
Il canale del
Giardino Reale
(Il canale del Giardino di sua Altezza)

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IL CANALE DEL GIARDINO DI SUALTEZZA
1. ANTEFATTI
2. IL CANALE DEL GIARDINO
3. L'ACQUEDOTTO AD ARCHI
4. LA TORRE DI PORTA PALAZZO
5. DOPO IL 1573
Creato il 15-04-2026
Ultimo aggiornamento il 15-04-2026
1. Antefatti (1565-1567)
1. Un acquedotto ad archi di origine romana o cinquecentesca?
Nelle rappresentazioni cartografiche e pittoriche cinquecente-sche e seicentesche compare talvolta un grande acquedotto ad archi che raggiunge la città nei pressi della porta Susina. Con ogni probabilità l’opera era parte del cosiddetto «canale del giardino di sua Altezza», voluto dal duca Emanuele Filiberto per il servizio della residenza nella novella capitale, meglio noto nella storiografia moderna come canale del giardino reale di Torino.
ANTEFATTI
(1565-1567
1. Un acquedotto di origine romana o cinquecentesca?
È stata avanzata l’ipotesi che questo acquedotto potesse avere origini più antiche e derivare, almeno in parte, da un’infrastruttura romana preesistente. Una congettura stimolante, che tuttavia incontra obiezioni di non poco conto, mancando elementi archeologici che consentano di stabilire con sicurezza un legame tra le due strutture. Non neppure certi che la colonia romana fosse dotata di un acquedotto esterno, e i pochi reperti talvolta richiamati non sono di per sé inquadrabili in un sistema idraulico coerente. A ciò si aggiungono considerazioni di ordine storico e documentario: il

Fig. 1.1 - L'acquedotto ad archi della porta Susina è ben riconoscibile nel disegno di N. Tassin del 1634.
Fonte: BNF - Paris
silenzio delle fonti medievali e tardomedievali e la difficoltà di spiegare la sopravvivenza di un grande manufatto romano in un contesto urbano e militare profondamente trasformato nel tempo. (1.1)

Fig. 1.2 - Nella veduta della città da San Vito, del 1620 circa, il manufatto ad archi è riconoscibile sullo sfondo, mentre in primo piano campeggiai l primo ampliamento urbano sull'asse della via Nuova (oggi via Roma)
Fonte: "Castello del Valentino, veduta da S. Vito" (particolare fortemente ingrandito)
BNF, Paris
Scopo di questa indagine è affrontare tali interrogativi su base documentaria — seppure non sempre esaustiva e talvolta di interpretazione problematica — evitando forzature e ricostruzioni arbitrarie, distinguendo tra ciò che è attestato dalle fonti e ciò che resta ipotizzabile, nella consa-pevolezza che non tutti gli interrogativi potranno essere ri-solti e che tale incertezza fa parte del problema storico in esame.
Note 1.
1.1. Su questi interrogativi si veda lo stimolante articolo di Fabrizio Diciotti, L’acquedotto di Torino: romano o filibertiano? Breve analisi di un manufatto dalla genesi controversa. in: Taurasia, Periodico di Informazioni del Gruppo Archeologico Torinese, Anno XXXVI, Dicembre 2021. — Mettendo in dubbio l’origine romana dell’acquedotto, l’autore — oltre a ricordare la mancanza di qualsiasi evidenza archeologica diretta riconducibile a una struttura romana — sottolinea la debolezza delle testimonianze iconografiche cinquecentesche, che non ne dimostrano affatto l’antichità. Sul piano documentario, pesa il silenzio delle fonti medievali: né i cronisti, né la documentazione anteriore al Cinquecento (Ordinati della città di Torino, consegne catastali, atti notarili…) ne fanno menzione, fatto difficilmente spiegabile se un’opera così imponente fosse realmente esistita e visibile. Allo stesso modo, tra le vestigia romane sopravvissute fino all’età moderna e variamente richiamate dalle cronache, l’acquedotto non compare mai. Si potrebbe aggiungere, infine, che appare difficile immaginare che un simile manufatto potesse sopravvivere agli abbattimenti ordinati dai Francesi durante l’occupazione cinquecentesca, che portarono alla distruzione delle pertinenze suburbane, salvo ipotizzare che fosse ancora in funzione: ipotesi che, tuttavia, non trova alcuna conferma.
2. Il ritorno del duca
Dopo la riconquista del Ducato, Emanuele Filiberto di Savoia concentrò l'azione sul rafforzamento dei confini e della nuova capitale, il cui sistema fortificato di origine romano-medievale aveva dimostrato la propria inadeguatezza nel 1536, quando impedì al duca Carlo, suo padre, di opporre resistenza alle truppe imperiali di Carlo V pronte all'assedio. (2.1) Nemmeno i quattro grandi bastioni angolari avviati dai duchi precedenti e portati a termine durante la dominazione francese risultavano sufficienti a ridefinire il sistema difensivo. Con la costruzione della Cittadella disegnata da Francesco Paciotto il duca conferì al sistema difensivo torinese una configurazione più organica, coerente con i principi della fortificazione alla moderna, consolidando il ruolo militare di Torino.

L’edificazione della Fortezza comportò una spesa stimata in circa 100.000 scudi e assorbì per anni gran parte delle risorse finanziarie e costruttive dello Stato, imponendosi come priorità assoluta. Consapevole, per sua stessa am-
Fig. 2.1 — La residenza ducale, ospitata nel palazzo del Vescovo, (a destra) vista dal giardino. Sullo sfondo il castello con le quattro torri e la galleria che l'univa al palazzo.
Fonte: A. Peyrot, Immagini di Torino nei secoli (particolare)
missione, che non solo a Torino, ma in tutte le città del suo Stato non vi fosse un solo palazzo che potesse alloggiarlo onoratamente, Emanuele Filiberto, frenato dai costi, fu costretto a rinviare l’ampliamento e l’abbellimento della capitale e la costruzione di una residenza degna del proprio rango, adattando a sede ducale il palazzo vescovile — già scelto dai governatori francesi per le sue qualità architettoniche e rappresentative, e per essere l'unico dotato di un certo respiro. (2.2)
Note 2.
2.1. Di qua dai monti, importanti interventi riguardarono le fortezze di Pinerolo, Savigliano, Chieri, Asti, Villafranca Piemonte, Mondovì, e, di la dai monti, Nizza, Villefranche-sur-Mer e Montmélian.
2.2. Cfr. Enrico Stumpo, Spazi urbani e gruppi sociali (1536–1630), in Storia di Torino, vol. III, a cura di G. Ricuperati, Torino, Einaudi, 1998, pp. 367 e 388. — La paradossale condizione del duca è confermata dall'abate Francesco Maria Ferrero di Lauriano: «... nell'Augusta Città di Torino, che più d'ogni altra teneva sotto gli occhi, dopo averne resa con sotterranee fortificazioni maravigliose, pressoché inespugnabile la Cittadella, egli andava meditando altre opere pur grandi; ma più per utile, e comodità del Pubblico, che per comodità privata, o per pompa. Il Palazzo de suoi Maggiori detto “il Castello”, troppo angusto per verità, e per la vecchiezza dell'opera di poco decoro a’ Principi della lor grandezza, avrebbe voluto ampliarlo, o rifarlo più ampio dalle fondamenta: Ma glielo vietavano le troppo vicine mura della città. Non potendo però fare quel che voleva, fece quel che poté ristringendo la sua magnificenza a far più ampia la Regia sua abitazione».
3. Il giardino del palazzo di S.M.
Seppur negli spazi ristretti dell'angolo nord-orientale delle mura — noto come bastion Verde, bastione di San Lorenzo o degli Angeli, o Bastion Verde — il duca non rinunciò alla creazione di un moderno giardino all’italiana, concepito come spazio di rappresentanza e legato alla sua passione per la botanica e per la vita all'aria aperta. (3.1)
Gli elementi decorativi si ispiravano all’arte manieristica dei giardini toscani e romani. Fontane e vasche animate da giochi d’acqua ne costituivano gli elementi essenziali, mentre l’apparato scultoreo si ispirava alla mitologia classica. Al centro si collocavano due fontane: quella dell’architetto Domenico Poncello (o Ponzello), se ne aggiunse una seconda dello scultore toscano Francesco Mosca, detto il Moschino. Una grotta artificiale (crotta) ed elementi scenografici quali la vasca dei pesci (peschera), la voliera (ucellera), le serre invernali per le «piante di citroni»

Fig. 3.1 — Il disegno mostra la configurazione originaria del giardino della residenza torinese di Emanuele Filiberto nella rappresentazione del pit-tore di corte, e diretto testimone, G. Carracha (1572). Il parterre è ancora limitato al bastione nord-orientale della città, noto come bastion Verde o degli Angeli, edificato nel 1461, mentre ancora sussiste il taglio diagonale delle mura romano-medievali che lo separava dai casamenti, dai chiostri e dagli orti dei canonici di S. Giovanni.
Fonte: Gallica-BNF (particolare)
(stuffe) e la galleria che collegava la residenza ducale al castello, completavano l'insieme.

Di tali opere sono rimaste solo le rare descrizioni dei viaggiatori di passaggio nella capitale e delle fonti di corte, più tarde, dai toni celebrativi e riferite a un insieme ormai compiuto. Giovanni Tosi (attestato anche come Tonso), descrive il luogo: la fontana ricoperta di muschi ed erbe delle zone umide, soffermandosi sulla crotta, voluta espressamente dal duca «a somiglianza di quelle che la natura stessa crea», con un ingresso decorato da statue di ispirazione classica e un interno rivestito a mosaico, con pietre marine e conchiglie.
Fig. 3.3 - Pianta del giardino ducale: 1: Cappelle di S. Lorenzo, 2: Giardino di S. Lorenzo, 3: Antico muro di cinta della città, 4: Giardino del Bastion Verde; Casino del Bastion Verde, 6: Bastione di S. Lorenzo, o degli Angeli, o Bastion Verde.
Fonte: M. Ferrari, Il Giardino del Palazzo Reale di Torino, (a cura di P. Cornaglia) (particolare)
Centrale è il sistema idraulico: condotte sotterranee e artifici fanno scaturire l’acqua «così che sembri sgorgare una sorgente perenne» e, deviandola, spruzzano «gli spettatori più incauti e desiderosi di avvicinarsi». Il quadro si chiude con un pavimento di pregevole fattura e un ruscello che, nelle parole di Tosi, «consente il passaggio di una piccola imbarcazione e diletta gli occhi di chi osserva per i pesci che vi nuotano». (3.2) Oltre alla funzione ornamentale, la peschera riforniva
anche le cucine ducali. Un’altra fonte coeva descrive la presenza di di giochi meccanico-idraulici capaci di animare figure e scene di combattimento. (3.3)
Rinunciato all’abbellimento e all’ampliamento della città, realizzati solo dal figlio Carlo Emanuele, il duca si concentrò su una politica di espansione patrimoniale, integrando i suoi possedimenti con la costruzione militare, urbanistica e simbolica della nuova capitale. Il giardino della residenza torinese costituiva la dimensione più privata — se non intima — di questa politica, aprendosi idealmente e spazialmente verso la grande tenuta agricola e di caccia alla confluenza del Po, della Dora Riparia e della Stura di Lanzo, in seguito nota come Regio Parco. Insieme alle acquisizioni del Valentino, di Stupinigi e dei possedimenti di Lucento e di Altessano Inferiore, si delineava così un sistema unitario di controllo e rappresentanza del territorio circostante la capitale, primo tassello di quella Corona delle Delizie portata a compimento dai duchi successivi. (3.4)

Fig. 3.2 — La nicchia a mosaico di conchiglie della Fontana dell’Ercole, alla Ve-naria, richiama idealmente le decorazioni della grotta del giardino torinese.

Fig. 3.4 - Nella tavola del Theatrum Sabaudiae, pubblicato nel 1682, pur negli intenti celebrativi dell'opera, e nonostante la costruzione della nuova residenza ducale, il giardino conserva parte delle caratteristiche originali. Sulla destra, si noti il palazzo del Vescovo, prima dimora del duca.
Note 3.
3.1. L’interesse di Emanuele Filiberto per la botanica è testimoniato dalle relazioni degli ambasciatori veneti a Torino. Nel 1578, scriveva Gio Francesco Morosini: «[il Duca]… ha un buon numero di giardinieri, perché si diletta assai di giardini, nei quali fa la maggior parte della sua vita, e bene spesso è lui quello che pianta gli alberi ed innesta di proprie mani». Gio Francesco Morosini, Relazione della Corte di Savoia letta in Senato (1570), in: Eugenio Albèri (a cura di), Relazioni degli Ambasciatori veneti al Senato raccolte, annotate ed edite, serie II, vol. II, Firenze, 1841, p. 165.); come pure: «… [il Duca] si diletta di saper le virtù naturali di erbe semplici, piante e cose simili». Relazione di Matteo Zane in, in AST, Biblioteca Antica, Relazioni degli Ambasciatori Veneti, J, A, V. — Entrambi i brani sono tratti da: Fiorella Rabellino, Loisir sovrano e cultura di corte nella magnificenza dei giardini tra Cinquecento e Settecento. Il giardino di Sua Altezza nel Palazzo Reale di Torino, tesi di dottorato, Politecnico di Torino, Dipartimento Casa-Città, p. 117, gentilmente fornita dall’Autrice.
3.2. Ioannes Tonsus patricij Mediolanensis. De vita Emmanuelis Philiberti Allobrogum ducis, et Subalpinorum principis, libri duo, Augustae Taurinorum apud Io. Dominicum Tarinum, 1596, p. 227-228. — «Nella parte dei giardini rivolta a settentrione fece costruire una grotta, modellata a imitazione di quelle che la natura stessa forma, tra rupi scoscese e rocce elevate; e al suo interno realizzò una spelonca, ornandone la volta e ogni superficie con concrezioni “marine” e conchiglie, nelle quali plasmò figure di satiri, ninfe e molte altre figure fantastiche. Il pavimento lo fece rivestire a mosaico. Vi condusse l’acqua dal fiume attraverso canali sotterranei, così che sembrasse sgorgare da una fonte perenne. Dispose inoltre numerose cannelle con tale perizia che, a suo comando, nello stesso istante spruzzavano acqua dall’alto e la facevano scorrere e dagli stessi getti, riflessi tanto dalle pareti quanto dal pavimento, spruzzavano d’acqua gli incauti visitatori, troppo desiderosi di contemplare la fonte. La sorgente fu circondata da pietra coperta di muschio e rivestita di abbondante vegetazione che cresceva nei luoghi umidi. L’ingresso della grotta fu ornato con figure di marmo antico e con opere di mirabile fattura. Il ruscello che scorreva attraverso i giardini appariva limpido, e vi si apriva anche una piccola conca; i pesci che vi nuotavano deliziavano lo sguardo di chi li osservava».
3.3. Gian Battista Venturino, a Torino nel 1571 al seguito di una delegazione pontificia, descrive un complesso gioco di automi meccanico-idraulici all'interno del giardino: «Dietro il Domo il giardino di S.A. con una fontana di Tartari con la volta dipinta di giottecchi con molti pezzi di christallo in essa, con un ingegno in un nicchio della fontana di una rota over lanterna che chiamano tre braccia di tondezza coperta di piombo e stagno, et è girata dall'acqua et per essa si vede un giuoco di huomini armati a piede et a cavallo combatter vagamente, et all'intrar dentro al giardino un gammento di petrasoli bianchi, neri et rossi, lavorati a foggia di orologi da sole con figure di vari animali assai belle». Chiapusso Felice, Relazione antica dello Stato di Piemonte e Savoia, in miscellanea di Storia Italiana, F.ll Bocca, Torino, 1890, vol. XXVIII, p. 591, citata in: Roberta Marchionatti, I giardini del Palazzo reale di Torino: un «Ajuola nello stile regolare» da Le notre ai Fratelli Roda. Tesi di Laurea Magiatrale in Architettura, A.A. 2013-2014, p. 8.
3.4. Sul giardino del palazzo ducale, tra i molti, cfr. Rabellino, cit, e della stessa il saggio: 1563-1650. L'origine: il Giardino sul Bastion Verde, in: Il Giardino del Palazzo Reale di Torino, 1563-1915, a cura di Paolo Cornaglia, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2019, pp. 2-10.
4. Il progetto generale
Nel parterre torinese, l’acqua, destinata all’irrigazione della vegetazione non meno che all’animazione dei divertissements del sovrano, assume un ruolo cruciale. (3.3) Il progetto per l'adduzione è strettamente integrato con quello del sistema idraulico del Palco del Viboccone, in costruzione nel medesimo periodo, delineando così un sistema unitario articolato in quattro parti:
-
La bealera del giardino di sua Altezza, dall’Oltredora al Martinetto
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L’acquedotto ad archi, da cui questa ricerca prende spunto
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La torre di sollevamento di porta Palazzo
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I condotti interni alla città
Il canale del giardino traeva origine dal condotto che, diretto al Palco, prolungava la preesistente bealera della Comunità di Druento, derivata dalla Stura di Lanzo presso Balangero. Attraversata la Dora, il canale proseguiva in sponda destra ed entrava nell’acquedotto ad archi che, dal Martinetto, raggiungeva la porta Susina, per giungere quindi a destinazione seguendo le mura. Il sistema era completato da una seconda canalizzazione, collegata alla Dora nei pressi della porta Palazzo.
L'opera risultava tecnicamente complessa e onerosa. Alle molte centinaia di metri di nuovo alveo scavati al di qua e al di là della Dora, si affiancavano il potenziamento della presa sulla Stura e gli attra-versamenti dei torrenti Casternone e Ceronda sul corso della bealera di Druento, e la realizzazione del passaggio sulla Dora, dell'acquedotto ad archi (nell’ipotesi di una sua costruzione ex novo), della struttura di decantazione al Martinetto, della torre di sollevamento e forse di nuovi condotti urbani sotterranei. Per gli attraversamenti e per contenere lo sviluppo complessivo del tracciato, mantenere una pendenza e una livellazione adeguate e superare le irregolarità del terreno, fu necessario ricorrere a numerosi tratti di alveo sopraelevato, per i quali l'inevitabile impiego del legno introduceva fattori intrinseci di vulnerabilità e di limitata durata.
Nel contesto ingegneristico cinquecentesco, il piano costituiva una sfida ambiziosa, e forse eccessiva, che continua a sollevare interrogativi non del tutto risolti. Il più immediato riguarda il ricorso alla Stura di Lanzo come fonte di approvvigionamento, un fiume distante, quando attingere alla Dora Riparia, che lambiva l'abitato, sarebbe parso più semplice e naturale. Tuttavia questo fiume aveva probabilmente raggiunto i limiti di derivazione per il numero elevato di canalizzazioni aperte a monte di Torino; può aver inciso inoltre anche la maggior purezza delle acque della Stura, più adatte ai giochi d’acqua del parterre ducale rispetto a quelle più torbide della Dora e a quelle che scorrevano nelle strade cittadine.
L’intento di portare le acque della Stura a Torino non rappresentava tuttavia una novità assoluta. Già le patenti del duca Ludovico di Savoia del 24 aprile 1454 autorizzavano i torinesi a convogliare le acque della bealera di Druento in città per migliorarne la salubrità. Il progetto quattrocentesco non ha lasciato traccia e non sembra essere giunto a compimento; tuttavia costituiva un precedente certamente noto a Emanuele Filiberto e ai suoi ingegneri.
Avviati nel 1565, i lavori si conclusero nel 1573 e furono diretti dall'architetto ducale Domenico Poncello, cui si deve verosimilmente anche la progettazione. Si articolarono in più fasi e cantieri, accumulando ritardi e procedendo in modo non lineare. L'attuazione incontrò probabilmente difficoltà impreviste, e gli indizi disponibili suggeriscono che le sinergie attese dalla realizzazione simultanea delle due canalizzazioni furono verosimilmente sovrastimate e le difficoltà costruttive sottovalutate. La spesa complessiva risultò infine molto elevata, sfuggendo forse al controllo e alle aspettative del duca stesso. (4.1)

Fig. 4.1 - Lo schema restituisce il progetto in forma semplificata, secondo una logica di sintesi che privilegia la leggibilità complessiva rispetto alla configurazione reale e al dettaglio.
Note 4.
4.1. Gaspare Ponziglione, protonotario apostolico e segretario di Carlo Emanuele I, dieci anni dopo la fine dei lavori, osservava che «gli conduti dell’aqua per dette fontane – quali sono di grandissimo costo per haver molto ediffitio parte all’interno di detta Città et parte molto lontano da essa, il cui prezzo estimo assai ma non saprebbe specificar la quantità». Cfr. AST, Corte, Arcivescovadi e vescovadi in Materie ecclesiastiche [Inventario n. 80], Addizione al presente inventario, Arcivescovado di Torino, Fascicolo 1, Mazzo 1, prima addizione. — L’entità di un investimento tanto rilevante per un canale destinato esclusivamente al giardino del principe, principalmente nella bella stagione e senza introiti derivanti dalla cessione di ore d'acqua ai privati, merita una riflessione di altra natura. Introdurre la moderna distinzione tra opere "utili" e apparati di rappresentanza costituirebbe una proiezione anacronistica: nel Cinquecento, condurre l'acqua per animare un parco principesco rientrava a pieno titolo nelle forme dell'esercizio del potere, di cui fontane e giochi d'acqua costituivano, anzi, elementi del linguaggio politico e rappresentativo. L'entità stessa dell'investimento offre una testimonianza eloquente: il giardino non era per Emanuele Filiberto un semplice attributo della residenza, ma una scelta personale voluta e perseguita.
5. Il "condotto accostato alle muraglie"
Il primo intervento per condurre l'acqua al giardino del duca è attestato dal bando d'appalto — la crida — emesso dalla Camera ducale il 14 marzo 1565. (5.1) Il documento invitava a presentare offerte per la realizzazione di un condotto che avrebbe portato l'acqua della Dora dalla porta Susina fino al parterre, indicato convenzionalmente come «condotto della porta Susina» o «condotto accostato alle muraglie». L'opera appare preliminare al sistema idraulico derivato dalla Stura, e serviva presumibilmente alle bagnature e ai lavori in atto per le molte strutture del giardino.
14 marzo 1565 - “Crida per la bialera del giardino di sua Altezza"
«La Camera ducale, havendo sua Altezza deliberato di condurre l’acqua della dora dalla porta susina al suo giardino accostata alle muraglie della presente Città et di dar tal fattura a cui ne farà miglior conditione.
A questo effetto si fa con la presente crida intendere ad ogni persona la quale voglia attendere alla detta fattura che habbia a comparire domani che sarà il XV di questo in camera alle XX hore a offrire i suoi partiti perché esso giorno a chi ne farà meglior conditione a beneffitio di sua Altezza la si deliberarà et espedirà, acciò che ogniuno meglio saprà come offrir i suoi partiti
se gli dichiara come sua Altezza gli farà dar li corni o sia condotti et gli farà dar su l’opera i quali si havranno da mettere in opera di questa maniera cioè che oltre il metterli insieme con buona calcina saranno murati d’ogni intorno per quanto è largo uno mattone di buona calcina ghiara e sabbia i quali vanno computato l’uno per l’altro sotto terra mezo trabucco,
et per questo ogniuno che vorrà attendere a tal fattura potrà far sua oblatione per quanto vorrà fare il trabucco del terreno e per quanto quello di accomodar detti condotti o vero tutti insieme et muro et cavoet si havrà dal principio alla detta fattura lunedì prossimo che sarà il XIX di questo et che per tutto il prossimo mese d’aprile sia finita, et acciò che questo sia notticia ad ogniuno si è ordinata la presente crida».
«Data in Turino XIIY di marzo 1565»
IL BANDO
il documento fissa condizioni esecutive e criteri di offerta dell’opera, ma — data la natura amministrativa — non ne definisce le caratteristiche progettuali. Le osservazioni che seguono si fondano su una attenta lettura, e dove il testo tace l’interpretazione resta ipotetica.
La capitolazione specifica che all'appaltatore spetta la messa in opera dei «corni o sia condotti» — elementi modulari forniti dal principe. La canalizzazione risulta così composta da una tubazione ad elementi giuntati con calcina, rivestita «d'ogni intorno per quanto è largo uno mattone» da una camicia in malta di calce, ghiaia e sabbia. (5.2) L’invito a distinguere il costo dello scavo da quello della posa dei condotti indica che l’opera non è costituita né da uno scavo realizzato tutto nel terreno né da un manufatto in muratura che corre integralmente lungo «la muraglia», ma presenta un tracciato non omogeneo, sviluppato secondo entrambe le modalità.
La messa in opera dei condotti sarà computata in modo uniforme, «l'uno per l'altro», assumendo come riferimento convenzionale la profondità di «mezzo trabucco sottoterra». La misura — circa 150 cm — non è di immediata interpretazione e appare più come standard convenzionale di computo che come indicazione per l'interramento uniforme. Il testo non esplicita la motivazione della scelta, che non sembra spiegata dalle sole esigenze di copertura e potrebbe ricondursi alla necessità di mantenere la quota di scorrimento adeguata a garantire la pendenza o di superare eventuali ostacoli lungo il perimetro bastionato.
Il ricorso alle acque della Dora Riparia non esclude, ma piuttosto precede, l'impiego di quelle della Stura. In assenza di indicazioni esplicite, le due soluzioni possono essere lette in una logica di integrazione: la derivazione più vicina avrebbe garantito un approvvigionamento iniziale e immediato, mentre la seconda risponderebbe all’esigenza di una portata più stabile e continua nel regime di esercizio.
I lavori dovranno iniziare il 19 marzo 1565 e concludersi entro la fine di aprile. I tempi sono estremamente stretti — circa quaranta giorni — e riflettono la pressione esercitata dal duca di Savoia sui cantieri della Cittadella e delle nuove fortificazioni, con cui il condotto condivideva tempi, maestranze e registrazioni contabili. (5.3)
GLI INCANTI
Il giorno stesso dell’emanazione la crida viene pubblicata «a voce di tromba» e «attaccata in copia al palazzo della Camera e della città», ma l'assegnazione si rivelerà ben più lunga e complessa per il temporeggiare degli impresari. (5.4) Il 15 marzo si presenta nel luogo e all’ora stabiliti il solo Martino Martinoto di Muzano (Muzzano, BI), che propone di realizzare l’opera «tutta insieme muro et cavo» al prezzo di 3 lire il trabucco. Determinata a ottenere condizioni più vantaggiose, la Camera rinvia la gara dapprima al 17 marzo e poi al 21, quando il mastro Fabiano Basso rilancia a 2 lire e 19 soldi il trabucco. Il giorno seguente «per la fattura della bialera del giardino di sua Alt.za conforme alla crida», Martino Martinoto offre 2 lire e 16 soldi; anche l'ulteriore ribasso di 5 soldi, proposto il 26 marzo da Battista Somazzo di Lugano, è giudicato dalla Camera troppo oneroso.
La competizione entra nel vivo nella riunione del 27 marzo. Alla prima offerta di Martino Calligaro pari a 2 lire e 5 soldi il trabucco seguono i reiterati ribassi di Martino Martinoto, di Fabiano Basso e dello stesso Calligaro. L’asta sembra concludersi sulla proposta del Basso di 1 lira e 16 soldi; ma allo scadere del tempo — tradizionalmente segnato dallo smorzarsi del lume di una candela (5.5) — il Calligaro propone 1 lira e 17 soldi il trabucco, correggendosi immediatamente, sostenendo di aver inteso 1 lira e 15 soldi, e rivendicando così la miglior offerta «a favore di Sua Altezza» il rilancio è subito contestato dal Basso, poiché giunto oltre il tempo consentito.
La Camera sospende la seduta e rinvia l'assegnazione dapprima al giorno successivo e poi al 29 marzo, a causa degli impegni del Presidente; in tale data l’opera è assegnata a Fabiano Basso. Alla stipula del contratto viene ribadito che, in conformità alla crida del 14 marzo, i lavori dovranno concludersi entro la fine del mese successivo e comunque non oltre la metà di maggio. L’impresario fa osservare che, a causa dei prolungamenti burocratici, l’opera non potrà essere consegnata prima della fine di maggio. La Camera revoca allora l’incarico e indice un nuovo incanto per il giorno successivo.
Il 30 marzo si presentano alla Camera i soli Martino Martinoto e il torinese Antonio Ricardo, (5.6) che offre di «far la fattura a una lira et meza per trabuco», da intendersi lineare e non cubico, (5.7) e che murature o pietre di difficile rimozione saranno compensate a giornata da sua Altezza. Martino Martinoto dichiara di «non voler far miglior conditione» e si ritira dalla gara. Preso atto dell'assenza di offerte più vantaggiose, viene deliberata l'assegnazione «della fattura di condurre la detta acqua della Dora al giardino di sua Altezza» al mastro Antonio Ricardo, al prezzo offerto e alle condizioni da lui promesse in conformità al capitolato. L'assegnatario riceve un anticipo, impegnandosi a terminare i lavori entro «il quindecimo giorno di maggio».
IL CANTIERE
L’urgenza imposta dal duca si scontra con serie difficoltà, al punto da costringere la Camera a bandire nel 1566 nuove gare per gli appalti conferiti l’anno prima, compresi quelli per lo scavo dei fossi e del pozzo elicoidale della fortezza e per la bealera del giardino. Le ragioni di questo slittamento non sono esplicitate dalle fonti. (5.8) Le nuove assegnazioni avvengono alle medesime condizioni, secondo procedure rapide, che paiono semplici formalità. La nuova crida relativa al condotto del parterre ducale reca la data del 16 marzo 1566.
Gli acquisti dei materiali edili e i salari della manodopera offrono ulteriori notizie, ma restano troppo limitate e frammentarie per restituire un quadro coerente e completo dell'opera. Le contabilizzazioni risultano inoltre riportate — e talora duplicate — in più registri, intrecciandosi con quelle di altri cantieri ducali, dalla Galleria del Palazzo Ducale al Valentino e al Viboccone: opere spesso registrate negli stessi mandati e non sempre distinguibili con sicurezza. (5.9) Anche la fonte principale, i conti della Tesoreria Generale del Piemonte, nelle giustificative di pagamento utilizza formule generiche, come le «liquidazioni a bon conto» o per «opere o lavori fatti al condutto del giardino di S.A.», che non consentono di individuare la tipologia degli interventi.
L'anticipazione di 150 lire corrisposta dalla Tesoreria ad Antonio Ricardo «per la fattura del giardino di S.A.» del 20 marzo 1566 segna l’apertura del cantiere, alla quale seguono una dozzina di pagamenti con cadenza compresa tra quindici e trenta giorni. Da un diverso registro si ricavano i versamenti effettuati il 29 giugno 1566 a Pietro Francone «per pagar li tanti lavoranti che ha messo in opera per servizio del condutto del giardino di S.A.» (5.10) Altre opere di scasso, presumibilmente riferibili all’attraversamento del bastione di nord-ovest, sono liquidate ad Antonio Ricardo e Battista Somazzo. Al primo, il 5 maggio, sono corrisposti i compensi per i «lavoranti che hanno rotto li fianchi del bastione della Madonna per poter passar li corni del giardino di S.A.»; al secondo, il 17 agosto, per «l’opera di romper la muraglia di questa città ove dovea passar il condutto del giardino di S.A.». (5.11) Un ulteriore importo relativo al «romper li fianchi del muro del bastione di Nostra Donna» è annotato il 24 gennaio 1567. Altre somme corrisposte ad Antonio Ricardo riguardano lavori eseguiti sulle cortine della Cittadella, in particolare «tra il baluardo del Duca e quello di San Maurizio» e lungo la cortina «dal baluardo di Madama a quello del Paciotto». (5.12) Il 12 luglio 1567 Battista Somazzo è retribuito «per l’opera da lui fatta al condotto dove inizia l’acqua». (5.13)
Altre scritture testimoniano gli interventi relativi a pozzi e cisterne, elementi strutturali del condotto e delle fontane destinati alla decantazione, alla raccolta e al controllo delle acque. Il 27 aprile 1566 viene corrisposto, «a buon conto» di Rocco Vercellino ed altri, «il cavamento per loro fatto a una cisterna nel principio del condutto del giardino di S.A.»; segue, il 29 giugno, un ulteriore pagamento a favore di Pietro Francone «per li lavoranti messi a far la prima cisterna del condutto del giardino di S.A.». Il 21 settembre e il 10 ottobre 1566 vari mastri vengono remunerati per il «riempimento fatto al pozzo grande del condutto del giardino apresso porta Susina»; il 1° ottobre 1566, a Francesco Bruno sono corrisposti i salari dei «quattro lavoranti che hanno nettato gli altri pozzi di esso condutto». (5.14)
Anche gli acquisti di ghiaia, sabbia, calcina e mattoni non sono sempre attribuibili con certezza nella contabilità. Soprattutto le modeste partite di mattoni — trasportate via fiume dalle fornaci di Moncalieri al ponte di Po e da lì al luogo di impiego — lascerebbero supporre murature piuttosto contenute, tuttavia è probabile che ulteriori acquisti siano confluiti nelle commesse di altre opere. Le forniture relative al canale del giardino risultano soltanto tre: due liquidate a Pietro Ballari, il 29 giugno 1566 («acconto per la condutta da lui fatta di mattoni dal Po al condutto del giardino di S.A.») e il 25 agosto («per la condutta de tanti mattoni da lui fatta dal Po al condutto del giardino di S.A.»); la terza, di «3.600 mattoni forniti per uso della condutta del giardino di sua Alt.za, inclusa la condutta», viene corrisposta a Regale Scarrone il 15 luglio (5.15).
Le ultime registrazioni si esauriscono nella primavera del 1567, entro la quale l’opera appare sostanzialmente conclusa. Un pagamento a favore di Pietro Francone per la «rottura della muraglia apresso il giardino», registrato ancora l’anno successivo, conferma la prosecuzione degli interventi coerenti con una realizzazione per fasi, soggetta a continui adattamenti. La spesa complessiva sostenuta per la costruzione di questa prima canalizzazione supera le 1.600 lire, di cui circa 1.000 liquidate ad Antonio Ricardo.
Una conferma indiretta di un sistema idraulico al servizio del giardino ducale torinese già attivo viene dalle Patenti del 2 agosto 1567, che lo includono tra le utenze da proteggere nel corso di una grave siccità. L’ordine del duca intima infatti di ridurre di un terzo i prelievi dalla Dora operati a monte della capitale, affinché «non manchino le acque opportune alli molini et prati delli bendilleti nostri supplicanti et a nostri giardini convenienti» (5.16)
CONCLUSIONI
La documentazione consente di ricostruire il profilo della canalizzazione, il cui tracciato seguiva il perimetro bastionato della città, dal punto di presa presso la porta Susina fino al giardino ducale, attraversando il bastione nord-occidentale. Le prescrizioni delineano un condotto articolato in soluzioni variabili, tra semplici rivestimenti murari e interventi più complessi. Gli elementi tubolari — i corni — erano posati in parte nel sottosuolo e in parte inglobati nelle mura della fortificazione. L’opera risultava pressoché coperta, condizione che ne spiega l’assenza nella cartografia.
Altre questioni restano nell'ombra. Del condotto non sono ricostruibili il profilo altimetrico, le pendenze e gli eventuali dislivelli. Analoga incertezza riguarda i corni: il materiale, la sezione, il diametro e la capacità di portata restano ignoti, così come resta da determinare la ragione tecnica della profondità di posa.

Fig. 5.1 — Assetto delle canalizzazioni del Valentino e della Cittadella, dopo la costruzione della fortezza. Nel disegno seicen-tesco, il nome di canale dei Gesuiti attribuito alla bealera in precedenza detta di S. Solutore. Il fatto si spiega poiché le reliquie dei Santi martiri torinesi — già custodite nell’abbazia di San Solutore sulle cui rovine venne costruita la Cittadella — furono trasferite nella chiesa torinese dei Santi Martiri, gestita dai Gesuiti.
Fonte: ASCT; CS 1977 (particolare)
La bealera della Cittadella. Per l’alimentazione del condotto, la crida attesta il ricorso alle acque della Dora, senza precisare le modalità di prelievo. L’ipotesi più probabile resta l'impiego delle acque usate, per produrre la malta per «collar li mattoni» delle cortine e dei bastioni della fortezza filibertiana. A tal fine, si ricorse alla canalizzazione più prossima, quella del Valentino, dirama-zione del Fossato lungo, ossia la parte della bealera del Martinetto che, pro-veniente dalla Pellerina, raggiungeva il Po attraverso le campagne sud-orientali. Il maggior beneficiario delle 131 ore d’acqua della bealera in passato era il priore di San Solutore — tale ramo era nominato infatti
anche bealera di San Solutore — che dopo il 1551 furono in parte cedute a un consorzio di una quarantina di proprietari terrieri, tra cui Jean de Brosses, tesoriere di Margherita di Valois, consorte del duca, e formale proprietario del Tenimento del Valentino.
Sebbene i capitolati prevedessero la stipula degli accordi per «il transito de l’acqua la qual si condurrà per le possessioni de particolari sopra la fabrica per bagnar le calcine» (5.17) vi è motivo di ritenere che l’intero flusso della bealera fosse stato requisito per imperio. Ne danno conto le patenti del 15 febbraio 1566, con le quali Emanuele Filiberto riconosceva ai particolari «il gran danno patito per mancamento dell’acqua à i luoro prati, quali furono deviate l’anno passato per la fortificatione di questa nostra Cittadella» e, accogliendo la supplica degli interessati, autorizzava il ripristino delle bealere del Fossato lungo e del Valentino, imponendone però lo spostamento e lo scavo di un nuovo alveo a settanta trabucchi (circa 210 m) di distanza dalle mura, specificando le condizioni relative ai diritti di passaggio, all’indennizzo e alla ripartizione delle spese. Contestualmente il duca accordava il ripristino del flusso diretto verso i molini del Martinetto anch'esso ridotto in seguito ai prelievi dei cantieri. (5.18)
Preso atto della decisione del Sovrano di riservare una ruota e mezza d’acqua ad uso della fortezza (5.19) e della possibilità di ripristinare il flusso dell’«ediffizio del martineto», la Città affrontava la questione nelle sedute della Minor Credenza del 28 febbraio, e soprattutto del 15 marzo 1566. Nel nuovo assetto idraulico, si temeva che, tra la quota ducale e i prelievi di quanti «intendano far altra bealera o pigliarla sopra il Martinetto», Torino restasse «senza acqua per tenerla necta e polita». Per scongiurare questa evenienza, si decise di istituire due bocchetti distinti sulla bealera principale: il primo per sua Altezza — che avrebbe preso poi il nome di bealera della Cittadella — il secondo per l’irrigazione dei prati dei particolari espropriati, però con facoltà della Città di attingere alla loro quota in caso di bisogno (anziché alla ruota e mezza del duca). Per l’attuazione del piano, due consiglieri erano incaricati di compiere i sopralluoghi per scegliere la collocazione delle nuove prese. (5.20)
ll mandato di pagamento ai mastri Vercellino Rocho, Steffano Somasso et compagni «a bon conto del cavamento per loro fatto alla bialera che entra nella Cittadella» del 4 maggio 1566 conferma il rapido completamento dell'opera. (5.21) Non vi è prova che fosse questa l’acqua destinata, sia pure provvisoriamente, al giardino della residenza torinese, ma resta l’ipotesi più probabile. Nulla depone a favore dell'impiego delle acque urbane — di competenza del Comune, cui il duca aveva riconosciuto gli antichi privilegi solo pochi mesi prima, con le Patenti del 1° gennaio 1566 — né del ricorso a una traversa propria sul fiume, soluzione complessa e costosa. Resta l'ipotesi dell’apporto di acque consortili: in quegli anni, la bealera Cossola poteva forse raggiungere la porta Susina — e qualche labile menzione documentaria potrebbe suggerirne l'impiego — ma si tratta tracce molto più tarde, di età seicentesca, che la perdita degli archivi della bealera impedisce di esplorare.
Si ripropone in ultimo l’interrogativo sulla natura dell'opera. Le modalità di appalto, l'entità della spesa e l'integrazione con le strutture urbane e difensive depongono contro un'interpretazione del condotto come infrastruttura provvisoria, e definiscono piuttosto una canalizzazione con criteri costruttivi definitivi, in esercizio nel 1567. Se pure servisse fin dalle prime fasi anche all'allestimento del parterre, questo non ne esaurisce la funzione e neppure ne ridimensiona il carattere permanente. Resta tuttavia incerto il rapporto con l’assetto definitivo del sistema idraulico del giardino ducale, poiché nuovi interventi saranno necessari.
Fig. 5.1 — Dalla porta Susina, il canale del giardino ducale seguiva la muraglia settentrionale fino a destinazione. In massima parte coperto, non è riportato nel disegno di G. Carracha del 1572, nel quale è invece ben visibile la canalizzazione scoperta che percorreva la via Doragrossa.

Note 5.
5.1. Cfr. AST, Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Contratti camerali (Articolo 696), Contratti, Paragrafo 1-Contratti ossia instrumenti e atti ricevuti dai notai e segretari del principe e camerali e da diversi notai nell'interesse del Demanio e di particolari, m. 12, pp. 1-2.
5.2. La crida designa l'opera con il termine bialera — una canalizzazione aperta a pelo libero — e i condotti con il termine corni, che di norma indicano le tubature metalliche delle fontane. In entrambi i casi l'uso sembra esteso o convenzionale: la precisione lessicale tecnica non era un criterio sistematico nella documentazione amministrativa cinquecentesca. I corni si riferiscono verosimilmente a elementi tubolari modulari di materiale diverso — forse laterizio, terracotta o legno — sui quali non vengono aggiunte indicazioni, essendo forniti direttamente dall'Amministrazione.
5.3. Emanuele Filiberto impose ai capomastri impegnati nelle fortificazioni ritmi molto serrati, obbligandoli a iniziare i lavori di scavo entro un mese dalla stipula del contratto e quelli di muratura entro un mese dall’inizio dei lavori accelerando ulteriormente nel caso che il duca lo avesse desiderato. Il cantiere della Cittadella impegnò giornalmente circa 2.200 persone, di cui 200 muratori finiti (definiti cazzuole). Convenzionalmente realizzata in meno di due anni, la fortezza venne tuttavia portata a compimento ben oltre quella scadenza. Per ulteriori dettagli cfr. Paola Bianchi, La capitale e la corte, in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino. III. Dalla dominazione francese alla ricomposizione dello Stato (1536-1630), Torino, Giulio Einaudi Editore, 1998, p. 477.
5.4. Cfr. AST, Riunite, Articolo 696, par, 1, m. 12, cit. pp. 2-10. Salvo diversa indicazione, tutte le informazioni relative all'appalto provengono da questa fonte.
5.5. L’asta si svolge secondo la prassi dello «smorzar della candela», che fissava convenzionalmente il termine utile per i rilanci allo spegnersi della fiamma. — Il luganese Martino Calligaro aveva già diretto i lavori eseguiti alla fortezza di Savigliano nel 1561-62, realizzata anch’essa su progetto del Paciotto, come la cittadella torinese.
5.6. Nella verbalizzazione è indicato soltanto il nome Antonio, lasciando in bianco lo spazio del cognome, desunto dai conti di Tesoreria.
5.7. La distinzione tra trabucco corrente e trabucco cubico riguarda il criterio di computo del compenso: il primo misura la lunghezza lineare del condotto, il secondo il volume di scavo. Optando per il trabucco corrente, il Ricardo fissa un prezzo unico a metro lineare, valido per entrambe le tipologie di alveo previste dal tracciato — lo scavo nel terreno e l'inserimento nelle muraglie — indipendentemente dalle variazioni di sezione. La clausola è coerente con la previsione della crida di computare la messa in opera «l'uno per l'altro».
5.8. G. Claretta attribuisce tali ritardi alla pestilenza del 1564–65, che avrebbe allontanato le maestranze e rallentato il progresso dei lavori; tale lettura è tuttavia contestata da altri studiosi. È comunque certo che in quegli anni la carenza di manodopera costituì un problema assai sentito: per farvi fronte fu mobilitata tutta la manovalanza torinese, e agli operai e ai mastri calcinarij, mattonarij, muratori e guastadori degli Stati sabaudi allora all'estero fu intimato di rientrare, mentre agli altri venne proibito di espatriare. (origine) Claretta, Gaudenzio. L’edificazione della cittadella di Torino 1564-1573. In Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino, Vol. V, Fasc. 1 (Torino), 1887, pp. 225-26 — Per accelerare i lavori della Cittadella, con decreto del 16 maggio 1566 venne posto il divieto «di murare e far fabbricare qualsivoglia sorte di muri o edificii in Torino»; soltanto nel 1570, dietro istanza della Città, cessarono le requisizioni dei materiali, «dandosi licenza et permissione di comprare liberamente» Cfr. Torino ai tempi di Emanuele Filiberto, Rivista Municipale di Torino, nn. 7–8, Torino, Lattes & C., 1928, p.44.
5.9. La fonte principale è costituita dalla Tesoreria Generale di Piemonte: AST, Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Conti generali approvati, Articolo 86-Ricevidoria, in seguito (Tesoreria generale del Piemonte), Paragrafo 3-Piemonte, Tesoreria generale, mazzi n° 10-11. A questa fonte sono riconducibili tutte le notazioni, salvo indicazione diversa. Altre giustificative camerali provengono dall'Articolo 203-Conti, brogliassi, giornali di cassa, mazzo 2, fascicoli 14-15 e Articolo 178-Fortificazioni - Carmagnola, Ceva, Cherasco, Chieri, Cittadella di Torino (1564 - 1631). Queste fonti tuttavia duplicano a volte quelle della Tesoreria Generale.
5.10. AST, Art. 203, cit., mazzo 2, fasc. 14.
5.11. Idem.
5.12. AST, Art. 178, cit., mazzo 1.
5.13. Idem.
5.14. AST, Art. 203, cit., mazzo 2, fasc. 14.
5.15. Idem.
5.16. ASCT, CS 1949.
(5.17) AST, Sez. Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Contratti camerali (Articolo 696), Paragrafo 1-Contratti ossia instrumenti e atti ricevuti dai notai e segretari del principe e camerali e da diversi notai nell'interesse del Demanio e di particolari (1560-1859), mazzo 9 1561 in 1564, p282v.
(5.18) AST, Sez. Corte, Paesi per A e B [Inventario n. 177.21, Paesi per A e B: da Taggia a La Turbie, Mazzo 7, Torino | Fascicolo 53.
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(5.19) Nel XVI secolo la «rota d’acqua» non era una misura di portata traducibile in valori assoluti nel senso moderno, ma una unità convenzionale di ripartizione definita in funzione dell’uso.
(5.20) ASCT, Ordinati 1566, vol. 117, p. 12r e segg.
(5.21) AST, Tesoreria Generale di Piemonte, art. 86, cit., 1566, n° 599.
(continua...)
