I molini della Molinetta

7. I PRIMI APPROCCI

MANIFATTURIERI 

(1830-1856)

Le bealere che attraversavano il quadrante torinese sudorientale, data la funzione principalmente irrigua, non erano adatte a produrre forza motrice e a promuovere l’insediamento industriale: le portate, già relativamente modeste all’origine, per loro natura si ripartivano in più rami dal potenziale dinamico limitato, a malapena sufficiente per le necessità di qualche attivi-

 

tà artigianale. Come si è visto, il canale della Molinetta, con la cronica mancanza d’acqua che ne caratterizzò perennemente l’esistenza, non costituì certo un’eccezione. Tuttavia, nel corso dell’Ottocento, la scarsità di energia ad uso dell’industria spinse qualche impresa a tentare di servirsi delle sue acque, magre e incerte.

LA CASCINA DETTA DELLA MOLINETTA

     Il passato industriale dell’area trova il suo fulcro in una cascina posta sopra lo stagno, la bealera e i molini, detta anch’essa della Molinetta. Il fabbricato compare forse per la prima volta nella Carta topografica delle Regie Cacce (1), risalente agli anni fra il 1760 e il 1766, e pare quindi anteriore, forse non di molto, a tale periodo. In un disegno del 1781, è indicata quale «cassina di Matteo Bianco» (2), e risulta costituita da un unico corpo di fabbrica che si affaccia su una corte chiusa da muraglie, come si osserva nell’estratto qui sotto.

1781_Cascina-Bianco-BIG-2.jpg

Nel cabreo del 1781 che raccoglie gli opifici municipali compare, forse per la prima volta, la cascina del sig. Mattia Bianco, detta "della Molinetta", circondata da ampi terreni. Essa si affaccia sull'avvalla-mento in cui si trovano lo stagno ed i molini.  La sua edificazione è ipotizzabile risalga al decennio 1760-1780. 

Fonte: ASCT, TD 17. 1. 15. (particolare)

     Nel 1790 Amedeo Grossi la descrive quale «La Molinetta, cascina dell'illustrissimo signor Conte Francesco di Costigliole d'Asti situata alla sinistra della strada di Pinerolo distante un miglio da Torino» (3). Il Catasto Gatti fornisce indicazioni più dettagliate circa la proprietà ai primi anni dell’Ottocento (4). Il podere si raggiunge attraverso la strada che conduce ai molini e appartiene a Giovanni Andrea Gallo. Cinque fabbricati, di complessivi 725 mq, si affacciano sui due lati della grande aia di 1.379 mq, in parte destinata ad orto. La “casa civile” del proprietario è affiancata da tre “case rustiche” e da un semplice “caso da terra” (5). I terreni circostanti sono adibiti  soprattutto ad orto e prato. Nel declivio che digrada verso il canale si piantano i gelsi e nella proprietà si pratica probabilmente la bachicultura. Il fondo, inoltre, è attraversato e servito da un fosso irriguo, che prende l'acqua dal canale della Molinetta.

 
VIVIANI E SCHIAPPARELLI

     Nel 1830, due farmacisti torinesi, Giovanni Battista Schiapparelli e Giuseppe Viviani, acquistano la cascina da Bernardino e Tommaso Gallo, figli ed eredi del defunto Giò Andrea, (6) per adibirla alla fabbricazione di prodotti chimici. Non sono noti i motivi della scelta del luogo, ma non deve stupire che un casolare fosse adattato alla produzione manifatturiera; durante la prima industrializzazione, non era infatti infrequente che si preferisse utilizzare edifici preesistenti piuttosto che costruirne fabbricati ad hoc. Nella cascina, i due farmacisti producono allume, olio di vetriolo, acido muriatico, cloruro di calce e altri composti farmaceutici. Al tempo, questi prodotti erano assai richiesti; generavano buoni utili soprattutto i disinfettanti, quali il cloruro di calce e l’acqua di cloro, impiegati per combattere il colera, allora endemico in città. Infatti, tra i clienti, non manca la municipalità torinese (7). Alla Seconda esposizione triennale dei prodotti dell’industria de’ Regi Stati, nel 1832, Schiapparelli e Viviani espongono «saggi di solfato d’allumina e potassa; di solfato d’allumina, potassa e soda; di solfati di chinina, di ferro e di magnesia; stemmi e cifre reali formati con solfati d’allumina di rame, con la corona in prussiato di potassa; acido solforico, acido nitrico preparato nei cilindri di ferraccia; acido muriatico fumante preparato nello stesso modo; soda fattizia, e carbonato di soda preparato con la soda fattizia» realizzati nella loro fabbrica. (8)

     Non vi è traccia di concessioni di forza motrice rilasciate allo Schiapparelli o al Viviani, i quali è ipotizzabile che si giovassero di macine e “peste” esterne, o ricorressero esclusivamente a strumenti manuali (9). Si può ipotizzare che per le lavorazioni utilizzassero l’acqua del fosso che attraversava la proprietà, ma non quella del canale. La partecipazione dello Schiapparelli alla comune impresa fu assai fugace e, già quattro anni dopo, nel febbraio del 1834, cedeva al Viviani la metà «dello stabile posseduto in comune, detto la Molinetta» al prezzo di L. 50.000 (10). Giovanni Battista Schiapparelli non rinuncerà però di certo all’attività imprenditoriale e diventerà infatti uno dei precursori della chimica italiana. (11) Giuseppe Viviani continuerà l’attività con un nuovo socio, tal Franco Elia, fino al 1835, e da solo fino alla cessione, avvenuta nel 1847. (12) Della loro attività resta traccia nell’Esposizione dei prodotti dell'industria dei Reggi Stati del 1838, dove i due espongono saggi di «solfato di magnesia, di rame, di ferro e di alluminio; soda fattizia; sapone all'uso di Marsiglia; cloruro di calce, acido solforico, acido nitrico, ed ammoniaca liquida» prodotti nella loro fabbrica. (13)

 
GIOVANNI MERLINO

     Risale al 26 maggio 1836 la prima concessione idraulica «fatta dalla Città di Torino di collocare una ruota, e di valersi pel giro di questa dell’acqua discorrente nel canale della Mulinetta» (14). Essa risulta rilasciata al signor Giovanni Merlino, che nella domanda si definisce «proprietario di stabili fuori le mura della Città al miglio lungo la strada reale di Nizza, regione Porcheria del Lingotto». La ruota è destinata a una “pesta” affittata a Giuliano Rossi, che la utilizzerà per la «macinazione delle terre, e marmi, necessarie alla fabbricazione di oggetti di majolica». Il Rossi ha trasferito, o intende trasferire, in un nuovo fabbricato attiguo a quello del Merlino il laboratorio delle  maioliche che possiede alla cascina Polar, nella regione Pellerina. (15) I documenti consentono di collocare gli stabili in questione sulla destra della strada che scende verso i molini: la ruota, infatti, verrebbe mossa dalla «bealera detta la Molinetta, che trascorre nei di lui beni e pendio, quasi di rimpetto alla fabbrica del Vetriolo dei F.lli Viviani […] che costeggia un di lui aratorio» (16).

Stab.-Merlino.jpg

Dal catasto Gatti di deduce che le proprietà che Giovanni Merlino detiene alla Molinetta sono piuttosto vaste e si estendono dalla strada di Nizza al fiume, con la sola eccezione dei terreni del Viviani e della sua fabbrica. I dati catastali permettono di collocare il fabbricato del Merlino (in rosso sulla mappa) sulla destra della strada che scende ai molini, lungo il canale da cui dovrebbe attingere l'acqua.

Fonte: Nostra elaborazione su ASCT, TD 17. 1. 15. (particolare)

     L’atto di concessione prevede che il canale della ruota entri nel fabbricato del Merlino restituendo l’acqua subito dopo l’uso. La costruzione sarà a carico del concessionario e sarà dotata di una balconera munita di due ventagli, uno per il canale dell’opificio, l’altro per quello della Città, che fungerà da scaricatore a impianto fermo. La ruota sarà del tipo a davanoira, avrà diametro di circa 3,5 m, larghezza compresa tra 78 e 100 cm e utilizzerà un salto di 1,028 m. Il naturale declivio del terreno (gli opifici municipali si trovano in un avvallamento scavato dal ruscellamento delle risorgive) conferisce al flusso una velocità rilevante, tuttavia, l’alimentazione irregolare (il documento contempla esplicitamente l’eventualità che il canale rimanga asciutto per diversi mesi l’anno nel periodo delle irrigazioni) limita il valore economico della concessione: il canone annuo è fissato a sole L. 80, anche in virtù della distanza di un miglio dalla città, che ne riduce ulteriormente il valore. Si stabilisce, comunque, di aumentare la quota dovuta alla Città a L. 120 qualora andasse in porto il progetto di portare alla Molinetta l’acqua della bealera di Grugliasco, attraverso un canale da costruirsi lungo la strada Reale di Nizza. (17)

 

      Giovanni Merlino, tuttavia, non riuscì a realizzare il suo progetto. Qualche anno dopo, nel 1839, egli chiese l’esonero dal canone fino ad allora inutilmente pagato, poiché la ruota non era ancora stata eretta; richiesta accordata dalla Ragioneria, una volta accertata la veridicità di quanto sostenuto. (18) Le ragioni della rinuncia non sono note, ma è probabile che siano riconducibili ad avversità economiche. Nello stesso anno, Merlino alienava infatti gran parte della proprietà. (19) La fine della sua avventura imprenditoriale troverà conferma più tardi, nel 1844, quando la Gazzetta Piemontese del 21 giugno pubblicherà la convocazione del «terzo e definitivo incanto degli stabili composti di fabbrica, con giornate 5, tavole 50 circa, propri di Giovanni Merlino, situati lungo lo stradale reale di Nizza, regione del Lingotto». (20)

 
GIO' PAOLO GAUTHIER

     Nell’ottobre del 1846, Giuseppe Viviani cede la fabbrica di prodotti chimici e 4,33 ha di giardini e prati di pertinenza a Giò Paolo Gauthier, per la somma di L. 60.000. (21) Il Gauthier è un artigiano noto in città, specializzato nella lavorazione dei metalli; si definisce il «successore del signor Filippo Cambiaggio» (un altro artigiano che aveva ricevuto, in passato, importanti commesse pubbliche) che detiene “privilegio” «per la fabbricazione del ferro vuoto» e «fabbricante di ogni genere di lavori in ferro e bronzo». Egli intende stabilire, nella proprietà acquistata al «cantone del Lingotto», il suo laboratorio, «per maggiormente allontanare i rami rumorosi dal concentrico della Capitale». A tal fine, chiede l’autorizzazione per una ruota idraulica destinata alla “soffieria” dello stabilimento, dichiarandosi disposto a sostenerne i costi, inclusi quelli per l’eventuale ricollocamento della ruota della pesta da canapa. (22)

     La ruota è approvata dalla Ragioneria. Il condotto per alimentarla avrà origine a monte, dove le bealere Pissoira e Cossola convergono nel canale dei molini, e scorrerà nei terreni del Gauthier parallelo alla strada dei mulini, restituendo l’acqua al piano della soglia superiore della ruota della pesta, senza alcuna dispersione; quest’ultima sarà ricollocata più in basso, per conservare una caduta accettabile. Il progetto ricalca dunque quello presentato dal Merlino, come pure il canone applicato, pari a L. 100, superiore di sole 20 lire a quello stabilito a suo tempo per il Merlino stesso. La scelta delle dimensioni della ruota è demandata invece al concessionario. Tale tracciato è preferito a un altro più breve, con presa dalla strada delle Molinette, che entrerebbe nello stabilimento dallo spigolo sudoccidentale, che, seppure non richieda lo spostamento della ruota della pesta, ridurrebbe il salto utile a soli 1.44 m (23)

     Tuttavia, una nuova livellazione eseguita nell’area dall’ingegner Barone accerta la possibilità di installare ben due ruote idrauliche, anziché la sola accordata, con l’ulteriore vantaggio di evitare sia le onerose spese previste per le trasmissioni del moto all’interno della fabbrica, sia lo spostamento della ruota della pesta. L’atto di concessione viene quindi riformulato e siglato il 17 dicembre 1846. Il dislivello utile complessivo, sfruttabile senza precludere il lavoro della pesta e dei molini, risulta di 4,28 m. Esso sarà diviso in due distinti salti di 3,18 m, e 1,10 m. Il canone annuo viene portato a L. 300, e precisamente a L. 200 per la ruota collocata sul salto maggiore e L. 100 per l’altra. La durata del contratto sarà di nove anni, dal 1° gennaio 1847 alla fine del 1855, con possibilità di revoca, da parte della Municipalità, alla scadenza del terzo e del sesto anno. ruota è approvata dalla Ragioneria. Il condotto per alimentarla avrà origine a monte, dove le bealere Pissoira e Cossola convergono nel canale dei molini, e scorrerà nei terreni del Gauthier parallelo alla strada dei mulini, restituendo l’acqua al piano della soglia superiore della ruota della pesta, senza alcuna dispersione; quest’ultima sarà ricollocata più in basso, per conservare una caduta accettabile. Il progetto ricalca dunque quello presentato dal Merlino, come pure il canone applicato, pari a L. 100, superiore di sole 20 lire a quello stabilito a suo tempo per il Merlino stesso. La scelta delle dimensioni della ruota è demandata invece al concessionario. Tale tracciato è preferito a un altro più breve, con presa dalla strada delle Molinette, che entrerebbe nello stabilimento dallo spigolo sudoccidentale, che, seppure non richieda lo spostamento della ruota della pesta, ridurrebbe il salto utile a soli 1.44 m. (24)

1846--Gauthier--Atti-Notarili-vol.-37-(a
Senza-titolo-2.jpg

La nuova concessione riprende le prescrizioni tecniche previste dal precedente accordo siglato con il Merlino. Il presente disegno, allegato all'atto di concessione, rappresenta l'assetto definitivo del piano. La presa del condotto adduttore sarà collocata nel punto contrassegnato dalla lettera A, costruendo un edificio di derivazione all’intersezione della strada di Nizza con quella della Molinetta, capace di intercettare, manovrandone opportunamente le saracinesche, le acque del ramo destro e sinistro del canale dei molini, del quale il nuovo condotto dovrà avere ampiezza almeno pari (1,50 m sul fondo), poiché ne convoglierà l’intero flusso. La planimetria dello stabilimento risulta ora ben diversa, pur mantenendo la struttura «a corte» della vecchia cascina. Nuovi fabbricati si sono aggiunti, raddoppiando almeno la superficie dell’edificato, e raggiungendo ora il filo della strada dei molini. La concessione non determina la forma e la dimensione delle due ruote, ma soltanto che la prima dovrà essere collocata nel punto E, e la seconda in K o H, a discrezione del concessionario; ogni ruota sarà dotata di uno scaricatore proprio, anziché di uno solo per l’intero impianto, come inizialmente previsto.

Fonte: ASCT, Atti Notarili 1846, vol. 37, p.352. (particolare)

     Nondimeno, anche la vicenda del Gauthier non va a buon fine. Nel 1848, i nuovi motori idraulici non sono ancora installati, la sua manifattura incontra gravi difficoltà economiche ed è in ritardo nel versamento dei canoni. Nel ricorso contro l’ingiunzione di pagamento delle 450 lire dovute, egli non circostanzia i motivi del ritardo, ma si può supporre che siano correlati alle recenti liberalizzazioni introdotte da Carlo Alberto e, forse, alla fine della privativa di cui gode. Nel documento egli, infatti, sostiene che «imperiose circostanze avvenute [dopo la firma dell’atto di concessione] e gli affari politici arenarono ogni suo genere di fabbricazione e commercio, per cui si trovò a suo malgrado nella dolente posizione di dover sospendere lavori ben avanzati dell’anzidetto canale a collegamento delle ruote suddette, che nulla sinora gli fruttò, anzi gli scagionò considerevoli spese». Pertanto, Gauthier chiede l’esonero dal pagamento del canone «finché sia egli in grado di servirsi utilmente dell’ottenuta e stipulata concessione, alleggerendolo in parte dei gravi danni che subisce lasciando inoperoso un cotanto costoso stabilimento». Un’ispezione dell’ingegner Barone accerta che il canale adduttore esterno e buona parte dei condotti in muratura nel fabbricato sono stati completati, ma rileva anche gravi irregolarità: i lavori differiscono sensibilmente dai piani approvati, tanto che gli interessi della Città, e nella fattispecie il lavoro della pesta da canapa, potrebbero essere compromessi. Egli sconsiglia pertanto di accettare il ricorso del Gauthier, che infatti la Ragioneria respinge nella seduta del 24 ottobre dello stesso anno. (25)

 
SEBASTIANO GAFFODIO

     Con supplica del 19 giugno 1834, Sebastiano Gaffodio rinnova alla Città la richiesta di autorizzazione e sostegno per realizzare uno stabilimento per la lavorazione dei marmi. (26) Si tratta di un imprenditore di una certa rinomanza; proviene da Vico di Mondovì e si autodefinisce «riconosciuto ed accettato dalle pubbliche autorità in qualità di impresario di lavori dipendenti dal servizio del genio civile, nonché di opere di privati». In effetti, ha ottenuto commesse nei cantieri del Santuario di Vicoforte e del castello di Racconigi, dove ha realizzato i pavimenti alla veneziana in marmo giallo di Ballestrino. (27) L’Azienda economica dell’Interno lo ha incaricato in passato di effettuare le prospezioni per la ricerca di nuovi giacimenti, che ora coltiva «a proprio conto e spesa». Da essi estrae «dodici qualità di preziosi marmi, che non solo gareggiano, ma superano in bellezza quelli che dall’estero a caro prezzo si vendono nel Regio Stato»; in particolare, dalla cava detta del Casotto, presso Garessio (Cn), proviene «il marmo bianco tendente al roseo» utilizzato per otto colonne nella Chiesa della Gran Madre di Dio di Torino, da poco ultimata. La Regia Segreteria per gli Affari Interni gli ha concesso anche di tenere «un deposito in questa metropoli per maggior comodo e benefizio del pubblico». Il nuovo stabilimento dovrebbe consentire al Gaffodio di portare l’attività a livello industriale, giovandosi di macchinari idraulici, quali seghe da marmo in vario numero; un «frullone per spianar tavole e le quadrelle come si pratica in Carrara», conforme a modelli e disegni consegnati alla suddetta azienda; «una nuova meccanica per trivellare i così detti bornelli (sic) di marmo», che definisce lavoro «di un genere assai utile e vantaggioso alla formazione e conservazione delle latrine e simili»; nonché «altri ordegni per qualsivoglia lavoro».

     Con lo stile ampolloso del tempo, il Gaffodio chiede esplicitamente protezioni e sovvenzioni per la propria impresa. Per «creare un nuovo ramo di industria da tempo desiderato» si dichiara infatti disposto a sopportare grandi rischi e forti sacrifici, ma osserva che per realizzare il suo progetto ha bisogno della «protezione ed assistenza delle autorità locali; poiché a nulla gioverebbe la coltivazione delle anzidette carriere, se i prezzi dei marmi non riuscissero minore di quelli che vengono introdotti dall’estero». Non manca poi di sottolineare i vantaggi che deriverebbero dalla sua attività, che darebbe lavoro a molte persone ed eviterebbe di ricorrere alle importazioni «per procurarsi quei marmi che pure esistono nei Regi Domini». Il Gaffodio, in un primo tempo, suggerisce per la propria fabbrica un sito presso l’Ostarietta (quindi al Lingotto, dove la strada di Nizza incrociava quella che da Rivoli conduceva Moncalieri - oggi via Passo Buole), costeggiato dalla bealera di Grugliasco, di cui avrebbe sfruttato le acque. L’Amministrazione municipale da tempo progetta però di collegare la bealera al canale della Molinetta per potenziarne la portata e l’Ufficio d’Arte propone all’imprenditore di utilizzare, in alternativa, il salto e il fabbricato della pesta da canapa, ampliandolo in futuro, qualora la disponibilità d’acqua aumenti. Nella domanda, il Gaffodio non formula chiare richieste di aiuti finanziari, né specifica le condizioni alle quali la Città dovrebbe concedergli il terreno; sottolinea, tuttavia, che «sia per le forti spese già sopportate, che per quelle altre molto maggiori da farsi sarebbe in caso diverso impossibilitato a poter portare a compimento quanto delle autorità superiori e da lungo tempo desiderato». È probabile che le sue richieste siano pro bono, poiché il 13 giugno 1834 la Ragioneria le respinge «non potendo sopperire alle spese che si necessiterebbero per concedere al signor Gaffodio i mezzi per erigere un edificio di resiga da marmi». Nella successiva seduta del 21 giugno, essa mitiga però la propria posizione, consentendogli di collocare l’opificio sul canale della Molinetta, seppure «con che non ne segua la menoma obbligazione per la Città, né che essa possa soccombere mai aver una spesa; ed inoltre con la condizione che sia sempre libero alla maiuscola città di disporre del suo canale della Molinetta senza alcuna soggezione verso il signor Gaffodio». (28) Dopo tali deliberazioni, si perdono le tracce della pratica, ed è probabile che Sebastiano Gaffodio abbia desistito dall’impresa, non avendo ricevuto il sostegno e gli aiuti sperati.

Nei primi anni del Novecento l'urbanizzazione non aveva ancora raggiunto il territorio fuori la barriera di Nizza e la costa che scendeva rapidamente verso il Po era ancora ben più visibile di oggi. Era questo il ragguardevole dislivello utilizzato dai molini e dagli opifici idraulici. Sullo sfondo le case popolari di C.so Spezia. Purtroppo il punto di ripresa non inquadra il salto idraulico della Molinetta.

Fonte Web

B 91-14 lungo il fiume.jpg
 
NOTE
  1. ASTO, Archivio di Stato di Torino, Corte, Carte Topografiche Segrete, 15 A VI rosso. MuseoTorino

  2. ASCT, TD 17. 1. 15

  3. Grossi, Giovanni Lorenzo Amedeo, Guida alle cascine, e vigne del territorio di Torino e suoi contorni ..., in cui si danno diverse notizie utili, ed interessanti, massime in ordine alli Feudi, e distretti delle Parrocchie in detto territorio esistenti ..., Torino, 1790, vol. 1, p. 92.

  4. ASCT, Catasto Gatti, sez. 48, art. 1896.

  5. La casa civile è l'edificio principale destinato al proprietario, o comunque a coloro che non esercitano l'attività agricola; ad essa si contrappongono le case rustiche dei contadini, che includono anche le stalle per il bestiame grosso e quello minuto e i magazzini degli attrezzi; il caso da terra è, invece, costituito da una tettoia aperta su uno o più lati per il ricovero degli attrezzi e lo stoccaggio dei prodotti agricoli.

  6. ASCT, Registro delle Mutazioni, n° 1377. La proprietà acquistata dai due farmacisti è ben più vasta della sola cascina e si estende per quasi 20 giornate di terra attorno ad essa, suddivise nelle sezioni n° 47, 16, 48, 49, 56 del catasto Gatti.

  7. Si veda, ad esempio, l'accordo siglato il 25 aprile 1832 dai due farmacisti con la Commissione sanitaria della Città di Torino per la fornitura di «100 rubbi di cloruro di calce al prezzo di L. 10 e giornalmente 25 allo stesso prezzo in caso di invasione del morbo (cholera) e offrono pure gratuitamente 4-5 rubbi al giorno di acqua di cloro». ASCT, Ragionerie 1832, vol. 35, p. 437.

  8. Catalogo dei prodotti dell'industria de' R. Stati ammessi alla seconda triennale pubblica esposizione dell'anno 1832 nelle sale del R. Castello del Valentino e degli oggetti di belle arti che ne accrescono l'ornamento, Torino, Tipografia Chirio e Mina, 1832, p.18.

  9. Esiste, nelle Ragionerie della Città, una traccia incerta di una domanda di concessione «di una ruota d'acqua sulla bealera di Dora» presentata dai due imprenditori, rifiutata con parere negativo della La Direzione dei Molini. Cfr. ASCT, Ragionerie 1830, vol. 30, pp. 578 e 600.

  10. ASCT, Registro delle Mutazioni n° 2123, Istrumento del 18 febbraio 1834 (r. Scaravelli).

  11. Giovanni Battista Schiapparelli era nato a Occhieppo Inferiore (BI) il 14 marzo 1795. L'impresa, fondata nel 1824, è la più antica delle maggiori imprese farmaceutiche italiane, precedendo le milanesi Carlo Erba (1837) e Zambeletti (1866), e conquistando la leadership del settore. Nel 1922 la società venne quotata in Borsa e rimase a listino fino a una decina di anni fa. Nel 2011 il marchio “Schiapparelli 1824” è stato rilevato dalla Paglieri SpA ed è tuttora presente sul mercato.

  12. ASCT, Catasto Gatti, Sez. 48, art. 1896.

  13. Catalogo dei prodotti dell'industria de' R. Stati ammessi alla seconda triennale pubblica esposizione dell'anno 1838 nelle sale del R. Castello del Valentino e degli oggetti di belle arti che ne accrescono l'ornamento, Torino, Tipografia Chirio e Mina, 1838, p.20.

  14. ASCT, Atti Notarili 1836, vol. 26, p. 152 e Ragionerie 1836, vol. 42 pp. 96, 112 e 129.

  15. Di tale ruota esiste traccia nello Stato delle concessioni di ruote fatte dalla Città ed in vigore al giorno d'oggi a partire dalla rispettiva origine del 7 novembre 1843 (ASCT, CS 5665), dove è definita «ruota di Carlo Ignazio Polar, presso alla Pellerina»; la concessione della ruota risulta scaduta e non rinnovata e l'Amministrazione si interroga sulla sua effettiva sopravvivenza. Cfr. anche il canale della Pellerina

  16. ASCT, Atti Notarili 1836, vol. 26, p. 152 e Catasto Gatti, sez. 16, artt. 885 e 889.

  17. Atti Notarili 1836, cit. e Ragionerie 1836, cit. Il documento conferma che l'allacciamento della bealera di Grugliasco (più volte ventilato in precedenza, come si è visto nella seconda parte) non è stato realizzato. 

  18. ASCT, Ragioneria n°8 del 28 febbraio 1839, p. 163.

  19. ASCT, Catasto Gatti, sez. 16, art. 835.

  20. Gazzetta Piemontese del 21 giugno 1844 n° 139.

  21. ASCT, Registro delle Mutazioni, Mutazione n° 4920, 10 ottobre 1846.

  22. ASCT, Ragionerie 1846, Vol. 65, p. 671.

  23. ASCT, Ragionerie 1846, cit, e TD 13 340 e 13 3 41.

  24. ASCT, Atti Notarili 1846, vol. 37, p. 52.

  25. ASCT, Ragionerie 1848, Vol. 70, p. 623, 671, 673.

  26. ASCT, Ragionerie 1834, vol. 38, p. 809. Salvo diversa indicazione, le citazioni sono riconducibili tutte a questa fonte.

  27. Polito, Tesi di laurea di Piervanna Piredda, Indagine sui cantieri storici nella prospettiva del restauro consapevole. Finiture pavimentatali nel secondo quarto dell'Ottocento in area sabauda, p. 58; G. Casalis, Dizionario geografico storico statistico commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. 7, Torino, 1840, p. 227, p. 407; C. Danna e G. C. Chiechio, Storia artistica illustrata del Santuario di Mondovì presso Vicoforte: 1595-1891 - Parte Quarta, Torino, Tipografia G. Derossi, 1891, p. 422.

  28. ASCT, Ragioneria 1834, vol. 38, verbali del 13 giugno 1834 n° 31§25, p. 720 e 21 giugno 1834 n° 33§16, p. 777.

Online dal: 12/05/2021

Ultimo aggiornamento della pagina: 10/11/2021