I molini della Molinetta

2. IL FOLLONE ED IL CANALE

IL FOLLONE DI JAN PAUL, FABBRICANTE DI PANNI IN LANA

​Le incertezze circa l’opportunità di aggiungere una seconda ruota idraulica alla Molinetta vengono superate all’inizio del XVIII secolo. Già nel 1716 i Molto Reverendi Padri Agostiniani Scalzi della Provincia di Piemonte chiedono alla Città un pezzo di terra alla Molinetta per edificarvi un piccolo follone al servizio del lanificio da loro avviato nel convento di S. Carlo. (1)  I monaci chiedono anche l’uso dell’acqua di scarico del mulino, dichiarandosi disposti ad accettare il canone e le condizioni che la municipalità vorrà stabilire. La Congregazione subordina ogni decisione alla verifica che l'impianto non pregiudichi il funzionamento del molino. (2)  La questione non viene ripresa nelle sedute successive e quindi decade.

Il follone verrà invece installato qualche anno più tardi dall’olandese Jan Paul. Giunto a Torino per creare una fabbrica di panni in lana, il 19 ottobre 1720 egli presenta a Vittorio Amedeo II un memoriale a capi nel quale chiede, tra il resto, di localizzare allo stagno della Molinetta la tingeria ed il follone della fabbrica. Le sue istanze sono recepite pressoché integralmente dal Sovrano, con Regie Patenti del 9 novembre 1720. (3-testo delle Patenti) La formula del “memoriale a capi” non tragga in inganno: in realtà è lo strumento con cui il Re invita gli imprenditori, anche stranieri, a produrre nei propri domini. L’intervento si colloca nel solco del dettato dirigista e mercantilista che, dopo la fine della guerra di Successione spagnola, anche nei domini sabaudi incoraggia le esportazioni e il consolidamento delle manifatture locali. (Il caso non è affatto isolato, si veda, ad esempio, quello analogo del follone concesso negli stessi anni al fiammingo Cornelius Vanderkerch al Martinetto.)

Le condizioni che Jan Paul ottiene sono molto vantaggiose. Vittorio Amedeo gli accorda cospicui finanziamenti senza interessi, protezioni doganali, commesse pubbliche, esenzioni fiscali ed altre facilitazioni, tra cui la fornitura di parte dei telai, delle caldaie e dei locali per la fabbrica di Torino, il terreno su cui edificare il follone, nonché l’uso gratuito ed perpetuo dell’acqua per il funzionamento. Il Sovrano conta di ottenere così il miglioramento della qualità e della quantità delle stoffe di produzione nazionale, l’incremento dell’occupazione e la formazione di una manodopera specializzata che, appreso il know-how, possa sviluppare autonomamente le produzioni di settore. (4)

Jan Paul, olandese, a Torino

Le notizie riguardanti il fabbricante olandese non sono molte. Jan Paul (*) è nato a Leyden ed è di religione cattolica. (Forse in seguito a conversione non del tutto disinteressata?) Egli vanta una lunga esperienza di tessitore maturata in diversi paesi ed in particolare, negli ultimi undici anni, nella prestigiosa Firenze. In Piemonte ha sposato la nobildonna Felicia Conti di Cambiano. Concluderà la propria esistenza a Torino negli anni Quaranta del secolo, e quindi presumibilmente in età avanzata, lasciando la manifattura in eredità ai quattro figli: Lorenzo, Michel Antonio, Franco Maria e Giò Giuseppe. Purtroppo ben due di essi, Michel Antonio e Franco Maria, rimarranno  ricoverati nel Regio Spedale de Pazzarelli per grave malattia mentale, senza speranza di cura e guarigione. (5) L'impresa del Paul pare orientata più alla qualità che ai volumi. Egli vuole puntare non solo sul ruvido e robusto tessuto militare tradizionale, detto "di lodéves", ma anche su tessuti più fini, compreso il prezioso panno rosso detto "scarlata", destinati al mercato nazionale e possibilmente all’esportazione. La fabbrica di Torino conta solo sette/otto telai ospitati nel grande edificio detto casa Ropolo, presso Piazza Carlina, dove dal 1710, distribuiti su tre piani e oltre sessanta stanze, si trovavano laboratori, magazzini, alloggi della Manifattura reale di stoffe in oro argento e seta. Dopo il 1732 l’attività sarà trasferita parte a Moncalieri e parte a Cambiano in seguito all’ordine di Sua Maestà, che tramite Regio Viglietto del 9 aprile 1732, impone di spostare fuori città tutte le fabbriche di stoffe di lana, eccettuata quella dello Spedale della Carità, a difesa dell’igiene del decoro della Capitale e delle altre arti cittadine. La tintoria ed il follone sono anch’essi di piccola dimensione e per obbligo perentorio previsto dalle Patenti di concessione lavorano anche per altri produttori, determinando economie esterne a vantaggio del settore  tessile cittadino e dell’interesse economico generale. L’esperienza torinese di Jan Paul è coronata da successo e dopo la sua morte la direzione delle attività passa al figlio Lorenzo.

 (*) Per le informazioni biografiche su J. Paul cfr: ASCT, CS 2732. Nei documenti egli è citato anche come Johann, Johannes o Gioanni, con ulteriori variazioni sul cognome. Tuttavia egli amava firmarsi Giovanni Paùl.

Sotto la protezione e l’egida reale l'olandese ottiene rapidamente dalla Città le autorizzazioni necessarie; la Congregazione del 29 gennaio 1721 le concede di buon grado, dichiarandosi lieta di compiacere alle richieste di S.M. e favorevole essa stessa a tutto quanto possa incrementare il commercio cittadino. (6) Il nuovo impianto utilizzerà lo scarico del mulino, integrato dalle sorgenti a valle, una delle quali articolarmente copiosa è prossima alla balconera del follone. Il Vicario, conte Fausone di Beinasco, è incaricato di recarsi in loco accompagnato dal fabbricante olandese, dal mugnaio della Molinetta e dall’ing. Emanueli per accertare che il follone non pregiudichi l’attività del molino. I risultati del sopralluogo sono confortanti: se conforme al disegno redatto dall’ing. Emanueli stesso, l’impianto non produrrà rigurgiti o altri inconvenienti. Rilievi e misurazioni attestano che la distanza tra i due edifizi sarà sufficiente quand’anche in futuro la Città volesse accrescere il numero delle ruote e/o la quantità d’acqua a disposizione del molino. (7) Il progetto è approvato in via definitiva nella seduta del Consiglio comunale del 2 giugno 1721. (8)

Con atto notarile del 28 luglio successivo la pratica viene formalizzata dalle parti. Il terreno attiguo allo scaricatore del molino e l’acqua per il follone sono concessi a Jan Paul a titolo gratuito, senza che il canone d’affitto o altro onere siano dovuti, pur restando di sua esclusiva proprietà l’edificio che provvederà a costruirvi. Come di consueto, la municipalità non rinuncia tuttavia a proteggere i propri interessi e quelli della collettività attraverso precise condizioni. La concessione è limitata alla sola tintura e follatura dei panni e l’impiego dell’impianto, o dell’acqua, a titolo o scopi diversi, ne determinerà la decadenza ipso jure et ipso facto. Parimenti l’autorizzazione sarà revocata qualora i nuovi impianti dovessero interferire con il molino. Se ciò accadesse l’opificio dovrà essere smantellato, i materiali ed i macchinari rimossi, i fabbricati demoliti ed il sito riportato allo stato di origine, senza che il Paul, gli eredi o chi altri avesse eventualmente rilevato l'attività, possano pretendere rimborsi o indennizzi di qualunque tipo. La riserva inoltre viene estesa nel tempo, qualora in futuro la Città volesse aggiungere altre ruote al mulino, costruire nuovi edifici o condurvi una maggiore quantità d’acqua. (9) Tali condizioni qualche decennio più tardi saranno all’origine di una dura controversia legale ma per ora, a meno di un anno dalla presentazione delle sue richieste, Jan Paul può avviare i lavori per la realizzazione degli impianti.

Il disegno redatto dall’ing. Alessandro Luiggi Emanueli costituisce parte integrante dell’atto di concessione del follone di Jan Paul. L'opificio sarà posto circa 7 trabucchi a valle del molino, sulla riva destra del canale di scarico, orientato a nord. Il progettista identifica due possibili posizioni per la sua effettiva collocazione, indicate rispettivamente con le lettere C e D. L'impianto beneficerà delle sorgenti che sgorgano a valle del molino, tra cui quella decisamente più importante visibile sulla sinistra della carta. Si noti altresì il prolungamento della strada del molino fino al fabbricato del follone.

Fonte: ASCT, CS  3941 (particolare)

Il progetto del follone

L’atto di concessione colloca l’edificio del follone circa 7 trabucchi (21 m) a valle del molino. Tale distanza è ritenuta sufficiente per scongiurare che la nuova ruota produca un innalzamento del pelo dell’acqua che rallenti quella del mulino. Anche lo scaricatore e le serraglie di controllo alla balconera sono dimensionate e posizionate con lo stesso fine. Due disegni successivi, redatti da Carlo Antonio Busso e Bernardo Vittone negli anni 1748 e 1749, permettono di ottenere ulteriori dettagli dell’impianto. (10)  Il fabbricato è suddiviso in due locali. Quello destinato alla follatura dei panni, secondo il tipo del Vittone, è lungo circa 4 trabucchi (12,6 m); da tale misura sono quindi stimabili, seppure in modo approssimato, il perimetro dell’intero fabbricato, pari a 22 x 6 m, e quello della “tingeria”, pari a 9,5  x 6 m.

Nella pianta del fabbricato riportata nel disegno dell’ing. Carlo Antonio Busso (1748) il follone occupa il locale di maggiori dimensioni. La “tingeria” risulta in parte rovinata in seguito ad incidente. In evidenza il grande e immancabile orto e le nume-rose sorgenti che aumentano l’acqua a disposizione del follone.

Fonte: ASCT, CS  2722 (particolare)

La balconera dell'impianto è dotata di scaricatore di bypass e preceduta da un modesto bacino di carico; l’afflusso alla ruota idraulica è regolato da serraglie; la distanza che la separa dalla balconera del molino è di 9 trabucchi (circa 27 m). La ruota idraulica a palette è alimentata “di spalle” ed ha un diametro stimato di circa 1 m. Essa sfrutta un dislivello di 36 oncie (1,54 m) misurate tra il filo della balconera e la base della ruota stessa. Gli scarichi dell’opificio conservano un salto residuo di 9 oncie (0,39 m) e, percorsi una cinquantina di metri, confluiscono nel Po attraverso un ruscello che scorre parallelo al fiume drenando le acque della zona. (11)

Il disegno dell’ing. Bernardo Vittone (1749) fornisce ulte-riori dettagli sul follone. Esso  è posto circa 32 m. a valle del molino; il fabbricato misura sul lato lungo circa 4 tra-bucchi (12 m), mentre quello della tintoria è solo abbozzato perché semidistrutto da un incidente. Il piano riporta poi la ruota idraulica; la balco-nera che regola due “cami-nassi”, uno destinato alla ruota e l’altro allo scaricatore. Si noti il condotto che con-voglia alla balconera il flusso di un grande fontanile, di  tre piedi e mezzo d’acqua.

Fonte: ASCT, CS 2722 (particolare)

Planimetria del follone

Il potenziale dinamico della fabbrica pare modesto ed essa, come il molino, soffre di carenze d’acqua stagionali; di conseguenza anche la produttività dev’essere limitata. (12) Tuttavia i privilegi di cui gode e l’insufficiente numero di opifici simili in Piemonte, inferiori alle necessità, gli permetteranno di lavorare per tre decenni e di essere infine oggetto di una dura controversia legale. In ultimo vale la pena di rilevare i vincoli geoeconomici che ne hanno determinato la localizzazione. Mentre la collocazione della tintoria godeva di ampi gradi di libertà, quella del follone era seriamente limitata da un requisito ecologico diverso da quello, scontato, della disponibilità di forza idraulica: la buona qualità dei panni dipendeva molto dalla disponibiltà di acqua pura di sorgente, tanto che fu questa la principale ragione di scelta del sito. (13)

IL CANALE DELLA MOLINETTA

Prese il nome di canale della Molinetta il condotto scavato per condurre al molino gli scoli delle bealere della zona. Le risorgive di Millefonti non consentono l’attività continua e regolare del molino ed anche il follone da panni ne patisce. (14) I dubbi sull’opportunità di erigere una nuova ruota alla Molinetta erano dunque fondati. Accrescere il potenziale dinamico dei due opifici si scontra però con le difficoltà già illustrate. Utilizzare gli scoli terminali delle bealere che irrigano le campagne a monte non è un’idea nuova, e già nel 1714 il mugnaio della Molinetta riteneva che le acque che si disperdono nel fosso a lato della strada di Moncalieri potessero far girare una seconda ruota. Tuttavia esse erano di proprietà privata consortile e la Città non vi esercitava alcuna autorità. La Ragioneria giudicò costoso lo scavo della bealera e si dimostrò scettica sulle trattative per l’acquisto dell’acqua e dei fondi attraversati. Per contro i benefici per il mulino, soprattutto nei mesi estivi, parvero di ben poco conto, e pressoché nulli nei periodi di siccità. Il mastro di ragione valutò quindi il progetto “né utile, né praticabile” e la Congregazione del 21 marzo 1714 lo bocciò deliberando che “non s’innovi cos’alcuna”. (15)

Pur se la soluzione non parve ottimale, la questione rimase e si aggravò con il crescere della popolazione e della domanda di macina. Così qualche anno più tardi la Municipalità riconsidera il progetto. Il sindaco, conte Scarampi di Moncucco, nella seduta del del 29 settembre 1727 espone al Consiglio il piano per condurre al molino gli scoli delle bealere Cossola, Pissoira e del ramo sinistro della Becchia, che dopo le ultime irrigazioni si scaricano nel Po. Tali acque potrebbero garantire il regolare giro di una seconda ruota almeno da settembre a maggio e produrrebbero vantaggi generalizzati: la Città renderebbe fruttuoso un impianto che “è stato sempre piuttosto di peso che d’utile”, i particolari non sarebbero più costretti a macinare illecitamente altrove, al follone si potrebbero aggiungere due nuove piste che lavorerebbero in piena efficienza per almeno nove mesi l’anno. Il Consiglio dà quindi mandato ad una commissione formata dagli ufficiali della Ragioneria, dal Vicario e dall’Avvocato della Città, di valutare, trattare e risolvere “come stimeranno di maggior vantaggio, e servitio della Città e pubblico”. (16)

Ancora una volta non è dato sapere perché l’Amministrazione comunale abbia rivisto le proprie scelte, ma di sicuro il progetto comporta un ulteriore vantaggio. I residui delle irrigazioni, di fatto, non si scaricano completamente nel Po, ma una parte ristagna al bordo della strada reale di Moncalieri, esondando e danneggiandola in modo grave in caso di forti piogge e temporali. Il ponte in cotto che di recente ha sostituito la lapola (17) con cui gli scoli attraversano la strada non è stata una soluzione sufficiente, come invece potrebbe esserla drenarli verso la Molinetta.

Disegno del misuratore ed estimatore Massone della nuova bealera della Molinetta. La proprietà di Gioanni Fecia comprende una cascina circondata da orti, giardini e parecchie giornate di terreno coltivato e prativo. In basso il vecchio scaricatore e l’area in cui gli scolaticci ristagnano minacciando la strada reale di Moncalieri. Il canale, passato con un ponticello la strada, conduceva gli ultimi scoli delle irrigazioni nel Po. La bealera destinata a raccoglierli nasce nella proprietà del Fecia, volge a destra, poi a sinistra, raggiunge il fosso a lato della strada maestra ed al bivio del molino svolta a sinistra e scende allo stagno.

Fonte: ASCT, CS  2031

Il progetto del canale della Molinetta

Le rilevazioni del misuratore ed estimatore Massone accertano che Il declivio naturale è sufficiente per lo scavo di un canale che conduca le acque reflue delle bealere allo stagno della Molinetta e ne prepara il disegno. (18) Sono quindi intavolate le trattative del caso con Pietro Gioanni Fecia, proprietario degli “scolaticci” delle bealere Becchia, Cossola e Pissoira e dei terreni attraversati dal nuovo canale. (19) Tuttavia il negoziato si prolunga e l’accordo è raggiunto solo alla fine del 1728, sollecitato dal totale fermo del molino nel corso dell’estate e dalle pressioni degli affittavoli che, in previsione dell’aumento d’acqua, avevano già provveduto ad installare la nuova ruota. (20) I patti finali prevedono che per l’acqua ed i terreni Gioanni Fecia riceva dalla Città otto lire per ogni tavola di superficie occupata, mentre rinuncia al canone annuo perpetuo di una doppia di Spagna richiesto inizialmente. (21)

Nella seduta dell’11 dicembre 1728, contestualmente all’approvazione del piano, la Congregazione dà mandato al Massone di sovraintendere all'avvio dei lavori secondo il progetto già redatto. La nuova bealera sarà lunga 364 trabucchi, (1.220 m) larga 3 piedi (1,63 m) e profonda 18 oncie (0, 7 m); lo scavo è commissionato al “lavorante da terra” Michelotti al prezzo di quattro soldi e sei denari per trabucco. Il “mastro sternitore” Gioanni Garzenna è incaricato di realizzare la lapola per l’attraversamento della strada di Moncalieri ed al “mastro da bosco” Antonio Maffeij di occuparsi delle palizzate del fosso, secondo indicazioni del Massone. I siti occupati dal canale richiederanno l’acquisto di circa 30 tavole di terreno (pari a 1.1180 mq) che, al prezzo di L. 8 ciascuna, comporteranno un esborso di L. 270. La previsione complessiva di spesa, comprendente “sitto, escavazione, lapola, e pallificate”, si aggira sulle 500 lire. (22)

 
NOTE
  1. Gli Agostiniani scalzi si sono trasferiti nel convento di S. Carlo nel 1612. Il monastero era adiacente alla chiesa di S. Carlo nella piazza omonima. Il follone era impiegato per la battitura dei panni in lana da trasformare in feltri.

  2. ASCT, Ordinati 29 settembre 1716, p. 131r.

  3. AST, Sez. Riunite, Controllo Generale Di Finanze, Patenti e Biglietti poi Patenti, 2-2

  4. AST, ivi

  5. ASCT, Atti Notarili 1751/52, vol. 130, p. 138.

  6. ASCT, Ordinati 1721, p. 10-11.

  7. ASCT, CS 3941.

  8. ASCT, Ordinati 1721, p. 57.

  9. ASCT, Atti Notarili 1721-22, Vol. 96, p. 41 e segg.

  10. ASCT, CS 2722.

  11. ASCT, Ivi

  12. Dagli atti della causa che oppone la Città di Torino a Lorenzo Depaoli, figlio di Jan e suo successore nella conduzione della fabbrica, si desume che l’impianto dal 1 marzo 1725 al 13 luglio 1747 avrebbe follato 2.108 pezze, pari quindi ad una media di 96 annue. Tuttavia il Depaoli sostiene di aver lavorato lo stesso numero di pezze negli ultimi due anni e quattro mesi. Per quanto egli abbia buone ragioni per gonfiare la produzione, la differenza tra i due dati è troppo grande per desumerne informazione attendibili. Cfr. ASCT, CS 2272, Sommario nella causa della Città di Torino contro il sig. Lorenzo Depaoli.

  13. Sempre secondo testimonianza di Lorenzo Depaoli. Cfr. ASCT, CS 2272, Sommario... cit.

  14. Ad esempio, dagli Ordinati del 29 settembre 1727 risulta che “da tempo immemorabile il molino della città detto della Molinetta ha sempre avuto una sol ruota, qual girando con le acque sorgenti del stagno detto di Millefonti può dirsi quasi inutile”. Anche la ruota del follone risulta ferma per la maggior parte dell’anno nonostante l’apporto dei ruscelli a valle del molino, ed anche quando gira il suo lavoro “è imperfetto per non aver acqua a sufficienza”. Cfr. ASCT, Ordinati 29 settembre 1727, pag. 134

  15. ASCT, Ordinati 21 marzo 1714, p- 28v.

  16. ASCT, Ordinati 29 settembre 1727, p- 133r.

  17. Il termine di origine dialettale indicava un passaggio che formato per attraversare un fosso, ed accedere ad un campo o ad altra proprietà, abbassandone le sponde e alzandone il fondo. Era usato solo su fossi scolatori, perché diversamente la lapola avrebbe impedito il libero corso delle acque destinate all'irrigazione.

  18. ASCT, CS 2031.

  19. La proprietà di Gioanni Fecia è collocabile nell’area dell’odierna piazza De Amicis, nel punto di incrocio di via Nizza e C.so Dante.

  20. ASCT; Ordinati 28 agosto 1728, pag. 199

  21. Innanzitutto lo scavo della bealera, inizialmente previsto a carico degli affittavoli del molino, in quanto principali beneficiari, sarà a carico del Comune. Per l’attraversamento della strada di Moncalieri non verrà costruito un ponte, masolo una lapola. Inoltre il Fecia rinuncia il canone annuo e perpetuo (che la municipalità riteneva comunque  troppo oneroso e avrebbe preferito sostituire con una somma una tantum) mantenendo in cambio pieni diritti e priorità nell’uso degli scolaticci. Tale uso è subordinato alle esigenze irrigue di orti e prati della tenuta e il proprietario si riserva il diritto di annullare l’accordo se creasse danno o pregiudizio ai suoi interessi, rimborsando la municipalità soltanto di quanto pagato per l’acquisto dei terreni. (Cfr. ASCT, Ordinati 11 dicembre 1728, p. 255; CS 5681; Scritture Private vol. 6, p. 273) Gioanni Fecia motiva la rinuncia al “puro fine di compiacer la Città”, ma il drenaggio dell’acqua che ristagna nei fossi laterali della strada di Moncalieri costituisce anche per lui la soluzione di un problema.

  22. ASCT, Ordinati 11 dicembre 1728, p. 255. L’esborso finale sarà maggiore: l’estratto conto del Tesoriere della Città per l'esercizio dell'anno 1728 del 24 dicembre 1728 registra il pagamento di “lire 704 soldi 10 denari 9” effettuato dalla Città a favore del sig. Pietro Fecia per i siti occupati dalla nuova bealera, comprendenti anche il rimorso di altre spese sostenute per la stessa descritte ed estimate nella fede del perito Massone. Cfr. ASCT, CS 2030.

Ultimo aggiornamento della pagina: 01/04/2020

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