il mugnaio della Molinetta riteneva che le acque che si disperdono nel fosso a lato della strada di Moncalieri potessero far girare una seconda ruota. Tuttavia esse erano di proprietà privata consortile e la Città non vi esercitava alcuna autorità. La Ragioneria giudicò costoso lo scavo della bealera e si dimostrò scettica sulle trattative per l’acquisto dell’acqua e dei fondi attraversati. Per contro i benefici per il mulino, soprattutto nei mesi estivi, parvero di ben poco conto, e pressoché nulli nei periodi di siccità. Il mastro di ragione valutò quindi il progetto “né utile, né praticabile” e la Congregazione del 21 marzo 1714 lo bocciò deliberando che “non s’innovi cos’alcuna”. (28)

Pur se la soluzione non parve ottimale, la questione rimase e si aggravò con il crescere della popolazione e della domanda di macina. Così qualche anno più tardi la Municipalità riconsidera il progetto. Il sindaco, conte Scarampi di Moncucco, nella seduta del del 29 settembre 1727 espone al Consiglio il piano per condurre al molino gli scoli delle bealere Cossola, Pissoira e del ramo sinistro della Becchia, che dopo le ultime irrigazioni si scaricano nel Po. Tali acque potrebbero garantire il regolare giro di una seconda ruota almeno da settembre a maggio e produrrebbero vantaggi generalizzati: la Città renderebbe fruttuoso un impianto che “è stato sempre piuttosto di peso che d’utile”, i particolari non sarebbero più costretti a macinare illecitamente altrove, al follone si potrebbero aggiungere due nuove piste che lavorerebbero in piena efficienza per almeno nove mesi l’anno. Il Consiglio dà quindi mandato ad una commissione formata dagli ufficiali della Ragioneria, dal Vicario e dall’Avvocato della Città, di valutare, trattare e risolvere “come stimeranno di maggior vantaggio, e servitio della Città e pubblico”. (29)

Ancora una volta non è dato sapere perché l’Amministrazione comunale abbia rivisto le proprie scelte, ma di sicuro il progetto comporta un ulteriore vantaggio. I residui delle irrigazioni, di fatto, non si scaricano completamente nel Po, ma una parte ristagna al bordo della strada reale di Moncalieri, esondando e danneggiandola in modo grave in caso di forti piogge e temporali. Il ponte in cotto che di recente ha sostituito la lapola (30) con cui gli scoli attraversano la strada non è stata una soluzione sufficiente, come invece potrebbe esserlo drenarli verso la Molinetta.

Disegno del misuratore ed estimatore Massone della nuova bealera della Molinetta. La proprietà di Gioanni Fecia comprende una cascina circondata da orti, giardini e parecchie giornate di terreno coltivato e prativo. In basso il vecchio scaricatore e l’area in cui gli scolaticci ristagnano minacciando la strada reale di Moncalieri. Il canale, passato con un ponticello la strada, conduceva gli ultimi scoli delle irrigazioni nel Po. La bealera destinata a raccoglierli nasce nella proprietà del Fecia, volge a destra, poi a sinistra, raggiunge il fosso a lato della strada maestra ed al bivio del molino svolta a sinistra e scende allo stagno.

Fonte: ASCT, CS  2031

Il progetto del canale della Molinetta

Le rilevazioni del misuratore ed estimatore Massone accertano che Il declivio naturale è sufficiente per lo scavo di un canale che conduca le acque reflue delle bealere allo stagno della Molinetta e ne prepara il disegno. (31) Sono quindi intavolate le trattative del caso con Pietro Gioanni Fecia, proprietario degli “scolaticci” delle bealere Becchia, Cossola e Pissoira e dei terreni attraversati dal nuovo canale. (32) Tuttavia il negoziato si prolunga e l’accordo è raggiunto solo alla fine del 1728, sollecitato dal totale fermo del molino nel corso dell’estate e dalle pressioni degli affittavoli che, in previsione dell’aumento d’acqua, avevano già provveduto ad installare la nuova ruota. (33) I patti finali prevedono che per l’acqua ed i terreni Gioanni Fecia riceva dalla Città otto lire per ogni tavola di superficie occupata, mentre rinuncia al canone annuo perpetuo di una doppia di Spagna richiesto inizialmente. (34)

Nella seduta dell’11 dicembre 1728, contestualmente all’approvazione del piano, la Congregazione dà mandato al Massone di sovraintendere all'avvio dei lavori secondo il progetto già redatto. La nuova bealera sarà lunga 364 trabucchi, (1.220 m) larga 3 piedi (1,63 m) e profonda 18 oncie (0, 7 m); lo scavo è commissionato al “lavorante da terra” Michelotti al prezzo di quattro soldi e sei denari per trabucco. Il “mastro sternitore” Gioanni Garzenna è incaricato di realizzare la lapola per l’attraversamento della strada di Moncalieri ed al “mastro da bosco” Antonio Maffeij di occuparsi delle palizzate del fosso, secondo indicazioni del Massone. I siti occupati dal canale richiederanno l’acquisto di circa 30 tavole di terreno (pari a 1.1180 mq) che, al prezzo di L. 8 ciascuna, comporteranno un esborso di L. 270. La previsione complessiva di spesa, comprendente “sitto, escavazione, lapola, e pallificate”, si aggira sulle 500 lire. (35)

Nuove difficoltà. Il canale della Molinetta raccoglie le acque della bealera Pissoira, impinguate a monte da quelle della Cossola e della Becchia. Le ultime due sono derivate dalla Dora Riparia rispettivamente a Collegno ed Alpignano, mentre la Pissoira è in realtà una derivazione della stessa Cossola. Tutte svolgono essenzialmente funzioni irrigue. Esso è ultimato già l’anno successivo, ma le sue potenzialità risultano sovrastimate e sorgono nuovi problemi. Innanzitutto, contrariamente alle previsioni, la ruota aggiunta non riesce a soddisfare del tutto la domanda locale di macina. In secondo luogo gli scoli delle bealere, derivati dalla Dora e densi di detriti, a cui si aggiungono scarichi e rifiuti raccolti strada facendo, tendono a riempire lo stagno di nita, sabbia e giare che ostruiscono e deviano il flusso delle risorgive, imponendo frequenti e costose pulizie dello stagno per permettere il funzionamento degli opifici. (36)

La questione dell’in-terrimento dello sta-gno è seria. Nel dise-gno dell'arch. Carlo Antonio Busso, del 28 agosto 1748, gli scoli delle bealere superiori percorrono il canale sternito in pietra con argini rinforzati da tavole di legno che costeggia la strada del molino. Un acquedotto in legno li conduce alla balconera del molino scavalcando diago-nalmente lo stagno evitando che le acque torbide si mescolino

Stagno della Molinetta

a quelle limpide delle sorgenti. Il manufatto però versa in pessimo stato e lascia “trapellare” nello stagno sabbie e ghiaie. Per evitare l’ostruzione delle risorgive l’arch. Busso propone di sostituirlo con un nuovo canale di cotto sulla riva destra dello stagno. Il progetto aumenterebbe in modo rilevante il potenziale del molino, ma non sarà attuato. Nel disegno il condotto in legno esistente è tracciato in nero, quello nuovo in cotto è indicato dalla linea rossa. E' riportata una sola ruota del molino, ma la didascalia chiarisce che quelle installate sono due.

Fonte: ASCT, CS  2722

I guasti arrecati alla strada reale di Moncalieri dagli straripamenti del canale costituiscono un  grave ostcolo per trasporti e commerci, danneggiano inoltre diverse proprietà private. (37) Il misuratore ed estimatore ing. Carlo Emanuele Rocca è investito della questione. Nella relazione datata 25 aprile 1744, egli conferma il modesto contributo dato dagli scolatici agli opifici della Molinetta ed i danni provocati allo stagno. Inoltre, a suo avviso, gli allagamenti subiti dalla strada reale, almeno in inverno, sono imputabili in gran parte al canale, sia nel punto in cui esso scende al molino, sia con lo straripamento dei fossi laterali, che gli argini, pur elevati e rinforzati, non riescono a contenere, forse a causa dei sedimenti accumulati.  La conclusione a cui egli giunge è drastica: siccome il canale produce più guai che benefici ne propone la soppressione. A suo parere l’alveo dello scaricatore utilizzato in precedenza, opportunamente adeguato in larghezza e profondità, dovrebbe essere ripristinato ed utilizzato per ricondurre direttamente al Po gli scoli irrigui. (38)

La Congregazione nella seduta del 25 aprile 1744 dichiara di “non dissentire” all’esecuzione di quanto proposto dal Rocca e dà mandato all’Economo di trattare con il sig. Fecia la restituzione dei terreni attraversati dal canale. (39) Analogo ordine è impartito dall’intendente di Provincia pochi giorni dopo, prevedendo un’ammenda per chi ostacolasse l’attuazione dei lavori. (40) Non conosciamo il motivo per cui tali decisioni non hanno avuto seguito, ma si può ipotizzare che abbia influito il progetto di ritracciamento e rettifica della strada di Moncalieri, che l’avrebbe allontanata dal sedime del canale. Il Rocca nella sua relazione assicura che il ritorno alla situazione precedente sarebbe stato sufficiente a salvaguardare la strada e le proprietà allagate dal canale. Occorre però considerare che gli scoli ristagnavano già lungo la strada prima della costruzione del canale, anche a causa degli scarichi illeciti effettuati dai privati, ed il loro drenaggio aveva costituto un ulteriore motivo per lo scavo del canale stesso; inoltre l’esondazione dei fossi laterali era frequente anche in estate.

Il molino a due ruote

Il disegno redatto dall’ing. Bernardo Vittone nel 1749 fornisce una precisa descrizione del molino della Molinetta e permette alcune misurazioni.  Il fabbricato è lungo 4 trabucchi 4 piedi e 6 oncie, pari a poco più di 14 m ed è diviso in tre locali di quasi eguale dimensione. I primi due ospitano le macine e sono dotati di tettoia a protezione delle operazioni di carico e scarico, mentre il terzo vano è adibito a magazzino o stalla. Il molino è ormai dotato di due ruote idrauliche; da altra fonte (Testimoniali di stato dei mulini della Città di Torino del 27 gennaio 1742, ASCT, CS 2721) si si apprende che una di esse è destinata alla molitura del barbariato, una miscela di semi di grano e segale, succedanea alla farina bianca di solo frumento. A causa della poca acqua sono collocate a sbalzo e mosse quindi dallo stesso flusso, hanno un diametro di circa un metro e paiono del tipo a palette alimentate sul fianco. Esse utilizzano un salto complessivo di 87 oncie (paria 3.72 m, corrispondenti quindi a 1,86 m ciascuna), misurate dalla balconera alla base della seconda ruota e distano circa 1 trabucco e mezzo (circa 10.5 m) l’una dall’altra e quasi altrettanto dalla balconera. Quest’ultima regola e miscela le acque delle sorgenti raccolte nello stagno e quelle del canale in legno provenienti dalle bealere superiori,  (sulla sinistra nel disegno) introducendole in tre camminassi in legno, di cui due destinati alle ruote ed il terzo allo scaricatore. Il secondo disegno (stessa fonte) mostra posizione e collocazione delle due ruote idrauliche del molino e di quella del follone.

Fonte: ASCT, CS 2722

sfatta induce ancora gli abitanti del contado torinese meridionale a servirsi di altri molini, spingendo la Municipalità a potenziare il proprio impianto. (40) Sulla scorta di un sopralluogo compiuto nella primavera del 1748 gli ufficiali della Ragioneria ritengono che il salto del follone e le acque delle sorgenti che sgorgano a valle del molino, unite a quelle dello stagno e del canale, permetterebbero di aumentare il numero di ruote. Essi credono che i presupposti della concessione del 1721 non sussistano più e che la Città possa quindi rientrare in possesso del terreno e dei diritti d’acqua ceduti al tessitore olandese, eventualmente liquidando al figlio Lorenzo, subentrato al padre nella direzione della fabbrica di panni, il valore dei macchinari e della tintoria ormai in rovina. Il Consiglio comunale approva e dà mandato di procedere, anche per vie legali, se sarà necessario. (41) Lorenzo Depaoli si oppone all’esproprio e rifiuta l’offerta. Inizia una così causa che si protrarrà per diversi anni, concludendosi con un accordo amichevole tra le parti solo nel 1752. (42)

L'immagine mostra un follone da panni tratto dalle tavole della "Encyclopedie francaise" e risale alla metà del XVIII secolo. Il valore è indicativo, poichè i folloni potevano assumere fogge assai diverse, pur basandosi sul principio del movimento verticale alternato di martelli.

Fonte: Il mestiere e il sapere duecento anni fa. Tutte le tavole dell'Encyclopedie francaise, a cura di J. Proust, Mondadori, 1983

La causa della Città contro Lorenzo Depaoli

Nel 1747 il vecchio Jan Paul, e Vittorio Amedeo II suo mentore, sono ormai scomparsi. Alla Molinetta la tintoria ed il follone versano in cattive condizioni. La domanda di macina insoddis-

Il primo grado di giudizio. Il rescritto depositato il 15 giugno 1748 dà inizio all'azione legale promossa dalla Città per il reintegro di sito ed acqua del follone. La sentenza di primo grado, emessa l’11 dicembre 1749, sarà però favorevole a Lorenzo Depaoli. Le ragioni della Municipalità si fondano, come si è detto, sulla difesa dell'interesse generale, rappresentato dall'esigenza inderogabile di aumentare il potenziale produttivo del molino, e sul venir meno delle condizioni originarie della concessione. I suoi legali sostengono che la fabbricazione dei panni è cessata da tempo, che la tintoria è in rovina ed il locale destinato ad altre funzioni, che il follone “gira miseramente”, se non addirittura fermo e che il  Depaoli ha occupato più delle 25 tavole di terreno autorizzate. La concessione del 1721 era esplicitamente motivata dal pubblico interesse ed autorizzava il solo esercizio della tintura e follatura dei tessuti, prevedendo in caso contrario la revoca immediata, e comunque nel caso in cui il follone avesse interferito con gli interessi della Municipalità. Come si è già accennato, la riserva era estesa nel tempo e qualora la Città avesse voluto costruire nuovi edifici, aumentare le ruote del mulino, o portarvi maggiori quantità d’acqua, la tintoria ed il follone avrebbero dovuto essere smantellati senza indennizzo di alcun tipo. La Città chiede l’applicazione di queste clausole, dichiarandosi disposta ad acquistare il macchinario del follone se non fosse sgomberato prima della demolizione. (43)

La difesa del convenuto contesta punto per punto gli assunti della Città. Essa sostiene che le autorizzazioni di cui gode il Depaoli sono perpetue e non soggette a revoca e nega che sito e follone siano stati destinati ad usi diversi. La produzione dei panni non è cessata, ma trasferita a Moncalieri per ordine del Consiglio del Commercio in esecuzione del volere di S.M. (44)  e in quella sede “dieci tellari battenti” continuano tutt'ora a produrre per il Reggio Magazeno e per i mercanti, torinesi e non. Negli ultimi quattro anni l'impianto ha follato “751 pezze di panno rattina et 67 di panni fini” (45) e la produzione avrebbe potuto essere maggiore se la guerra non avesse ostacolato l’importazione delle lane grezze. La tintoria è, si, in rovina ma semidistrutta da un grave incidente in cui sono andate perdute 16 balle di lana fina già purgata e le caldaie di stagno e bronzo. Solo per questo motivo l’attività è stata trasferita altrove ed i resti del fabbricato impiegati in altro modo. Lo stato delle cose non è quindi imputabile a volontà o incuria del proprietario: egli non ha potuto ricostruire a causa delle vicende belliche ed in ogni caso è intenzionato a farlo appena possibile. Se il follone lavora a rilento (“ad un batto solo”) dipende dalla cronica carenza d’acqua. Si rimarca che l’impianto non è trasferibile, poichè la qualità dei panni dipende in larga parte dalla purezza  delle acque di risorgiva. Viene rigettata infine l’accusa di occupare una superficie maggiore del dovuto. (46)

La posizione giuridica di Lorenzo Depaoli pare piuttosto solida. La Città ribadisce i motivi di interesse collettivo alla base delle proprie richieste, a sostegno dei quali vengono depositate, nonostante l’opposizione del convenuto, la già citata relazione dell’ing. Busso del 1748 ed una nuova perizia giurata dell’ing. Vittone. (47) Quest’ultima in particolare argomenta in modo chiaro l'impossibilità di costruire un nuovo molino e/o aggiungere nuove ruote  senza utilizzare sito e acque del follone. Tuttavia, come si è già detto, il primo grado di giudizio va a favore del Depaoli: la sentenza dell’11 dicembre respinge le argomentazioni e le richieste della Città, a cui sono addebitate le spese processuali per L.150. (48)

La relazione Vittone

Scopo esplicito dello studio dell’ing. Bernardo Vittone condotto nell’estate del 1749 è appurare, sulla scorta di dati e misurazioni effettuate sul campo, se si possa accrescere il salto della seconda ruota del molino ed aggiungerne due nuove senza sacrificare il follone. Il Vittone accerta che la produttività media delle due ruote esistenti, ottenuta in via sperimentale e confermata dal mugnaio, è di 12 emine di frumento giornaliere, pari a circa 200 kg. Essa è la sola su cui contare con sicurezza, poiché si basa sul potenziale dinamico dello stagno, l'unico regolare e sempre disponibile. Con gli scoli delle bealere superiori la capacità di macina ovviamente aumenta, ma solo per otto o nove mesi l’anno, ed essi non sono sufficienti per far girare con continuità un numero maggiore di ruote. Il declivio esistente tra le balconere dei due opifici consentirebbe di aumentare di circa un piede il salto tra le due ruote attuali del molino; in tal modo, prolungando il fabbricato verso ponente, un volume d’acqua adeguato potrebbe alimentare sia una nuova ruota da porsi a monte di  quelle attuali, sia una quarta, del tipo a davanoira, a valle, tutto ciò senza creare intralcio al follone. Tuttavia il volume delle acque disponibili permette di aggiungere la sola davanoira e volendo invece installare due ruote idrauliche sarà d’obbligo sfruttare completamente salto ed acqua del follone. Data la poca acqua, le quattro ruote da macina dovranno essere collocate necessariamente in sequenza; in alternativa le due nuove potrebbero essere erette nell’edificio della follatura, dopo le ristrutturazioni del caso e la rimozione degli ordegni esistenti. La demolizione del fabbricato non è quindi inevitabile ed questa l’opzione caldeggiata dal Vittone. Ma comunque si voglia operare, sia che si abbatta l'edificio del follone, sia lo si utilizzi per il nuovo molino, non vi è alternativa all’esproprio: il sig. Depaoli dovrà in ogni caso restituire siti e acque a suo tempo concessigli. (49)

Gli atti d'appello. La Città ricorre contro la sentenza di primo grado con rescritto datato 16 gennaio 1750, in cui ribadisce la necessità e l’urgenza di potenziare il molino della molinetta, nonché l’impossibilità di farlo senza espropriare sito e diritti d’acqua del Depaoli. La chiave dell’appello rimane necessariamente la difesa dell’interesse generale, tanto della Città quanto dei privati. A tal fine vengono prodotte ulteriori testimonianze raccolte in un documento a "capitoli" ed una nuova relazione dell’ing. Carlo Antonio Busso. Contestualmente viene rinnovata l’offerta di acquisto del follone sulla base del valore da stimarsi. Il Depaoli la respinge, contestando anche l’ammissibilità dei capitoli, e la causa continua.

I "capitoli"

I “capitoli” costituiscono un promemoria articolato delle ragioni portate dalla Città in appello, confermate ed argomentate dalle testimonianze giurate del funzionario preposto ai molini della Città, Piero Antonio Bollano, del molinaro della Molinetta, Giuseppe Bauducco, del mercante Carlo Gallino ed dei massari Michele Antonio Gallino, (cascina del conte Lodi) Tommaso Vaudagnotto, (cascina del conte Nappione) e Felice Bernardo (cascina del conte Lodi).

Esso verte su cinque punti così sintetizzabili:

  1. Gli abitanti delle regioni comprese tra il Po e Moncalieri, quali il Drosso, Borgaretto, Lingotto, Millefiori (sic) ed altre, da anni portano le loro granaglie ai molini di Orbassano, Moncalieri e di altri comuni in palese violazione del diritto esclusivo di macina che compete alla Città.

  2. La Città tuttavia non può obbligarli al rispetto di tale diritto, se non a prezzo di oneri e disagi assai gravosi, a causa della distanza che separa le loro abitazioni dai propri molini.

  3. Quello della Molinetta è il solo impianto municipale di cui essi possano comodamente servirsi.

  4. Tale molino è però dotato di due sole ruote, che sono insufficienti per soddisfare la domanda di macina, e ciò anche in seguito al forte incremento della popolazione degli ultimi anni.

  5. Risulta quindi imprescindibile aggiungere altre due ruote alla Molinetta sfruttando salto e acqua del follone del sig. De Paoli, nonchè quella delle fontane inferiori. Soltanto in questo modo sarà possibile produrre in loco tutte le farine per gli abitanti e ripristinare i diritti della Città.

Le dichiarazioni allegate ai capitoli offrono anche una viva testimonianza della quotidianità contadina del tempo. Gli intervistati lamentano all’unanimità la lontananza e le capacità insufficienti dei molini municipali. Ai Molassi di borgo Dora, del Martinetto e “del Pillone” (della Madonna del Pilone) essi “non puonno il più delle volte avere le loro granaglie macinate per il rifiuto che li viene fatto da molinari di macinare, attesa la gran quantità de concorrenti e pocche ruote de Molini” e “non si può per qualunque preghiera ottenere dai molinari di macinare”. Soprattutto in estate ed autunno, ammettono di essere costretti ad andare abitualmente a macinare a Moncalieri, Orbassano, Grugliasco, Stupinis, Beinasco e qualcuno addirittura al Villaretto. La distanza è un problema ma altrettanto lo sono i tempi di attesa. Spesso è impossibile esser serviti subito, si aspetta a lungo il proprio turno, oppure si devono lasciare i sacchi in deposito per più giorni. Ciò obbliga a percorrere la strada due volte ed a sospendere i lavori nei campi con grave danno, soprattutto per i lavoratori a giornata, costretti a perdere la paga. Un testimone dichiara che “se si dovesse aspettare la comodità dei molinari sarebbero più e più particolari costretti apperir di fame, e lasciar andare incolti li beni”. Parimenti è sottolineata l’estrema utilità del molino della Molinetta, senza dubbio il più comodo tra quelli municipali, ma al contempo è riconosciuta l’insufficienza delle due sole ruote esistenti. La domanda insoddisfatta è molta ed il mugnaio stesso ammette che a causa della poca acqua e delle poche ruote è costretto a mandare spesso a macinare altrove, e che “quelli che è costretto mandar via sono quasi più di quelli che riesce a soddisfare”. A suo parere le ruote necessarie sarebbero ben cinque. Tutti riconoscono che per aumentare il potenziale del molino non vi è altro mezzo che usare salto ed acqua del follone del sig. Depaoli. In tal quadro la Città, dal suo canto, non può far rispettare le proprie prerogative con la forza e non per mancanza di autorità, ma perché è in gioco la produzione del pane e quindi la sopravvivenza stessa dei cittadini. In ultimo è opinione generale che la situazione si sia aggravata di molto per “la gran quantità di popolo occorsa" e il gran numero di “cittadini e forestieri”, ed in particolare dei fittavoli, che si sono stabiliti nella Città e nel suo finaggio” negli ultimi anni. (50)

L’ing. Busso, nella relazione datata 8 febbraio 1751, è ancora più categorico circa le ragioni dell’esproprio e l’impossibilità di risparmiare il follone. A suo avviso la Città “non ha né può avere in alcuna maniera acqua viva d’aggiungere al detto suo molino della Molinetta”, poiché le acque della bealera di Grugliasco, della Becchia, della Cossola e della Giorsa, derivate dalla Dora nei comuni di Alpignano, Pianezza e Collegno, sono da sempre usate tutte per irrigare campi e prati di Torino e Grugliasco. Esse appartengono a consorzi privati e la Città non ne può disporre. La loro distribuzione avviene “come stabilito per ogn’ora, in modo che terminata la quota di tale distribuzione si ripiglia l’altra", proseguendo in tal modo finchè tutte le utenze sono servite. Il mulino è tra queste ma non può contare sul completo apporto di tali acque nemmeno in inverno. In particolare gli scoli della Becchia, anche in tale stagione, sono largamente utilizzati a discrezione e bisogno delle cascine del conte Verasio di Costigliole e della vedova Richelmi. Il Busso conferma quindi che tali acque non possono garantire il regolare giro delle ruote esistenti e quindi ancor meno di quelle previste. Egli esclude infine di poter sfruttare a vantaggio del molino le acque estratte dalla ficca della Pellerina, sia perché appena sufficienti al moto dei molini di Dora e degli altri edifici della Città e di S.M., al servizio della Cittadella, all’irrigazione della tenuta del Valentino ed agli altri usi preposti, sia perché il declivio non è sufficiente per tracciare un nuovo canale per condurle alla Molinetta. (51)

Gli accordi. Pur procedendo il contenzioso per via legale, le parti parallelamente trattano per chiuderlo in via amichevole. L’accordo è raggiunto nella primavera del 1752, su una base economica ben differente da quella inizialmente proposta e fermamente respinta da Lorenzo Depaoli. La Città gli riconoscerà ora, oltre al valore della fabbrica, anche il danno dovuto alla sua dismissione, che include i mancati utili della follatura svolta sia in proprio che in conto terzi, stimato in 400 lire annue, nonché quello attribuito alla difficoltà di trovare un nuovo sito provvisto di acqua limpida di sorgente. La somma complessiva pattuita ammonta a lire 5.500. L’atto notarile del 28 giugno 1752 formalizza l'accordo, annulla ogni obbligazione precedente e sancisce la “retrocessione fatta dai sig.ri fratelli De Pauli a favore dell’Ill.ma Città di Torino “, che acquisisce “fabbrica, e fabbriche del follone, e tingeria in detto sitto fatta fabbricare, ed attualmente esistenti in detto sitto al di sotto del molino della Molinetta … colle altre fabbriche, boscami, ed ordegni inservienti al salto, et uso dell’acqua per detto follone colla sola riserva e facoltà ad essi sig.ri Depaoli di poter esportare da detta fabbrica del follone li mobili et arnesi non infissi, né affissi, e separabili, et inservienti all’esercizio del medesimo follone pel follamento dei panni”. Gli eredi Depaoli dal canto loro rinunciano in toto ai diritti acquisiti con le patenti del 1720 e con la concessione del 1721. (52)

Conclusa la vicenda giuridica, l’ampliamento della Molinetta procede speditamente. Ricevuto quanto dovuto, gli eredi Depaoli sgomberano la fabbrica e consegnano le chiavi alla Città. (53) I lavori al molino sono eseguiti in economia già nell’estate (54) ed a fine settembre “le nuove ruote sono giranti”. (55) Gli Ordinati del 29 settembre confermano che il follone è stato quasi completamente demolito. Il molinaro suggerisce che i materiali di risulta e parte delle fondamenta siano impiegati per costruire una stalla dotata di tettoia “per il ricovero delle bestie che vengono cariche al suddetto molino”. La spesa stimata è modesta ed ammonta a sole 450 lire. Il Consiglio municipale approva perché "in tal modo vengono impiegati li materiali, quali puonno deperire”. (56) Tuttavia per raggiungere la piena funzionalità i molini richiederanno un’ulteriore intervento. L’ispezione guidata dal Vicario nei primi mesi del 1753 accerta che le due ruote erette al molino inferiore funzionano regolarmente, ma producono un rigurgito che ferma il giro di una di quelle del molino superiore. La Congregazione autorizza quindi la Ragioneria a far abbassare di poco le due nuove ruote. La spesa richiesta è modesta, stimata tra le 150 e le 200 lire, considerati i costi dei materiali, delle maestranze, del falegname e del mastro da muro. (57)

(Continua)
 
NOTE
  1. ASCT, Ordinati della Città di Torino del 10 aprile 1597, p. 26v.

  2. Per antico diritto risalente al 1475, i torinesi doveveno obbligatoriamente macinare i loro grani presso i molini municipali. La richiesta testimonia anche la ripresa demografica dell’agro metropolitano, e di quello meridionale in particolare, storicamente meno abitato di quello che si estendeva a settentrione ed a occidente della città.

  3. Talora anche Pratochiosso o Prachioso, probabilmente derivanti dal toponimo medioevale di Pratoclauso. Altro toponimo locale che compare nella documentazione storica è Pietra Ficha. La regione Porcaria prende il nome dalle due cascine di proprietà del Capitolo di S. Giovanni Batttista di Torino (Porcaria grossa e piccola) poste a circa un miglio da Torino sopra la strada di Pinerolo (ora via Nizza).

  4. ASCT, Ordinati, 10 aprile 1597, pag. 26v.

  5. ASCT, Ordinati, 26 ottobre 1597, pag. 72r.

  6. ASCT, Ordinati, 19 gennaio 1603, pag. 14v.

  7. ASCT, Ordinati 18 agosto 1665, p. 99v.

  8. ASCT, Ordinati 21 settembre 1669, p. 343r.

  9. ASCT, 14 gennaio 1772, p. 54r. - Il fatto è confermato dai Consegnamenti dei beni della Città di Torino del 22 ottobre 1674, che censiscono “un molino posto nella regione detta in Porcaria nominato la Molinetta, con casa e stagno d’acqua, d’una ruota a secchia”. (ASCT, Consegnamenti della Città di Torino - 1674, CS 1172,  p.28).

  10. ASCT, Ordinati, 29 marzo 1684 - p. 80v.

  11. ASCT, Ordinati, 24 luglio 1685, p. 105v.

  12. Ossia presso i molini natanti di Cavoretto, abitato al tempo non incluso nel perimetro torinese, e collocabili sulla riva destra del Po in corrispondenza della strada collinare degli Alberoni.

  13. ASCT, Ordinati 13 maggio 1686, p. 98v e segg..

  14. Gli Agostiniani scalzi si sono trasferiti nel convento di S. Carlo nel 1612. Il monastero era adiacente alla chiesa di S. Carlo nella piazza omonima. Il follone era impiegato per la battitura dei panni in lana da trasformare in feltri.

  15. ASCT, Ordinati 29 settembre 1716, p. 131r.

  16. AST, Sez. Riunite, Controllo Generale Di Finanze, Patenti e Biglietti poi Patenti, 2-2

  17. AST, ivi

  18. ASCT, Atti Notarili 1751/52, vol. 130, p. 138.

  19. ASCT, Ordinati 1721, p. 10-11.

  20. ASCT, CS 3941.

  21. ASCT, Ordinati 1721, p. 57.

  22. ASCT, Atti Notarili 1721-22, Vol. 96, p. 41 e segg.

  23. ASCT, CS 2722.

  24. ASCT, Ivi

  25. Dagli atti della causa che oppone la Città di Torino a Lorenzo Depaoli, figlio di Jan e suo successore nella conduzione della fabbrica, si desume che l’impianto dal 1 marzo 1725 al 13 luglio 1747 avrebbe follato 2.108 pezze, pari quindi ad una media di 96 annue. Tuttavia il Depaoli sostiene di aver lavorato lo stesso numero di pezze negli ultimi due anni e quattro mesi. Per quanto egli abbia buone ragioni per gonfiare la produzione, la differenza tra i due dati è troppo grande per desumerne informazione attendibili. Cfr. ASCT, CS 2272, Sommario nella causa della Città di Torino contro il sig. Lorenzo Depaoli.

  26. Sempre secondo testimonianza di Lorenzo Depaoli. Cfr. ASCT, CS 2272, Sommario... cit.

  27. Ad esempio, dagli Ordinati del 29 settembre 1727 risulta che “da tempo immemorabile il molino della città detto della Molinetta ha sempre avuto una sol ruota, qual girando con le acque sorgenti del stagno detto di Millefonti può dirsi quasi inutile”. Anche la ruota del follone risulta ferma per la maggior parte dell’anno nonostante l’apporto dei ruscelli a valle del molino, ed anche quando gira il suo lavoro “è imperfetto per non aver acqua a sufficienza”. Cfr. ASCT, Ordinati 29 settembre 1727, pag. 134

  28. ASCT, Ordinati 21 marzo 1714, p- 28v.

  29. ASCT, Ordinati 29 settembre 1727, p- 133r.

  30. Il termine di origine dialettale indicava un passaggio che formato per attraversare un fosso, ed accedere ad un campo o ad altra proprietà, abbassandone le sponde e alzandone il fondo. Era usato solo su fossi scolatori, perché diversamente la lapola avrebbe impedito il libero corso delle acque destinate all'irrigazione.

  31. ASCT, CS 2031.

  32. La proprietà di Gioanni Fecia è collocabile nell’area dell’odierna piazza De Amicis, nel punto di incrocio di via Nizza e C.so Dante.

  33. ASCT; Ordinati 28 agosto 1728, pag. 199

  34. Innanzitutto lo scavo della bealera, inizialmente previsto a carico degli affittavoli del molino, in quanto principali beneficiari, sarà a carico del Comune. Per l’attraversamento della strada di Moncalieri non verrà costruito un ponte, masolo una lapola. Inoltre il Fecia rinuncia il canone annuo e perpetuo (che la municipalità riteneva comunque  troppo oneroso e avrebbe preferito sostituire con una somma una tantum) mantenendo in cambio pieni diritti e priorità nell’uso degli scolaticci. Tale uso è subordinato alle esigenze irrigue di orti e prati della tenuta e il proprietario si riserva il diritto di annullare l’accordo se creasse danno o pregiudizio ai suoi interessi, rimborsando la municipalità soltanto di quanto pagato per l’acquisto dei terreni. (Cfr. ASCT, Ordinati 11 dicembre 1728, p. 255; CS 5681; Scritture Private vol. 6, p. 273) Gioanni Fecia motiva la rinuncia al “puro fine di compiacer la Città”, ma il drenaggio dell’acqua che ristagna nei fossi laterali della strada di Moncalieri costituisce anche per lui la soluzione di un problema.

  35. ASCT, Ordinati 11 dicembre 1728, p. 255. L’esborso finale sarà maggiore: l’estratto conto del Tesoriere della Città per l'esercizio dell'anno 1728 del 24 dicembre 1728 registra il pagamento di “lire 704 soldi 10 denari 9” effettuato dalla Città a favore del sig. Pietro Fecia per i siti occupati dalla nuova bealera, comprendenti anche il rimorso di altre spese sostenute per la stessa descritte ed estimate nella fede del perito Massone. Cfr. ASCT, CS 2030.

  36. Secondo la Relazione di visita fatta dal sig. Architetto Rocca del 1744, tale spesa, in aggiunta alle le frequenti riparazioni che il canale richiede, ammonta a circa 250 lire annue. Cfr. ASCT, CS 2045.

  37. Se ne ha traccia ad esempio negli Ordinati del 2 luglio 1742, da cui si apprende che i fossi laterali della strada sono stati rotti dagli scolaticci destinati alla Molinetta e se ne ordina la riparazione. Cfr. ASCT, Ordinati 1742, pag. 60.

  38. Cfr.  Relazione di visita fatta dal sig. Architetto Rocca.. cit.

  39. Cfr. ASCT, Ordinati 1744, pag. 48.

  40. Cfr. ASCT, CS 2045.

  41. Il problema è reale. Gli abitanti di Mirafiori, Lingotto e Borgaretto, accusati di aver eluso l’obbligo di macina presso i molini municipali in esplicita violazione dei bandi campestri del 23 marzo 1747, si difendono sostenendo che il molino della Molinetta non è in grado di servirli completamente. Esso è spesso fermo per mancanza d’acqua e comunque distante diverse miglia; inoltre è difficile da raggiungere quando le acque del Sangone si ingrossano. Anche il molino di Dros [del Drosso], presso cui la Municipalità aveva concesso loro di macinare, è andato distrutto e non è più stato ricostruito. (Cfr, [ASCT, Ordinati 29 settembre 1748, p. 104) L’Amministrazione non è sorda a queste ragioni. Esse sono alla radice dell’azione legale intentata verso il Depaoli; qualche mese più tardi essa autorizzerà temporaneamente i particolari delle regioni in questione a produrre le loro farine fuori del territorio torinese. (Cfr, ASCT, Ordinati 20 maggio 1749, p. 39).

  42. Cfr. ASCT, Ordinati 3 giugno 1748, p. 62,

  43. Il cognome della famiglia risulta ormai italianizzato e, come di consueto, in forme diverse. Depaoli e De Paoli sono tra quelle usate, indifferentemente, nei documenti; per semplicità verrà qui sempre riportata la prima.

  44. Cfr. ASCT, Atti Notarili 1721-22 Vol. 96, pag. 41 e CS 272, Sommario della causa della Ill.ma Città di Torino contro il il sig. Lorenzo Depaoli, 1749-52.

  45. Con Reggio Viglietto del 9 aprile 1732 S.M. "per non pregiudicare le altre Arti stabilite in città, ha ordinato al suddetto Consiglio di far trasportare fuori di Torino tutte le fabbriche di stoffe di lana, eccettuata quella dello Spedale della Carità".

  46. Cfr, ASCT, Sommario... cit.

  47. Cfr. ASCT, Sommario... cit.

  48. Deliberata dalla Congregazione nella seduta del 14 maggio 1749 e conferita con ordinanze del 24 luglio 1749 e del 21 agosto 1749.

  49. Cfr. ASCT, Sommario... cit.

  50. Cfr. ASCT, Sommario... cit.

  51. Cfr. ASCT, Sommario... cit.

  52. Cfr. ASCT, Atti Notarili 1751/52 vol. 130, 28 giugno 1752, p. 138, (r. Marchetti).

  53. Cfr. ASCT, Ordinati 29 luglio 1752, p. 72r.

  54. Cfr. ASCT, Ordinati 21 agosto 1752, p. 76r.

  55. Cfr. ASCT, Ordidinati 29 settembre 1752, p. 87r.

  56. Ivi.

  57. Cfr. ASCT, Ordinati 21 aprile 1753, p. 30.

Ultimo aggiornamento della pagina: 07/12/2019

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