I molini della Molinetta

6. LA DISMISSIONE E LA FINE

DEI MOLINI

     Le aperture economiche di Carlo Alberto cambiarono il quadro giuridico-amministrativo entro cui la Città gestiva i suoi molini. Il 1 gennaio 1847 venne abolita la “bannalità coattiva e personale”; ossia l’obbligo per i torinesi di servirsi dei i molini municipali per produrre le farine. La liberalizzazione della molitura mise in crisi i vecchi impianti ora alle prese con la concorrenza; in particolare quella dei moderni molini “anglo-americani” capaci di rese maggiori e di prodotti di migliore qualità. (1) Nell’immediato la Città puntò su locazioni di lungo periodo, ma spesso le aste andarono deserte ed anche quando ciò non accadde si spuntarono canoni assai modesti. (2) In questo quadro venne intrapresa la strada, ormai inevitabile, delle cessioni.

LA VENDITA DELLA PESTA DA CANAPA

     Alla Molinetta la prima ad essere dismessa fu la pesta da canapa. Come si è visto, si trattava di un impianto semplice e di natura preindustriale che non godeva di ragioni d’acqua perenni, potendo contare soltanto sugli scoli delle bealere superiori ma non anche sulle risorgive, le quali scaturivano a valle del suo salto. Utilizzando le acque residue delle irrigazioni, in estate il suo lavoro era incerto, ed in inverno era d'obbligo vigilare, con grandi difficoltà, affinché gli scoli non fossero deviati a favore degli utilizzatori a monte. Il potenziale dinamico dell'opificio era dunque modesto e discontinuo e ne limitava di molto il valore. Per ammissione stessa della Città esso creava più problemi che vantaggi. Nella deliberazione di vendita del 16 novembre 1868 si riconosceva che «l’utile ricavabile è assai limitato e la sua annessione ai molini riesce più di incaglio che di facilitazione alla loro locazione». Non stupisce quindi che la proposta d’acquisto formulata dalla ditta dei F.lli Lanza venne accolta di buon grado. (3)

La gara d'asta. Come d’obbligo, la vendita «dell’edificio con caduta d’acqua inserviente a maciullatore di canape, con terreno annesso, di proprietà della Città, situati in coerenza del molino della Molinetta, in territorio di Torino» è subordinata ad asta pubblica. L’appuntamento viene fissato alle due pomeridiane del 30 luglio 1869 a Palazzo civico; la base di partenza è fissata in L. 6000, con rilancio minimo di lire 20.

L’incanto sarà poco più di una semplice formalità. Il Regolamento ne subordina la validità alla partecipazione di almeno due concorrenti e si presentano il sig. Giuseppe Carelli e Michele Lanza, figlio del cav. Vittorio, a nome e per conto della ditta di famiglia. La gara si svolge secondo il metodo “delle licitazioni orali all’estinzione di candela vergine”, per cui il tempo delle offerte sarà scandito dall’ardere di almeno tre candele. (4) La competizione sarà breve: Giuseppe Carelli «durante il lume della prima candela» aumenta l’offerta di L. 20, subito ribattuta a L. 6.040. Nessuna ulteriore offerta arriva durante la combustione delle due candele successive; né viene proposto l’aumento del “vigesimo”

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Avviso d'asta pubblica per la cessione della pesta da canapa municipale alla Molinetta.

nei quindici giorni seguenti, (5) e «nel meriggio del 14 agosto» i Lanza si aggiudicano in via definitiva l’opificio. Il 21 agosto 1869 viene redatto l’atto che sancisce ufficialmente il passaggio di proprietà. (6)

LA CESSIONE DEI MOLINI

     Il 12 giugno 1872 il Consiglio Comunale decreta la definitiva dismissione dei molini della Molinetta. L’operazione riguarda l’intera proprietà municipale, le cui coerenze sono definite: «a levante del sig. Moise Malvano, a giorno dello stesso Malvano e dei fratelli e sorelle Darbesio, a ponente dai predetti Darbesio e dalla Ragion di Negozio F.lli Lanza, ed a notte di questa e di Agostino Figari». (7) Nella fattispecie il lotto comprende:

  • I due fabbricati ad uso di molini detti "superiore" ed "inferiore". Il superiore con due ruote idrauliche che danno moto a due palmenti; l’inferiore con due ruote che danno moto a tre palmenti.

  • I locali superiori ad uso di abitazione, stalla, cantina, caso da terra, terreni annessi per orto, prati e ripe boschive.

  • I due bacini ove si raccoglie l’acqua prima di arrivare alle ruote.

  • Un terreno al momento affittato entro cui sta un serbatoio per deposito di sanguisughe.

  • Tutti i terreni e le ripe boschive di pertinenza dei molini.

​      Anche in questo caso la deliberazione segue ad una proposta d'acquisto della Ditta Lanza. L’Ufficio d'Arte si esprime a favore poiché il reddito generato dall’affitto dello stabile - al netto di passività, imposte e spese di manutenzione - è ormai poca cosa. Tuttavia questa volta la contesa sarà ben più dura ed onerosa.

Il primo incanto. L’asta è convocata il 4 novembre 1872. All’appuntamento si presentano i signori Bertolino Raimondo, Genta Michele, Ordì Felice, Pautasso Giuseppe ed il cav. Vittorio Lanza. La base di partenza sarà di L. 15.000 con un incremento minimo di L. 100, si seguirà la procedura delle “tre candele”. Apre la sfida il sig. Pautasso che sul lume della prima candela aumenta l’offerta di L. 100; risponde sulla terza il sig. Genta portandola a L. 15.200. La gara prosegue. Si accende la quarta candela, dichiarata ora prima candela vergine, e l’Ordì sale a L. 15.300; il Genta rilancia a L. 15.400 nel corso della seconda candela vergine; sulla terza l’Ordì risponde con L. 15.500. Nessuno si spinge oltre e, spenta la quarta candela, Felice Ordì “viene proclamato seduta stante deliberatario della vendita”. Tuttavia l’assegnazione diverrà definitiva soltanto dopo i cosiddetti “fatali”, ossia i successivi 15 giorni entro cui sarà possibile formulare una nuova offerta maggiorata di un quinto. Il termine scade il pomeriggio del 19 novembre ed il giorno precedente i Lanza offrono L. 16.275: si riaprono i giochi ed il nuovo incanto viene fissato il 5 dicembre.

 

Il secondo incanto. Alla nuova convocazione rispondono i signori Avenati Antonio, Accastelli Ubertino, Daneo Giuseppe Ludovico Ordì (quale procuratore speciale del figlio Felice), Pautasso Giuseppe ed il cav. Vittorio Lanza. L’incremento minimo di prezzo di L.100 è confermato. Il regolamento prevede che qualora le tre candele preparatorie si spengano senza alcun rilancio si aggiudicherà in via definitiva la gara chi ha formulato l’aumento del vigesimo; così non accade e ci sarà battaglia. Sulla prima candela il sig. Avenati sale subito a L. 16.475, su quello della seconda il sig. Ordì ribatte a L. 17.100 e su quello della terza l’ Avenati replica con L. 17.500. La competizione entra nel vivo. Arderanno ancora ben 16 candele, durante le quali i signori Accastelli, Avenati, Daneo Ordì, e Lanza si sfideranno con reiterati rilanci; sul lume della diciassettesima Vittorio Lanza offre L. 24.200. È l’ultimo prezzo: la diciottesima candela si spegne nel silenzio della sala e l’asta si conclude. L’acquisto è formalizzato con pubblico istrumento il 12 dicembre successivo. Vittorio Lanza alla fine si aggiudica i molini, ma le oltre ventiquattromila lire sborsate superano di due terzi la proposta iniziale.

EPILOGO

      Dopo quasi 400 anni la Città di Torino ha così ceduto i molini della Molinetta. Il loro possesso risultava ormai anacronistico, come anacronistici erano loro stessi. Una volta inglobati nelle proprietà dei Lanza se ne perdono le tracce, lasciando spazio al più a qualche congettura.

  • È facile immaginare che gli acquirenti fossero interessati soprattutto ai terreni ed all’acqua del canale, sia per il potenziale dinamico, sia per smaltirvi gli scarichi. Sulla scorta dell’analisi cartografica parrebbe che i due opifici abbiano cessato presto le loro funzioni e in ogni caso entro la fine del secolo. (8)

  • Il canale della Molinetta invece sopravvisse, pur tra il dilagare urbano. Nel 1883 la ditta Lanza ne rilevò entrambe i rami. L’operazione chiuse una vertenza che si trascinava da tempo, relativa al canone di concessione che la Società ancora pagava. A margine della questione vale la pena osservare che l’Ufficio d’Arte in tale occasione riconosceva che, dopo la dismissione dei molini, la Città non aveva più interessi da tutelare fuori la cinta daziaria. L’accordo in ogni caso fruttò alle casse municipali L. 5.000. (9)

  • Il vecchio canale pare essere giunto fino alla costruzione dell'Ospedale. Tra i beni ceduti dalla Ditta e dalla famiglia Lanza compaiono infatti sia «il diritto di 2 ore d’acqua derivate dalla bealera Cossola e Colleasca» (10); sia «i canali […] che traducono le acque agli opifici della Società stessa […] nello stato in cui si trovano, a partire cioè dalla Stradale di Nizza per il ramo destro ricevente gli scoli della bealera Cossola e dalla Strada di Circonvallazione alla soppressa Cinta Daziaria per il ramo sinistro, riceventi gli scoli della bealera Pissoira». Inoltre gli accordi riservano all’Azienda la facoltà di occupare sino alla fine di dicembre  del 1916 lo stabilimento e le relative dipendenze, nonché di disporre della forza idraulica di propria competenza, confermando così l’utilizzo del canale fino alla fine delle attività. (11)

 La costruzione dell'Ospedale in ogni caso cancellò ogni traccia dei vecchi molini e delle bealere della Molinetta e d'altra parte un moderno molino elettrico serviva già da tempo gli abitanti della zona.

UN TERZO MOLINO DELLA MOLINETTA?

Gli atti di vendita dei terreni per la costruzione del nuovo ospedale includono un molino ad acqua e una sega idraulica, entrambi collocati in via Molinetta 25, del rispettivo valore di L. 866,67 e L. 2717,34. Le cifre assai modeste lasciano supporre si trattasse di piccoli impianti, in particolare il molino; il maggior valore attribuito alla sega pare giustificato dalla forza motrice di cinque cavalli di cui dispone. (a) La presenza di un mulino da granaglie nella zona, pur non definita esattamente nel tempo e nello spazio, è confermata da altra fonte, secondo la quale esso era alimentato da una bealera che scorreva nel sottosuolo della vicina via Tepice. (b)

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Fonte: ASCT, Tipi e Ddisegni  64.8.70_1

L’analisi cartografica suggerisce che gli opifici in questione non siano i vecchi molini: nella "planimetria censimentaria" del 1892 i primi si collocano nell'area evidenziata, sensibilmente più a monte di quelli originari; si può ipotizzare che i molini siano stati riposizionati all'interno di un precedente opificio idraulico posto di fronte alla fabbrica Lanza. (c) Sega e molino sarebbero stati così alimentati dal canale della Molinetta, e principalmente dal ramo di destra, il cui tracciato era compatibile con il transito in via Tepice. Il trasporto sarebbe forse attribuibile al forte inquinamento dovuto allle acque reflue della produzione di candele e saponi  scaricate nel canale.

NOTE

(a) Cfr. ASCT, Registro delle Mutazioni n° 58004.

(b) Garzaro Stefano, Nascimbene Angelo, Barriera di Nizza-Millefonti: dalle Molinette a Italia 61 e al Lingotto, Graphot, Torino, 2010, p. 39.

(c) Nel 1836 tal Giovanni Merlino ottenne concessione per installare una ruota idraulica per la «macina delle terre da maiolica e dei marmi» in un fabbricato di fronte all’opificio che diventerà il nucleo originario dello stabilimento Lanza. La ruota non venne poi eretta, ma l’autorizzazione testimonia la fattibilità del progetto. Il caso verrà trattato nella terza parte della storia dei mulini della Molinetta, in preparazione.

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NOTE
  1. Cfr. Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 2, p. 139.

  2. Il 21 ottobre 1846 la Città di Torino deliberò l’affitto tramite pubblico incanto dei suoi molini per un periodo di nove anni, previsto inizialmente dal 1 novembre 1847 al 31 ottobre 1856. L’appalto venne diviso in otto lotti che sarebbero stati battuti in blocco. All’asta del 1 settembre 1847 non si presentò nessuno. Si ripiegò sulle singole locazioni, ma solo i molini del Martinetto, di Grugliasco e di Lucento furono assegnati. Cfr. ASCT, Ordinato degli Atti di Incanto e di Deliberamento per l’affittamento dei Molini della Città di Torino del 18 ottobre 1847, Scritture Private 1847, vol. 49.

  3. Per la ricostruzione della vicenda si veda: ASCT; Atti Notarili 1869, vol. 58. - La fabbrica di candele steariche e saponi dei f.lli Lanza si era da poco trasferita dalla vecchia sede di Porta Palazzo alla Molinetta; l'Impresa aveva  raggiunto ormai dimensioni considerevoli ed era alla ricerca di forza motrice idraulica. (La questione verrà trattata nella terza parte della storia dei molini della Molinetta, in preparazione).

  4. Secondo tale metodo, detto anche “delle tre candele”, le offerte dovevano essere pubbliche e presentate verbalmente, dichiarando aggiudicatario il partecipante la cui offerta non fosse superata da altra nel tempo necessario all’ardere di tre candele accese una dopo l’altra, pari a circa tre minuti. L’incanto sarebbe stato dichiarato deserto se le prime tre candele si fossero spente senza alcun partito, o in presenza di meno di due concorrenti.

  5. L’eventuale aggiudicazione era tuttavia provvisoria: qualora nei quindici giorni successivi fosse formulata una nuova offerta maggiorata di almeno un quinto dell’ultimo prezzo battuto, un “vigesimo”, si sarebbe riaparta la gara sulla base di tale prezzo. Ovviamente se la gara fosse andata deserta sarebbe stata confermata la vittoria del primo aggiudicatario.

  6. Cfr. ASCT; Atti Notarili 1869, vol. 58, cit.

  7. Cfr. ASCT, Atti Notarili 1872, vol. 61. Salvo diversa indicazione, tutte le informazioni relative alla cessione sono tratte da questa fonte.

  8. Gli atti di vendita alla città di Torino di beni e terreni necessari per la costruzione del nuovo nosocomio includono un molino ad acqua e una sega idraulica con forza motrice di cinque cavalli. I documenti non forniscono ulteriori informazioni, salvo che entrambi gli impianti si trovano in via Molinetta 25 ed il loro valore è stimato rispettivamente pari a L. 866.67 e L. 2717.34. [Cfr. ASCT; Atti Notarili 1913, vol. 89, p. 206 e Atti Notarili 1916, vol. 93, p. 53) Rimane in dubbio se essi abbiano a che vedere con i molini protagonisti di questa storia, poiché le collocazioni nelle mappe catastali non corrispondono. Si può immaginare che essi fossero mossi dalle acque del canale passato tra le pertinenze dei Lanza e proprio per questo motivo non più soggetto ad autorizzazioni municipali rintracciabili negli archivi. Si può altresì ipotizzare che la segheria trovasse senso proprio nella fabbrica di candele, ma non così per il molino.

  9. Cfr. ASCT; Atti Pubblici 1883, p. 245.

  10. Cfr. ASCT; Atti Notarili 1913, vol. 89, p. 206 - Le due ore d'acqua dovrebbero essere correlate ad un vecchio fosso irriguo della cascina Gallo da cui partì l'avventura dei Lanza.

  11. Cfr. ASCT; Atti Notarili 1916, vol. 93, p. 53.

Ultimo aggiornamento della pagina: 11/04/2021