
ASCT - A. Monsa
Il canale del
Giardino Reale
(Il canale del Giardino di sua Altezza)

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IL CANALE DEL GIARDINO DI SUALTEZZA
1. ANTEFATTI
3. L'ACQUEDOTTO AD ARCHI
4. LA TORRE DI PORTA PALAZZO
5. DOPO IL 1573
On line dal 15-04-2026
Ultimo aggiornamento il 10-07-2026
Antefatti (1565-1567)
1. Un acquedotto ad archi di origine romana o cinquecentesca?
Nelle rappresentazioni cartografiche e pittoriche cinquecente-sche e seicentesche compare talvolta un grande acquedotto ad archi che raggiunge la città nei pressi della porta Susina. Con ogni probabilità l’opera era parte del cosiddetto «canale del giardino di sua Altezza», voluto dal duca Emanuele Filiberto per il servizio della residenza nella novella capitale, meglio noto nella storiografia moderna come canale del giardino reale di Torino.
CONTENUTI
1. Un acquedotto romana o cinquecentesca?
È stata avanzata l’ipotesi che questo acquedotto potesse avere origini più antiche e derivare, almeno in parte, da un’infrastruttura romana preesistente. Una congettura stimolante, che tuttavia incontra obiezioni di non poco conto, mancando elementi archeologici che consentano di stabilire con sicurezza un legame tra le due strutture. Non siamo neppure certi che la colonia romana fosse dotata di un acquedotto esterno, e i pochi reperti talvolta richiamati non sono di per sé inquadrabili in un sistema idraulico coerente. A ciò si aggiungono considerazioni di ordine storico e documentario: il

Fig. 1.1 - L'acquedotto ad archi della porta Susina è ben riconoscibile nel disegno di N. Tassin del 1634.
Fonte: BNF - Paris
silenzio delle fonti medievali e tardomedievali e la difficoltà di spiegare la sopravvivenza di un grande manufatto romano in un contesto urbano e militare profondamente trasformato nel tempo. (1.1)

Fig. 1.2 - Nella veduta della città da San Vito, del 1620 circa, il manufatto ad archi è riconoscibile sullo sfondo, mentre in primo piano si nota il primo ampliamento urbano lungo l'asse della via Nuova (oggi via Roma).
Fonte: "Castello del Valentino, veduta da S. Vito" (particolare ingrandito) BNF, Paris
Scopo di questa indagine è affrontare tali interrogativi su base documentaria — seppure non sempre esaustiva e talvolta di interpretazione problematica — evitando forzature e ricostruzioni arbitrarie, distinguendo tra ciò che è attestato dalle fonti e ciò che resta ipotizzabile, nella consa-pevolezza che non tutti gli interrogativi potranno essere ri-solti e che tale incertezza fa parte del problema storico in esame.
Note 1.
1.1. Su questi interrogativi si veda lo stimolante articolo di Fabrizio Diciotti, L’acquedotto di Torino: romano o filibertiano? Breve analisi di un manufatto dalla genesi controversa. in: Taurasia, Periodico di Informazioni del Gruppo Archeologico Torinese, Anno XXXVI, Dicembre 2021. — Mettendo in dubbio l’origine romana dell’acquedotto, l’autore — oltre a ricordare la mancanza di qualsiasi evidenza archeologica diretta riconducibile a una struttura romana — sottolinea la debolezza delle testimonianze iconografiche cinquecentesche, che non ne dimostrano affatto l’antichità. Sul piano documentario, pesa il silenzio delle fonti medievali: né i cronisti, né la documentazione anteriore al Cinquecento (Ordinati della città di Torino, consegne catastali, atti notarili…) ne fanno menzione, fatto difficilmente spiegabile se un’opera così imponente fosse realmente esistita e visibile. Allo stesso modo, tra le vestigia romane sopravvissute fino all’età moderna e variamente richiamate dalle cronache, l’acquedotto non compare mai. Si potrebbe aggiungere, infine, che appare difficile immaginare che un simile manufatto potesse sopravvivere agli abbattimenti ordinati dai Francesi durante l’occupazione cinquecentesca, che portarono alla distruzione delle pertinenze suburbane, salvo ipotizzare che fosse ancora in funzione: ipotesi che, tuttavia, non trova alcuna conferma.
2. Il ritorno del duca
Dopo la riconquista del Ducato, Emanuele Filiberto di Savoia concentrò l'azione sul rafforzamento dei confini e della nuova capitale, il cui sistema fortificato di origine romano-medievale aveva dimostrato la propria inadeguatezza nel 1536, quando impedì al duca Carlo, suo padre, di opporre resistenza alle truppe imperiali di Carlo V pronte all'assedio. (2.1) Nemmeno i quattro grandi bastioni angolari avviati dai duchi precedenti e portati a termine durante la dominazione francese risultavano sufficienti a ridefinire il sistema difensivo. Con la costruzione della Cittadella disegnata da Francesco Paciotto il duca conferì al sistema difensivo torinese una configurazione più organica, coerente con i principi della fortificazione alla moderna, consolidando il ruolo militare di Torino.

L’edificazione della Fortezza comportò una spesa stimata in circa 100.000 scudi e assorbì per anni gran parte delle risorse finanziarie e costruttive dello Stato, imponendosi come priorità assoluta. Consapevole, per sua stessa am-
Fig. 2.1 — La residenza ducale, ospitata nel palazzo del Vescovo, (a destra) vista dal giardino. Sullo sfondo il castello con le quattro torri e la galleria che l'univa al palazzo.
Fonte: A. Peyrot, Immagini di Torino nei secoli (particolare)
missione, che non solo a Torino, ma in tutte le città del suo Stato non vi fosse un solo palazzo che potesse alloggiarlo onoratamente, Emanuele Filiberto, frenato dai costi, fu costretto a rinviare l’ampliamento e l’abbellimento della capitale e la costruzione di una residenza degna del proprio rango, adattando a sede ducale il palazzo vescovile — già scelto dai governatori francesi per le sue qualità architettoniche e rappresentative, essendo l'unico dotato di un certo respiro. (2.2)
Note 2.
2.1. Di qua dai monti, importanti interventi riguardarono le fortezze di Pinerolo, Savigliano, Chieri, Asti, Villafranca Piemonte, Mondovì, e, di la dai monti, Nizza, Villefranche-sur-Mer e Montmélian.
2.2. Cfr. Enrico Stumpo, Spazi urbani e gruppi sociali (1536–1630), in Storia di Torino, vol. III, a cura di G. Ricuperati, Torino, Einaudi, 1998, pp. 367 e 388. — La paradossale condizione del duca è confermata dall'abate Francesco Maria Ferrero di Lauriano: «... nell'Augusta Città di Torino, che più d'ogni altra teneva sotto gli occhi, dopo averne resa con sotterranee fortificazioni maravigliose, pressoché inespugnabile la Cittadella, egli andava meditando altre opere pur grandi; ma più per utile, e comodità del Pubblico, che per comodità privata, o per pompa. Il Palazzo de suoi Maggiori detto “il Castello”, troppo angusto per verità, e per la vecchiezza dell'opera di poco decoro a’ Principi della lor grandezza, avrebbe voluto ampliarlo, o rifarlo più ampio dalle fondamenta: Ma glielo vietavano le troppo vicine mura della città. Non potendo però fare quel che voleva, fece quel che poté ristringendo la sua magnificenza a far più ampia la Regia sua abitazione».
3. Il giardino del palazzo di S.M.
Seppur negli spazi ristretti dell'angolo nord-orientale delle mura — noto come bastion Verde, bastione di San Lorenzo o bastione degli Angeli — il duca non rinunciò alla creazione di un moderno giardino all’italiana, concepito come spazio di rappresentanza e legato alla sua passione per la botanica e per la vita all'aria aperta. (3.1)
Gli elementi decorativi si ispiravano all’arte manieristica dei giardini toscani e romani. Fontane e vasche animate da giochi d’acqua ne costituivano gli elementi essenziali, mentre l’apparato scultoreo si ispirava alla mitologia classica. Al centro si collocavano due fontane: quella dell’architetto Domenico Poncello (o Ponzello) e una seconda dello scultore toscano Francesco Mosca, detto il Moschino. Una grotta artificiale (crotta) ed elementi scenografici quali la vasca dei pesci (peschera), la voliera (ucellera), le serre invernali per le «piante di citroni»

Fig. 3.1 — Il disegno mostra la configurazione originaria del giardino della residenza torinese di Emanuele Filiberto nella rappresentazione del pit-tore di corte, e diretto testimone, G. Carracha (1572). Il parterre è ancora limitato al bastione nord-orientale della città, noto come bastion Verde o degli Angeli, edificato nel 1461, mentre ancora sussiste il taglio diagonale delle mura romano-medievali che lo separava dai casamenti, dai chiostri e dagli orti dei canonici di S. Giovanni.
Fonte: Gallica-BNF (particolare)
(stuffe) e la galleria che collegava la residenza ducale al castello, completavano l'insieme.

Di tali opere sono rimaste solo le rare descrizioni dei viaggiatori di passaggio nella capitale e delle fonti di corte, più tarde, dai toni celebrativi e riferite a un insieme ormai compiuto. Giovanni Tosi (attestato anche come Tonso), descrive il luogo: la fontana ricoperta di muschi ed erbe delle zone umide, soffermandosi sulla crotta, voluta espressamente dal duca «a somiglianza di quelle che la natura stessa crea», con un ingresso decorato da statue di ispirazione classica e un interno rivestito a mosaico, con pietre marine e conchiglie.
Fig. 3.3 - Pianta del giardino ducale: 1: Cappelle di S. Lorenzo, 2: Giardino di S. Lorenzo, 3: Antico muro di cinta della città, 4: Giardino del Bastion Verde; Casino del Bastion Verde, 6: Bastione di S. Lorenzo, o degli Angeli, o Bastion Verde.
Fonte: M. Ferrari, Il Giardino del Palazzo Reale di Torino, (a cura di P. Cornaglia) (particolare)
Centrale è il sistema idraulico: condotte sotterranee e artifici fanno scaturire l’acqua «così che sembri sgorgare una sorgente perenne» e, deviandola, spruzzano «gli spettatori più incauti e desiderosi di avvicinarsi». Il quadro si chiude con un pavimento di pregevole fattura e un ruscello che, nelle parole di Tosi, «consente il passaggio di una piccola imbarcazione e diletta gli occhi di chi osserva per i pesci che vi nuotano». (3.2) Oltre alla funzione ornamentale, la peschera riforniva
anche le cucine ducali. Un’altra fonte coeva descrive la presenza di giochi meccanico-idraulici capaci di animare figure e scene di combattimento. (3.3)
Rinunciato all’abbellimento e all’ampliamento della città, realizzati solo dal figlio Carlo Emanuele, il duca si concentrò su una politica di espansione patrimoniale, integrando i suoi possedimenti con la costruzione militare, urbanistica e simbolica della nuova capitale. Il giardino della residenza torinese costituiva la dimensione più privata — se non intima — di questa politica, aprendosi idealmente e spazialmente verso la grande tenuta agricola e di caccia alla confluenza del Po, della Dora Riparia e della Stura di Lanzo, in seguito nota come Regio Parco. Insieme alle acquisizioni del Valentino, di Stupinigi e dei possedimenti di Lucento e di Altessano Inferiore, si delineava così un sistema unitario di controllo e rappresentanza del territorio circostante la capitale, primo tassello di quella Corona delle Delizie portata a compimento dai duchi successivi. (3.4)

Fig. 3.2 — La nicchia a mosaico di conchiglie della Fontana dell’Ercole, alla Venaria, richiama idealmen-te le decorazioni della grotta del giardino torinese.

Fig. 3.4 - Nella tavola del Theatrum Sabaudiae, pubblicato nel 1682, pur negli intenti celebrativi dell'opera, e nonostante la costruzione della nuova residenza ducale, il giardino conserva parte delle caratteristiche originali. Sulla destra, si noti il palazzo del Vescovo, prima dimora del duca.
Note 3.
3.1. L’interesse di Emanuele Filiberto per la botanica è testimoniato dalle relazioni degli ambasciatori veneti a Torino. Nel 1578, scriveva Gio Francesco Morosini: «[il Duca]… ha un buon numero di giardinieri, perché si diletta assai di giardini, nei quali fa la maggior parte della sua vita, e bene spesso è lui quello che pianta gli alberi ed innesta di proprie mani». Gio Francesco Morosini, Relazione della Corte di Savoia letta in Senato (1570), in: Eugenio Albèri (a cura di), Relazioni degli Ambasciatori veneti al Senato raccolte, annotate ed edite, serie II, vol. II, Firenze, 1841, p. 165.); come pure: «… [il Duca] si diletta di saper le virtù naturali di erbe semplici, piante e cose simili». Relazione di Matteo Zane in, in AST, Biblioteca Antica, Relazioni degli Ambasciatori Veneti, J, A, V. — Entrambi i brani sono tratti da: Fiorella Rabellino, Loisir sovrano e cultura di corte nella magnificenza dei giardini tra Cinquecento e Settecento. Il giardino di Sua Altezza nel Palazzo Reale di Torino, tesi di dottorato, Politecnico di Torino, Dipartimento Casa-Città, p. 117, gentilmente fornita dall’Autrice.
3.2. Ioannes Tonsus patricij Mediolanensis. De vita Emmanuelis Philiberti Allobrogum ducis, et Subalpinorum principis, libri duo, Augustae Taurinorum apud Io. Dominicum Tarinum, 1596, p. 227-228. — «Nella parte dei giardini rivolta a settentrione fece costruire una grotta, modellata a imitazione di quelle che la natura stessa forma, tra rupi scoscese e rocce elevate; e al suo interno realizzò una spelonca, ornandone la volta e ogni superficie con concrezioni “marine” e conchiglie, nelle quali plasmò figure di satiri, ninfe e molte altre figure fantastiche. Il pavimento lo fece rivestire a mosaico. Vi condusse l’acqua dal fiume attraverso canali sotterranei, così che sembrasse sgorgare da una fonte perenne. Dispose inoltre numerose cannelle con tale perizia che, a suo comando, nello stesso istante spruzzavano acqua dall’alto e la facevano scorrere e dagli stessi getti, riflessi tanto dalle pareti quanto dal pavimento, spruzzavano d’acqua gli incauti visitatori, troppo desiderosi di contemplare la fonte. La sorgente fu circondata da pietra coperta di muschio e rivestita di abbondante vegetazione che cresceva nei luoghi umidi. L’ingresso della grotta fu ornato con figure di marmo antico e con opere di mirabile fattura. Il ruscello che scorreva attraverso i giardini appariva limpido, e vi si apriva anche una piccola conca; i pesci che vi nuotavano deliziavano lo sguardo di chi li osservava».
3.3. Gian Battista Venturino, a Torino nel 1571 al seguito di una delegazione pontificia, descrive un complesso gioco di automi meccanico-idraulici all'interno del giardino: «Dietro il Domo il giardino di S.A. con una fontana di Tartari con la volta dipinta di giottecchi con molti pezzi di christallo in essa, con un ingegno in un nicchio della fontana di una rota over lanterna che chiamano tre braccia di tondezza coperta di piombo e stagno, et è girata dall'acqua et per essa si vede un giuoco di huomini armati a piede et a cavallo combatter vagamente, et all'intrar dentro al giardino un gammento di petrasoli bianchi, neri et rossi, lavorati a foggia di orologi da sole con figure di vari animali assai belle». Chiapusso Felice, Relazione antica dello Stato di Piemonte e Savoia, in miscellanea di Storia Italiana, F.ll Bocca, Torino, 1890, vol. XXVIII, p. 591, citata in: Roberta Marchionatti, I giardini del Palazzo reale di Torino: un «Ajuola nello stile regolare» da Le notre ai Fratelli Roda. Tesi di Laurea Magiatrale in Architettura, A.A. 2013-2014, p. 8.
3.4. Sul giardino del palazzo ducale, tra i molti, cfr. Rabellino, cit, e della stessa il saggio: 1563-1650. L'origine: il Giardino sul Bastion Verde, in: Il Giardino del Palazzo Reale di Torino, 1563-1915, a cura di Paolo Cornaglia, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2019, pp. 2-10. L'intero volume rimane un riferimento imprescindibile per lo studio dell'argomento.
4. Il progetto generale
Nel parterre torinese, l’acqua, destinata all’irrigazione della vegetazione non meno che all’animazione dei divertissements del sovrano, assume un ruolo cruciale. (3.3) Il progetto per l'adduzione è strettamente integrato con quello del sistema idraulico del Palco del Viboccone, in costruzione nel medesimo periodo, delineando così un sistema unitario articolato in quattro parti:
-
La bealera del giardino di sua Altezza, dall’Oltredora al Martinetto
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L’acquedotto ad archi, da cui questa ricerca prende spunto
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La torre di sollevamento di porta Palazzo
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I condotti interni alla città
Il canale del giardino traeva origine dal condotto che, diretto al Palco, prolungava la preesistente bealera della Comunità di Druento, derivata dalla Stura di Lanzo presso Balangero. Attraversata la Dora, il canale proseguiva in sponda destra ed entrava nell’acquedotto ad archi che, dal Martinetto, raggiungeva la porta Susina, per giungere quindi a destinazione seguendo le mura. Il sistema era completato da una seconda canalizzazione, collegata alla Dora nei pressi della porta Palazzo.
L'opera risultava tecnicamente complessa e onerosa. Ai lunghi tratti d'alveo da scavare al di qua e al di là della Dora si aggiungevano il potenziamento delle opere di presa sulla Stura e degli attraversamenti dei vari corsi d'acqua lungo il corso della bealera di Druento, nonché la realizzazione, ex novo, del passaggio sulla Dora e dell'acquedotto ad archi, della struttura di decantazione al Martinetto, della torre di sollevamento e, forse, di ulteriori condotti urbani sotterranei. Nell'intento di contenere lo sviluppo complessivo del tracciato, mantenere pendenza e livellazione adeguate e superare le irregolarità del terreno, fu necessario ricorrere a numerosi tratti di alveo artificiale sopraelevati, per i quali l'inevitabile impiego del legno introduceva fattori intrinseci di vulnerabilità e di limitata durata.
Nel contesto ingegneristico cinquecentesco, il piano costituiva una sfida ambiziosa, e forse eccessiva, che continua a sollevare interrogativi non del tutto risolti. Il più immediato riguarda il ricorso alla Stura di Lanzo come fonte di approvvigionamento, un fiume distante, quando attingere alla Dora Riparia, che lambiva l'abitato, sarebbe parso più semplice e naturale. Tuttavia questo fiume aveva probabilmente raggiunto i limiti di derivazione per il numero elevato di canalizzazioni aperte a monte di Torino; può aver inciso inoltre anche la maggior purezza delle acque della Stura, più adatte ai giochi d’acqua del parterre ducale rispetto a quelle più torbide della Dora e a quelle che scorrevano nelle strade cittadine.
L’intento di portare le acque della Stura a Torino non rappresentava tuttavia una novità assoluta. Già le patenti del duca Ludovico di Savoia del 24 aprile 1454 autorizzavano i torinesi a convogliare le acque della bealera di Druento in città per migliorarne la salubrità. Il progetto quattrocentesco non ha lasciato traccia e non sembra essere giunto a compimento; tuttavia costituiva un precedente certamente noto a Emanuele Filiberto e ai suoi ingegneri.
Avviati nel 1565, i lavori si conclusero nel 1573 e furono diretti dall'architetto ducale Domenico Poncello, cui si deve verosimilmente anche la progettazione. Si articolarono in più fasi e cantieri, accumulando ritardi e procedendo in modo non lineare. L'attuazione incontrò probabilmente difficoltà impreviste, e gli indizi disponibili suggeriscono che le sinergie attese dalla realizzazione simultanea delle due canalizzazioni furono verosimilmente sovrastimate e le difficoltà costruttive sottovalutate. La spesa complessiva risultò infine molto elevata, sfuggendo forse al controllo e alle aspettative del duca stesso. (4.1)

Fig. 4.1 - Lo schema restituisce il progetto in forma semplificata, secondo una logica di sintesi che privilegia la leggibilità complessiva rispetto alla configurazione reale e al dettaglio.
Note 4.
4.1. Gaspare Ponziglione, protonotario apostolico e segretario di Carlo Emanuele I, dieci anni dopo la fine dei lavori, osservava che «gli conduti dell’aqua per dette fontane – quali sono di grandissimo costo per haver molto ediffitio parte all’interno di detta Città et parte molto lontano da essa, il cui prezzo estimo assai ma non saprebbe specificar la quantità». Cfr. AST, Corte, Arcivescovadi e vescovadi in Materie ecclesiastiche [Inventario n. 80], Addizione al presente inventario, Arcivescovado di Torino, Fascicolo 1, Mazzo 1, prima addizione. — L’entità di un investimento tanto rilevante per un canale destinato esclusivamente al giardino del principe, principalmente nella bella stagione e senza introiti derivanti dalla cessione di ore d'acqua ai privati, merita una riflessione di altra natura. Introdurre la moderna distinzione tra opere "utili" e apparati di rappresentanza costituirebbe una proiezione anacronistica: nel Cinquecento, condurre l'acqua per animare un parco principesco rientrava a pieno titolo nelle forme dell'esercizio del potere, di cui fontane e giochi d'acqua costituivano, anzi, elementi del linguaggio politico e rappresentativo. L'entità stessa dell'investimento offre una testimonianza eloquente: il giardino non era per Emanuele Filiberto un semplice attributo della residenza, ma una scelta personale voluta e perseguita.
5. Il "condotto accostato alle muraglie"
Il primo intervento per condurre l'acqua al giardino del duca è attestato dal bando d'appalto — la crida — emesso dalla Camera ducale il 14 marzo 1565. (5.1) Il documento invitava a presentare offerte per la realizzazione di un condotto che avrebbe portato l'acqua della Dora dalla porta Susina fino al parterre, indicato convenzionalmente come «condotto della porta Susina» o «condotto accostato alle muraglie». L'opera appare preliminare al sistema idraulico derivato dalla Stura, e serviva presumibilmente alle bagnature e ai lavori in atto per le molte strutture del giardino.
14 marzo 1565 - “Crida per la bialera del giardino di sua Altezza"
«La Camera ducale, havendo sua Altezza deliberato di condurre l’acqua della dora dalla porta susina al suo giardino accostata alle muraglie della presente Città et di dar tal fattura a cui ne farà miglior conditione.
A questo effetto si fa con la presente crida intendere ad ogni persona la quale voglia attendere alla detta fattura che habbia a comparire domani che sarà il XV di questo in camera alle XX hore a offrire i suoi partiti perché esso giorno a chi ne farà meglior conditione a beneffitio di sua Altezza la si deliberarà et espedirà, acciò che ogniuno meglio saprà come offrir i suoi partiti
se gli dichiara come sua Altezza gli farà dar li corni o sia condotti et gli farà dar su l’opera i quali si havranno da mettere in opera di questa maniera cioè che oltre il metterli insieme con buona calcina saranno murati d’ogni intorno per quanto è largo uno mattone di buona calcina ghiara e sabbia i quali vanno computato l’uno per l’altro sotto terra mezo trabucco,
et per questo ogniuno che vorrà attendere a tal fattura potrà far sua oblatione per quanto vorrà fare il trabucco del terreno e per quanto quello di accomodar detti condotti o vero tutti insieme et muro et cavoet si havrà dal principio alla detta fattura lunedì prossimo che sarà il XIX di questo et che per tutto il prossimo mese d’aprile sia finita, et acciò che questo sia notticia ad ogniuno si è ordinata la presente crida».
«Data in Turino XIIY di marzo 1565»
IL BANDO
il documento fissa condizioni esecutive e criteri di offerta dell’opera, ma — data la natura amministrativa — non ne definisce le caratteristiche progettuali. Le osservazioni che seguono si fondano su una attenta lettura, e dove il testo tace l’interpretazione resta ipotetica.
La capitolazione specifica che all'appaltatore spetta la messa in opera dei «corni o sia condotti» — elementi modulari forniti dal principe. La canalizzazione risulta così composta da una tubazione ad elementi giuntati con calcina, rivestita «d'ogni intorno per quanto è largo uno mattone» da una camicia in malta di calce, ghiaia e sabbia. (5.2) L’invito a distinguere il costo dello scavo da quello della posa dei condotti indica che l’opera non è costituita né da uno scavo realizzato tutto nel terreno né da un manufatto in muratura che corre integralmente lungo «la muraglia», ma presenta un tracciato non omogeneo, sviluppato secondo entrambe le modalità.
La messa in opera dei condotti sarà computata in modo uniforme, «l'uno per l'altro», assumendo come riferimento convenzionale la profondità di «mezzo trabucco sottoterra». La misura — circa 150 cm — non è di immediata interpretazione e appare più come standard convenzionale di computo che come indicazione per l'interramento uniforme. Il testo non esplicita la motivazione della scelta, che non sembra spiegata dalle sole esigenze di copertura e potrebbe ricondursi alla necessità di mantenere la quota di scorrimento adeguata a garantire la pendenza o di superare eventuali ostacoli lungo il perimetro bastionato.
Il ricorso alle acque della Dora Riparia non esclude, ma piuttosto precede, l'impiego di quelle della Stura. In assenza di indicazioni esplicite, le due soluzioni possono essere lette in una logica di integrazione: la derivazione più vicina avrebbe garantito un approvvigionamento iniziale e immediato, mentre la seconda risponderebbe all’esigenza di una portata più stabile e continua nel regime di esercizio.
I lavori dovranno iniziare il 19 marzo 1565 e concludersi entro la fine di aprile. I tempi sono estremamente stretti — circa quaranta giorni — e riflettono la pressione esercitata dal duca di Savoia sui cantieri della Cittadella e delle nuove fortificazioni, con cui il condotto condivideva tempi, maestranze e registrazioni contabili. (5.3)
GLI INCANTI
Il giorno stesso dell’emanazione la crida viene pubblicata «a voce di tromba» e «attaccata in copia al palazzo della Camera e della città», ma l'assegnazione si rivelerà ben più lunga e complessa per il temporeggiare degli impresari. (5.4) Il 15 marzo si presenta nel luogo e all’ora stabiliti il solo Martino Martinoto di Muzano (Muzzano, BI), che propone di realizzare l’opera «tutta insieme muro et cavo» al prezzo di 3 lire il trabucco. Determinata a ottenere condizioni più vantaggiose, la Camera rinvia la gara dapprima al 17 marzo e poi al 21, quando il mastro Fabiano Basso rilancia a 2 lire e 19 soldi il trabucco. Il giorno seguente «per la fattura della bialera del giardino di sua Alt.za conforme alla crida», Martino Martinoto offre 2 lire e 16 soldi; anche l'ulteriore ribasso di 5 soldi, proposto il 26 marzo da Battista Somazzo di Lugano, è giudicato dalla Camera troppo oneroso.
La competizione entra nel vivo nella riunione del 27 marzo. Alla prima offerta di Martino Calligaro pari a 2 lire e 5 soldi il trabucco seguono i reiterati ribassi di Martino Martinoto, di Fabiano Basso e dello stesso Calligaro. L’asta sembra concludersi sulla proposta del Basso di 1 lira e 16 soldi; ma allo scadere del tempo — tradizionalmente segnato dallo smorzarsi del lume di una candela (5.5) — il Calligaro propone 1 lira e 17 soldi il trabucco, correggendosi immediatamente, sostenendo di aver inteso 1 lira e 15 soldi, e rivendicando così la miglior offerta «a favore di Sua Altezza» il rilancio è subito contestato dal Basso, poiché giunto oltre il tempo consentito.
La Camera sospende la seduta e rinvia l'assegnazione dapprima al giorno successivo e poi al 29 marzo, a causa degli impegni del Presidente; in tale data l’opera è assegnata a Fabiano Basso. Alla stipula del contratto viene ribadito che, in conformità alla crida del 14 marzo, i lavori dovranno concludersi entro la fine del mese successivo e comunque non oltre la metà di maggio. L’impresario fa osservare che, a causa dei prolungamenti burocratici, l’opera non potrà essere consegnata prima della fine di maggio. La Camera revoca allora l’incarico e indice un nuovo incanto per il giorno successivo.
Il 30 marzo si presentano alla Camera i soli Martino Martinoto e il torinese Antonio Ricardo, (5.6) che offre di «far la fattura a una lira et meza per trabuco», da intendersi lineare e non cubico, (5.7) e che murature o pietre di difficile rimozione saranno compensate a giornata da sua Altezza. Martino Martinoto dichiara di «non voler far miglior conditione» e si ritira dalla gara. Preso atto dell'assenza di offerte più vantaggiose, viene deliberata l'assegnazione «della fattura di condurre la detta acqua della Dora al giardino di sua Altezza» al mastro Antonio Ricardo, al prezzo offerto e alle condizioni da lui promesse in conformità al capitolato. L'assegnatario riceve un anticipo, impegnandosi a terminare i lavori entro «il quindecimo giorno di maggio».
IL CANTIERE
L’urgenza imposta dal duca si scontra con serie difficoltà, al punto da costringere la Camera a bandire nel 1566 nuove gare per gli appalti conferiti l’anno prima, compresi quelli per lo scavo dei fossi e del pozzo elicoidale della fortezza e per la bealera del giardino. Le ragioni di questo slittamento non sono esplicitate dalle fonti. (5.8) Le nuove assegnazioni avvengono alle medesime condizioni, secondo procedure rapide, che paiono semplici formalità. La nuova crida relativa al condotto del parterre ducale reca la data del 16 marzo 1566.
Gli acquisti dei materiali edili e i salari della manodopera offrono ulteriori notizie, ma restano troppo limitate e frammentarie per restituire un quadro coerente e completo dell'opera. Le contabilizzazioni risultano inoltre riportate — e talora duplicate — in più registri, intrecciandosi con quelle di altri cantieri ducali, dalla Galleria del Palazzo Ducale al Valentino e al Viboccone: opere spesso registrate negli stessi mandati e non sempre distinguibili con sicurezza. (5.9) Anche la fonte principale, i conti della Tesoreria Generale del Piemonte, nelle giustificative di pagamento utilizza formule generiche, come le «liquidazioni a bon conto» o per «opere o lavori fatti al condutto del giardino di S.A.», che non consentono di individuare la tipologia degli interventi.
L'anticipazione di 150 lire corrisposta dalla Tesoreria ad Antonio Ricardo «per la fattura del giardino di S.A.» del 20 marzo 1566 segna l’apertura del cantiere, alla quale seguono una dozzina di pagamenti con cadenza compresa tra quindici e trenta giorni. Da un diverso registro si ricavano i versamenti effettuati il 29 giugno 1566 a Pietro Francone «per pagar li tanti lavoranti che ha messo in opera per servizio del condutto del giardino di S.A.» (5.10) Altre opere di scasso, presumibilmente riferibili all’attraversamento del bastione di nord-ovest, sono liquidate ad Antonio Ricardo e Battista Somazzo. Al primo, il 5 maggio, sono corrisposti i compensi per i «lavoranti che hanno rotto li fianchi del bastione della Madonna per poter passar li corni del giardino di S.A.»; al secondo, il 17 agosto, per «l’opera di romper la muraglia di questa città ove dovea passar il condutto del giardino di S.A.». (5.11) Un ulteriore importo relativo al «romper li fianchi del muro del bastione di Nostra Donna» è annotato il 24 gennaio 1567. Altre somme corrisposte ad Antonio Ricardo riguardano lavori eseguiti sulle cortine della Cittadella, in particolare «tra il baluardo del Duca e quello di San Maurizio» e lungo la cortina «dal baluardo di Madama a quello del Paciotto». (5.12) Il 12 luglio 1567 Battista Somazzo è retribuito «per l’opera da lui fatta al condotto dove inizia l’acqua». (5.13)
Altre scritture testimoniano gli interventi relativi a pozzi e cisterne, elementi strutturali del condotto e delle fontane destinati alla decantazione, alla raccolta e al controllo delle acque. Il 27 aprile 1566 viene corrisposto, «a buon conto» di Rocco Vercellino ed altri, «il cavamento per loro fatto a una cisterna nel principio del condutto del giardino di S.A.»; segue, il 29 giugno, un ulteriore pagamento a favore di Pietro Francone «per li lavoranti messi a far la prima cisterna del condutto del giardino di S.A.». Il 21 settembre e il 10 ottobre 1566 vari mastri vengono remunerati per il «riempimento fatto al pozzo grande del condutto del giardino apresso porta Susina»; il 1° ottobre 1566, a Francesco Bruno sono corrisposti i salari dei «quattro lavoranti che hanno nettato gli altri pozzi di esso condutto». (5.14)
Anche gli acquisti di ghiaia, sabbia, calcina e mattoni non sono sempre attribuibili con certezza nella contabilità. Soprattutto le modeste partite di mattoni — trasportate via fiume dalle fornaci di Moncalieri al ponte di Po e da lì al luogo di impiego — lascerebbero supporre murature piuttosto contenute, tuttavia è probabile che ulteriori acquisti siano confluiti nelle commesse di altre opere. Le forniture relative al canale del giardino risultano soltanto tre: due liquidate a Pietro Ballari, il 29 giugno 1566 («acconto per la condutta da lui fatta di mattoni dal Po al condutto del giardino di S.A.») e il 25 agosto («per la condutta de tanti mattoni da lui fatta dal Po al condutto del giardino di S.A.»); la terza, di «3.600 mattoni forniti per uso della condutta del giardino di sua Alt.za, inclusa la condutta», viene corrisposta a Regale Scarrone il 15 luglio (5.15).
Le ultime registrazioni si esauriscono nella primavera del 1567, entro la quale l’opera appare sostanzialmente conclusa. Un pagamento a favore di Pietro Francone per la «rottura della muraglia apresso il giardino», registrato ancora l’anno successivo, conferma la prosecuzione degli interventi coerenti con una realizzazione per fasi, soggetta a continui adattamenti. La spesa complessiva sostenuta per la costruzione di questa prima canalizzazione supera le 1.600 lire, di cui circa 1.000 liquidate ad Antonio Ricardo.
Una conferma indiretta di un sistema idraulico al servizio del giardino ducale torinese già attivo viene dalle Patenti del 2 agosto 1567, che lo includono tra le utenze da proteggere nel corso di una grave siccità. L’ordine del duca intima infatti di ridurre di un terzo i prelievi dalla Dora operati a monte della capitale, affinché «non manchino le acque opportune alli molini et prati delli bendilleti nostri supplicanti et a nostri giardini convenienti» (5.16)
CONCLUSIONI
La documentazione consente di ricostruire il profilo della canalizzazione, il cui tracciato seguiva il perimetro fortificato della città, dal punto di presa presso la porta Susina fino al giardino ducale, attraversando il bastione nord-occidentale. Le prescrizioni delineano un condotto articolato in soluzioni variabili, tra semplici rivestimenti murari e interventi più complessi. Gli elementi tubolari — i corni — erano posati in parte nel sottosuolo e in parte inglobati nelle mura della fortificazione. L’opera risultava pressoché coperta, condizione che ne spiega l’assenza nella cartografia.
Altre questioni restano nell'ombra. Del condotto non sono ricostruibili il profilo altimetrico, le pendenze e gli eventuali dislivelli. Analoga incertezza riguarda i corni: il materiale, la sezione, il diametro e la capacità di portata restano ignoti, così come resta da determinare la ragione tecnica della profondità di posa.

Fig. 5.1 — Assetto delle canalizzazioni del Valentino e della Cittadella, dopo la costruzione della fortezza. Nel disegno seicen-tesco, il nome di canale dei Gesuiti attribuito alla bealera in precedenza detta di S. Solutore. Il fatto si spiega poiché le reliquie dei Santi martiri torinesi — già custodite nell’abbazia di San Solutore sulle cui rovine venne costruita la Cittadella — furono trasferite nella chiesa torinese dei Santi Martiri, gestita dai Gesuiti.
Fonte: ASCT; CS 1977 (particolare)
La bealera della Cittadella. Per l’alimentazione del condotto, la crida attesta il ricorso alle acque della Dora, senza precisare le modalità di prelievo. L’ipotesi più probabile resta l'impiego delle acque usate, per produrre la malta per «collar li mattoni» delle cortine e dei bastioni della fortezza filibertiana. A tal fine, si ricorse alla canalizzazione più prossima, quella del Valentino, dirama-zione del Fossato lungo, ossia la parte della bealera del Martinetto che, pro-veniente dalla Pellerina, raggiungeva il Po attraverso le campagne sud-orientali. Il maggior beneficiario delle 131 ore d’acqua della bealera in passato era il priore di San Solutore — tale ramo era nominato infatti
anche bealera di San Solutore — che dopo il 1551 furono in parte cedute a un consorzio di una quarantina di proprietari terrieri, tra cui Jean de Brosses, tesoriere di Margherita di Valois, consorte del duca, e formale proprietario del Tenimento del Valentino.
Sebbene i capitolati prevedessero la stipula degli accordi per «il transito de l’acqua la qual si condurrà per le possessioni de particolari sopra la fabrica per bagnar le calcine» (5.17) vi è motivo di ritenere che l’intero flusso della bealera fosse stato requisito per imperio. Ne danno conto le patenti del 15 febbraio 1566, con le quali Emanuele Filiberto riconosceva ai particolari «il gran danno patito per mancamento dell’acqua à i luoro prati, quali furono deviate l’anno passato per la fortificatione di questa nostra Cittadella» e, accogliendo la supplica degli interessati, autorizzava il ripristino delle bealere del Fossato lungo e del Valentino, imponendone però lo spostamento e lo scavo di un nuovo alveo a settanta trabucchi (circa 210 m) di distanza dalle mura, specificando le condizioni relative ai diritti di passaggio, all’indennizzo e alla ripartizione delle spese. Contestualmente il duca accordava il ripristino del flusso diretto verso i molini del Martinetto anch'esso ridotto in seguito ai prelievi dei cantieri. (5.18)
Preso atto della decisione del Sovrano di riservare una ruota e mezza d’acqua ad uso della fortezza (5.19) e della possibilità di ripristinare il flusso dell’«ediffizio del martineto», la Città affrontava la questione nelle sedute della Minor Credenza del 28 febbraio, e soprattutto del 15 marzo 1566. Nel nuovo assetto idraulico, si temeva che, tra la quota ducale e i prelievi di quanti «intendano far altra bealera o pigliarla sopra il Martinetto», Torino restasse «senza acqua per tenerla necta e polita». Per scongiurare questa evenienza, si decise di istituire due bocchetti distinti sulla bealera principale: il primo per sua Altezza — che avrebbe preso poi il nome di bealera della Cittadella — il secondo per l’irrigazione dei prati dei particolari espropriati, però con facoltà della Città di attingere alla loro quota in caso di bisogno (anziché alla ruota e mezza del duca). Per l’attuazione del piano, due consiglieri erano incaricati di compiere i sopralluoghi per scegliere la collocazione delle nuove prese. (5.20)
ll mandato di pagamento ai mastri Vercellino Rocho, Steffano Somasso et compagni «a bon conto del cavamento per loro fatto alla bialera che entra nella Cittadella» del 4 maggio 1566 conferma il rapido completamento dell'opera. (5.21) Non vi è prova che fosse questa l’acqua destinata, sia pure provvisoriamente, al giardino della residenza torinese, ma resta l’ipotesi più probabile. Nulla depone a favore dell'impiego delle acque urbane — di competenza del Comune, cui il duca aveva riconosciuto gli antichi privilegi solo pochi mesi prima, con le Patenti del 1° gennaio 1566 — né del ricorso a una traversa propria sul fiume, soluzione complessa e costosa. Resta l'ipotesi dell’apporto di acque consortili: in quegli anni, la bealera Cossola poteva forse raggiungere la porta Susina — e qualche labile menzione documentaria potrebbe suggerirne l'impiego — ma si tratta tracce molto più tarde, di età seicentesca, che la perdita degli archivi della bealera impedisce di esplorare.
Si ripropone in ultimo l’interrogativo sulla natura dell'opera. Le modalità di appalto, l'entità della spesa e l'integrazione con le strutture urbane e difensive depongono contro un'interpretazione del condotto come infrastruttura provvisoria, e definiscono piuttosto una canalizzazione con criteri costruttivi definitivi, in esercizio nel 1567. Se pure servisse fin dalle prime fasi anche all'allestimento del parterre, questo non ne esaurisce la funzione e neppure ne ridimensiona il carattere permanente. Resta tuttavia incerto il rapporto con l’assetto definitivo del sistema idraulico del giardino ducale, poiché nuovi interventi saranno necessari.
Fig. 5.1 — Dalla porta Susina, il canale del giardino ducale seguiva la muraglia settentrionale fino a destinazione. In massima parte coperto, non è riportato nel disegno di G. Carracha del 1572, nel quale è invece ben visibile la canalizzazione scoperta che percorreva la via Doragrossa.

Note 5.
5.1. Cfr. AST, Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Contratti camerali (Articolo 696), Contratti, Paragrafo 1-Contratti ossia instrumenti e atti ricevuti dai notai e segretari del principe e camerali e da diversi notai nell'interesse del Demanio e di particolari, m. 12, pp. 1-2.
5.2. La crida designa l'opera con il termine bialera — una canalizzazione aperta a pelo libero — e i condotti con il termine corni, che di norma indicano le tubature metalliche delle fontane. In entrambi i casi l'uso sembra esteso o convenzionale: la precisione lessicale tecnica non era un criterio sistematico nella documentazione amministrativa cinquecentesca. I corni si riferiscono verosimilmente a elementi tubolari modulari di materiale diverso — forse laterizio, terracotta o legno — sui quali non vengono aggiunte indicazioni, essendo forniti direttamente dall'Amministrazione.
5.3. Emanuele Filiberto impose ai capomastri impegnati nelle fortificazioni ritmi molto serrati, obbligandoli a iniziare i lavori di scavo entro un mese dalla stipula del contratto e quelli di muratura entro un mese dall’inizio dei lavori accelerando ulteriormente nel caso che il duca lo avesse desiderato. Il cantiere della Cittadella impegnò giornalmente circa 2.200 persone, di cui 200 muratori finiti (definiti cazzuole). Convenzionalmente realizzata in meno di due anni, la fortezza venne tuttavia portata a compimento ben oltre quella scadenza. Per ulteriori dettagli cfr. Paola Bianchi, La capitale e la corte, in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino. III. Dalla dominazione francese alla ricomposizione dello Stato (1536-1630), Torino, Giulio Einaudi Editore, 1998, p. 477.
5.4. Cfr. AST, Riunite, Articolo 696, par, 1, m. 12, cit. pp. 2-10. Salvo diversa indicazione, tutte le informazioni relative all'appalto provengono da questa fonte.
5.5. L’asta si svolge secondo la prassi dello «smorzar della candela», che fissava convenzionalmente il termine utile per i rilanci allo spegnersi della fiamma. — Il luganese Martino Calligaro aveva già diretto i lavori eseguiti alla fortezza di Savigliano nel 1561-62, realizzata anch’essa su progetto del Paciotto, come la cittadella torinese.
5.6. Nella verbalizzazione è indicato soltanto il nome Antonio, lasciando in bianco lo spazio del cognome, desunto dai conti di Tesoreria.
5.7. La distinzione tra trabucco corrente e trabucco cubico riguarda il criterio di computo del compenso: il primo misura la lunghezza lineare del condotto, il secondo il volume di scavo. Optando per il trabucco corrente, il Ricardo fissa un prezzo unico a metro lineare, valido per entrambe le tipologie di alveo previste dal tracciato — lo scavo nel terreno e l'inserimento nelle muraglie — indipendentemente dalle variazioni di sezione. La clausola è coerente con la previsione della crida di computare la messa in opera «l'uno per l'altro».
5.8. G. Claretta attribuisce tali ritardi alla pestilenza del 1564–65, che avrebbe allontanato le maestranze e rallentato il progresso dei lavori; tale lettura è tuttavia contestata da altri studiosi. È comunque certo che in quegli anni la carenza di manodopera costituì un problema assai sentito: per farvi fronte fu mobilitata tutta la manovalanza torinese, e agli operai e ai mastri calcinarij, mattonarij, muratori e guastadori degli Stati sabaudi allora all'estero fu intimato di rientrare, mentre agli altri venne proibito di espatriare. (origine) Claretta, Gaudenzio. L’edificazione della cittadella di Torino 1564-1573. In Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino, Vol. V, Fasc. 1 (Torino), 1887, pp. 225-26 — Per accelerare i lavori della Cittadella, con decreto del 16 maggio 1566 venne posto il divieto «di murare e far fabbricare qualsivoglia sorte di muri o edificii in Torino»; soltanto nel 1570, dietro istanza della Città, cessarono le requisizioni dei materiali, «dandosi licenza et permissione di comprare liberamente» Cfr. Torino ai tempi di Emanuele Filiberto, Rivista Municipale di Torino, nn. 7–8, Torino, Lattes & C., 1928, p.44.
5.9. La fonte principale è costituita dalla Tesoreria Generale di Piemonte: AST, Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Conti generali approvati, Articolo 86-Ricevidoria, in seguito (Tesoreria generale del Piemonte), Paragrafo 3-Piemonte, Tesoreria generale, mazzi n° 10-11. A questa fonte sono riconducibili tutte le notazioni, salvo indicazione diversa. Altre giustificative camerali provengono dall'Articolo 203-Conti, brogliassi, giornali di cassa, mazzo 2, fascicoli 14-15 e Articolo 178-Fortificazioni - Carmagnola, Ceva, Cherasco, Chieri, Cittadella di Torino (1564 - 1631). Queste fonti tuttavia duplicano a volte quelle della Tesoreria Generale.
5.10. AST, Art. 203, cit., mazzo 2, fasc. 14.
5.11. Idem.
5.12. AST, Art. 178, cit., mazzo 1.
5.13. Idem.
5.14. AST, Art. 203, cit., mazzo 2, fasc. 14.
5.15. Idem.
5.16. ASCT, CS 1949.
(5.17) AST, Sez. Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Contratti camerali (Articolo 696), Paragrafo 1-Contratti ossia instrumenti e atti ricevuti dai notai e segretari del principe e camerali e da diversi notai nell'interesse del Demanio e di particolari (1560-1859), mazzo 9 1561 in 1564, p282v.
(5.18) AST, Sez. Corte, Paesi per A e B [Inventario n. 177.21, Paesi per A e B: da Taggia a La Turbie, Mazzo 7, Torino | Fascicolo 53.
.
(5.19) Nel XVI secolo la «rota d’acqua» non era una misura di portata traducibile in valori assoluti nel senso moderno, ma una unità convenzionale di ripartizione definita in funzione dell’uso.
(5.20) ASCT, Ordinati 1566, vol. 117, p. 12r e segg.
(5.21) AST, Tesoreria Generale di Piemonte, art. 86, cit., 1566, n° 599.
PIANO GENERALE
1. ANTEFATTI - 2. IL CANALE DEL GIARDINO DUCALE - 3. L'ACQUEDOTTO AD ARCHI - 4. LA TORRE DI PORTA PALAZZO - 5. DOPO IL 1573
Il canale del giardino ducale (1567-1571)

CONTENUTI
7. Il quadro idraulico precedente
9. I cantieri (1569-1570)
6. Un'unica contabilità
«Noi, Emanuele Filiberto per grazia di Dio Duca di Savoia, Principe di Piemonte, havendo risoluto di far fare un palco qua vicino alla Città nostra di Turino, ed essendo necessario perciò deputar una persona della qual habbia particolar cura di ricevere il dinaro che da noi gli sarà assignato per spenderlo intorno le cose che saranno necessarie per la fattura ed fabrica del detto Palco...». (6.1)
La formazione del Palco del Viboccone richiese un impegno finanziario tale da indurre il duca a riunire le relative scritture in un unico conto, affidato a uno specifico tesoriere. La scelta si inseriva nel riordino delle fabbriche ducali di qua dai monti — comprendenti edifici, fortezze, bealere, rogge e condotti d'acqua — volto a razionalizzare la gestione contabile e meglio controllare l'impiego del denaro ducale nei cantieri.
Il 20 marzo 1568 Emanuele Filiberto conferì l'incarico a Donato Familia, affidandogli la registrazione di «tutti li dinari per lui ricevuti et spesi per le fabriche e fature necessarie et pertinenti al palco di sua Altezza, alla pescera di esso Palco, al condutto dell'acqua della bialera di Druento, della fontana del giardino, del palazzo, peschera et uccellera di Turino». Il registro raccoglieva tanto le spese — dagli acquisti fondiari all'allestimento del complesso, comprese le opere idrauliche — quanto le entrate dalla gestione agricola della tenuta, documentando i lavori eseguiti tra la fine del 1569 e il 1571. (6.2)
L'ufficio fu affidato «con gl'honori privillegij prerogative comodità immunità honoranze pertinenze diritti et carighi che a tal grado spettano et convengono» e «li stipendij» stabiliti dal sovrano stesso, in ragione dell'integrità e dell'esperienza dimostrate come tesoriere dell'Università di Torino. Al Familia fu accordata una fiducia non consueta: sebbene fosse previsto che nessuna spesa potesse essere effettuata senza ordini e mandati specifici, Emanuele Filiberto ammise nel conto le somme pagate direttamente dal suo ufficiale per esigenze di servizio, purché debitamente documentate.
L'atto ha un duplice valore. Sul piano archivistico riunisce in un unico conto spese e registrazioni altrimenti disperse tra fondi e serie differenti. Sul piano interpretativo conferma l'appartenenza del Palco del Viboccone e del Giardino della residenza ducale a un unico programma — politico, architettonico e territoriale — per l'allestimento della nuova Capitale, sottolineando la stretta relazione tra le due opere anche sul piano cronologico. L'elenco delle spese di ambito idraulico sembra infatti riflettere la successione degli interventi: dalla formazione del Palco e della bealera, fino alla conduzione delle acque al giardino del palazzo e, all'interno di questo, alla fontana e alle altre opere in cantiere.
Note 6.
6.1. Cfr. AST, Riunite, Camera dei conti, Camera dei conti di Piemonte, Fabbriche di Sua Altezza (Articoli 179-187), Articolo 179-Conti delle Fabbriche di Sua Altezza, Paragrafo 4-Parco fabbrica e sua bealera, m.2 — Tutte le citazioni del paragrafo, salvo diversa indicazione, vanno ricondotte a questa fonte.
6.2. Il frontespizio del fascicolo indica il periodo 16 dicembre 1569 - 8 luglio 1571, mentre nel corpo del conto compaiono date interne diverse, tra cui l’8 gennaio e il 5 aprile 1571. La discrepanza sembra però riconducibile alla redazione, o all’aggiornamento, del frontespizio a consuntivo.
7. Il quadro idraulico precedente
Le acque ebbero un ruolo decisivo nelle diverse funzioni della tenuta: nell'azienda agricola destinata all'allevamento e a colture tradizionali — fieno, cereali, granaglie, legumi — nella coltivazione dei gelsi piantati nell’ambito del programma di sviluppo della produzione serica in Piemonte e negli apparati del giardino ducale di delizia, tra fontane, ruscelli e laghetti, configurando il complesso come un autentico luogo d'acque. Sebbene alla scelta del sito non fossero estranee considerazioni di altro ordine, la posizione alla confluenza della Dora riparia, della Stura di Lanzo e del Po assicurava condizioni favorevoli sia per l'irrigazione sia per le scenografie del parco. (7.1)
IL "Palco" del Viboccone
Il «Palco» di Emanuele Filiberto nasce nell'Oltredora nordorientale, «nelle fini di Turino dove si dice l'Ayrale». Il progetto non si innesta su uno spazio indistinto, ma su un territorio abitato e coltiva-to, attraversato da acque e strade, corrispondente oggi all'area del Regio Parco, verso il Cimitero Monumentale e il parco della Colletta, all'inter-no del quale sussistono i resti della cascina l'Airale. (Fig. 2)

Fig. 1 - La residenza del Viboccone nelle tavole del Theatrum Sabaudiae. Più che una restituzione fedele, la tavola ne offre un ritratto idealizzato; l'edificio, descritto come munito di torri e ammirevole per il numero e la sontuosità delle camere, è circondato da giardini geometrici, fontane, statue e specchi d'acqua. Pubblicata nel 1682 sulla base di disegni precedenti, la raccolta propone vedute con l'intento di accreditare il ducato presso le corti europee.
IL VICUS BECONUS
Il sito sembra rimandare al Vicus Beconus, attestato per la prima volta nel 1244, forse traccia di un insediamento altomedioevale. (a) I Consegnamenti catastali del 1349 (b) confermano l'esistenza di un insediamento al centro di vaste proprietà fondiarie, indicato come Vicus Beconis, Vibeconus, Vicus Bechonus o Viberchonus, denominazioni che riconducono verosimilmente alla potente famiglia patrizia dei Beccuti, che nel 1363 vi dichia-
ravano il possesso di un «casale» con 200 giornate di terra aratoria, 60 a bosco e 30 a prato. (c) L'intera area contava sedici consegnanti, per un totale di 580 giornate, di cui oltre 300 ad arativo. (d) La dimensione demografica dell'insediamento resta incerta, ma il termine Vicus suggerisce un nucleo rurale stabile, intermedio tra le semplici cascine e i borghi suburbani.

Fig. 2 - I resti della cascina Airale nel parco della Colletta.
L'AIRALE
Le ricognizioni dei misuratori ducali del 1567 restituiscono dell'Airale l'immagine di un insediamento di notevoli dimensioni a carattere prevalentemente produttivo: «casamenti» condivisi tra tre gruppi familiari — con ambienti di servizio al piano terreno, camere ai piani superiori e cantine sotterranee — corti, aie e spazi comuni, «cassi» adibiti a fienili, granai e magazzini, pozzi, forni e altre pertinenze agricole. (e) Diversi elementi lasciano però intravedere una precedente funzione difensiva: la torre d'accesso parzialmente rovinata, il ricetto, i resti di muraglie, una casa ormai «rotta», un fosso con ponte — riutilizzato come orto e porcilaia, difficilmente riducibile a una semplice roggia — e il «piccolo rivellino» davanti alle abitazioni. Non una vera e propria fortificazione, ma un insediamento rurale chiuso che, per l'isolamento del luogo e la distanza dalla città, conservava ancora tracce del precedente assetto, ormai in parte degradate e adattate a usi agricoli. (f)
GLI ACQUISTI DELLE TERRE
Le acquisizioni dei «beni del Parco» comprendevano un'ampia gamma di terreni — arativi, alteni, prati, vigne, boschi e gerbi — in molti casi associati a ragioni d'acqua. Sebbene coinvolges-sero un gran numero di soggetti e parcelle di varie dimensioni, una parte considerevole delle superfici faceva capo a un numero ristretto di pro-prietari, circostanza che facilitò le trattative e contribuì probabilmente alla scelta del luogo per la realiz-zazione della tenuta. (g) Ben 274 delle circa 680 giornate facevano capo infat-
Fig. 3 Possedimenti del membro di San Secondo (1567)
Fonte: AST, art. 807 mazzo 2, cit.
Fig. 4 Stato dei beni del Parco (Sec. XVII-XVIII)
Fonte: AST, art. 807 mazzo 1, cit.
ti al solo Giovanni Ambrosio de la Porta, mentre altre 202 giornate furono cedute dall'Abbazia dei SS. Pietro e Andrea di Rivalta, cui apparteneva il cosiddetto «titolo», o «membro», di San Secondo, così che i due maggiori cedenti fornirono circa il 70% delle terre. Le operazioni si conclusero in larga parte nel 1568 attraverso una complessa politica di transazioni che teneva conto non solo dei valori dei fondi, ma anche di laudemi, rendite, fitti, debiti e crediti. I pagamenti furono regolati sia attraverso compensazioni o scambi di terreni e redditi, sia in denaro contante, sia con versamenti dilazionati e corresponsione di interessi. (h)
Gli accordi con l'Abate di Rivalta mostrano quanto complesse furono le trattative. Il titolo di San Secondo comprendeva infatti sia terre situate all'interno dell'area già definita «il Palco», sia edifici e terreni «vicino di quel luogo che si chiama la madalena, vicino pure alla chiesa della maddalena», nonché altri possedimenti oltre la Stura. (Fig. 3) Poiché questi ultimi non potevano essere scorporati senza danno per l'abbazia, il duca acconsentì ad acquisire l'intera proprietà, in cambio di beni, rendite e diritti di decima nel territorio di Rivoli, con valutazioni assai favorevoli all'Abate.
I CONFINI DELLA TENUTA
Il Palco nasceva quale dominio aperto, privo di barriere o recinzioni naturali o artificiali. Gli atti distinguono beni posti «dentro» e «fuori» il Palco, ma i misuratori ducali non ne restituiscono una precisa descrizione del perimetro. I suoi confini sono comunque ricostruibili, sia pure in modo approssimativo: la Stura a nord, il Po a est, la Dora a sud e, a ovest, la strada delle Maddalene diretta ai guadi della Stura di Leinì e Settimo. (i) La tenuta sembra avere assunto fin dall'origine dimensioni prossime a quelle finali. I circa 260 ettari iniziali risultano infatti prossimi ai circa 253 ettari attestati alla fine del XVII secolo, quando il Parco aveva raggiunto una configurazione matura. La distinzione tra un «Parco vecchio» e un «Parco nuovo», attestata soprattutto dal Seicento con la ricorrente denominazione plurale di «Parchi» di Sua Altezza o di Sua Maestà, e confermata da una planimetria successiva, (v. fig. 5) sembra riflettere una progressiva articolazione interna, più che un'espansione per addizioni successive. (l)
FORTUNE E DECLINO DEL VIBOCCONE
Il duca Emanuele Filiberto concepì il Viboccone innanzitutto come luogo di caccia e di agricoltura; fu poi il figlio Carlo Emanuele ad affidare ad Ascanio Vitozzi l’edificazione della residenza venatoria e l'allestimento del vasto spazio di loisir circostante, presto noti e celebrati, primo anello di quella «corona di delizia» completata dai sovrani dei secoli successivi. Il Theatrum Sabaudiae — seppur concepito come strumento di propaganda dinastica — restituisce bene questa nuova immagine del parco: superato il ponte sulla Dora, il visitatore incontrava il Parco Nuovo, attraversato da strade e viali alberati, e quindi il Vecchio Parco, dove sorgeva la villa, munita di torri e destinata agli svaghi e al riposo dopo le cacce. Attorno all'edificio si disponevano aiuole, terrazze, una grotta ornata e una fontana abbondante d'acqua, raggiungibile anche in barca; più oltre si apriva il recinto degli animali, con cervi, daini, selvaggina riservato al principe, mentre il gran bosco al centro della tenuta era attraversato da tre canali che si riunivano all'uscita. (m)
Dopo Carlo Emanuele I, l'interesse dei duchi di Savoia si rivolse ad altre dimore e con la costruzione della Venaria il Viboccone perse progressivamente rilievo. Gli assedi e i combattimenti del 1640 e del 1706 investirono direttamente il luogo, devastando il giardino ma risparmiando la residenza, la quale saccheggiata ma integra nelle strutture fu chiusa, mentre poderi e cascine tornarono all'affitto e il parco alle pratiche agricole. (n) In seguito all'elevazione del ducato a regno, sancita dalla pace di Utrecht del 1713, questa parte del territorio torinese assunse il nome di Regio Parco, con il quale è tuttora noto. A cancellare definitivamente ogni traccia dei passati fasti fu la realizzazione delle settecentesche Manifatture Reali della carta, del tabacco e del piombo, che inglobarono quanto restava dell'antica dimora. L'area, in gran parte aperta al pubblico, rimase tuttavia a lungo il Parco della città per antonomasia, luogo privilegiato delle passeggiate torinesi.

Fig. 5 — Il «Tipo dimostrativo del vecchio, e nuovo Regio Parco vicino alla Città di Torino colle cascine coerenti» costituisce la sola rappresentazione cartografica d'insieme del Parco del Viboccone, risalente alla metà del XVIII secolo, quindi immediatamente precedente all'edificazione delle Manifatture reali. La mappa colloca il Parco Vecchio a nord, dove si trova la residenza di caccia, e il Parco Nuovo a sud, verso la città, appena passato il ponte sulla Dora. I tracciati in azzurro evidenziano le canalizzazioni interne alla tenuta, che raggiungevano l'Airale a est e le Maddalene a sud-ovest, confermando in linea di massima le descrizioni emerse dai documenti cinquecenteschi e secenteschi.
Fonte: www.storiaindustria.it
note __________________________________________
(a) Cfr. Storia di Torino Einaudi, vol. III, p.89. Nell'ampia bibliografia dedicata al Regio Parco di Torino, si veda tra gli altri: Roggero Bardelli, Costanza, Il Regio Parco, in Ville sabaude. Piemonte 2, a cura di Costanza Roggero Bardelli, Maria Grazia Vinardi e Vittorio Defabiani, Milano, Rusconi, 1990. Tra le testimonianze del tempo: Federico Zuccari, Il passaggio per Italia, Bologna, 1608; D. Heikamp, I viaggi di Federico Zuccaro. I, «Paragone. Arte», IX, 105, 1958, pp. 40-63.
(b) Cfr. ASCT, Collezione V.
(c) Per quanto l'associazione del toponimo alla famiglia Beccuti sia generalmente accolta, non può essere del tutto esclusa una derivazione dalla famiglia Beconi, cognome ricorrente nei consegnamenti catastali trecenteschi.
(d) Cfr. ASCT, Collezione V, n. 1028-1031.
(e) Il termine «casso», o «caso da terra», indicava un edificio rurale coperto e aperto su uno o più lati destinato al ricovero degli attrezzi e allo stoccaggio di prodotti agricoli quali fieno e grano, distinto dalle case rustiche dei contadini — che comprendevano stalle per il bestiame e magazzini — nonché dall'edificio principale abitato dal proprietario o dall'affittuario.
(f) Per l'intero paragrafo cfr. AST Sezioni Riunite | Camera dei conti | Camera dei conti di Piemonte | Feudalità (Articoli 737-854 e 1115-1119) | Articolo 807-Titoli e scritture riguardanti il Parco Regio presso Torino, Mazzi 1e 2; AST Sezioni Riunite | Camera dei conti | Camera dei conti di Piemonte | Contratti camerali (Articolo 696) | Articolo 696-Contratti | Paragrafo 1-Contratti ossia instrumenti e atti ricevuti dai notai e segretari del principe e camerali e da diversi notai nell'interesse del Demanio e di particolari (1560-1859) Mazzo 18.
(g) Cfr. AST, Articolo 696, m. 18, cit.
(h) Idem.
(i) All'origine cronologica della definizione di «Parco nuovo», e quindi al possibile ampliamento successivo in direzione della città, sembrano contrapporsi sia un documento del 14 novembre 1570 relativo a un prato già posto «dentro il palco di SA» presso «la Dora dei mulini», dunque sulla sponda opposta rispetto alla città murata, sia la sostanziale continuità delle dimensioni della tenuta tra XVI e XVIII secolo. Cfr. AST, Art. 807, mazzo 1, cit.
(l) Cfr. AST, Art. 807, cit. mazzo 2.
(m) Cfr ASCT, Theatrum Sabaudiae, Teatro degli Stati del Duca di Savoia, Vol. II, Torino, 2000, p. 272.
(n) Cfr. AST, Art. 807, cit., mazzo 3.
Nel quadro descritto, il canale del giardino della residenza ducale torinese si configurava come una derivazione della bealera del Palco — a sua volta prolungamento del Naviglio di Druento verso il Viboccone — e parte di un progetto idraulico di più ampio respiro che si innestava su una rete d'acque preesistente.
LA BEALERA DI DRUENTO
Il Consiglio ducale di qua dai monti, riunito in Vigone il 18 settembre 1451, concedeva «alla Comunità e Huomini di Druent, per loro e loro posterità, di derivare dal fiume Stura una bealera di piedi 12 di larghezza (6 m circa) nel sito dove meglio giudicassero, e condurla entro e fuori i propri confini per l’irrigazione delle loro terre e per qualunque altro caso». (7.2) L’atto rispondeva alla supplica dei druentini del 20 maggio 1451 con cui chiedevano di poter derivare un corso d'acqua nei confini di Balangero e condurlo attraverso i territori di Mathi, Villanova, Nole, Ciriè, Robassomero, Fiano e San Gillio. Oltre alla considerevole larghezza, la lunghezza di circa 7000 trabucchi, pari a ben 21,5 km, conferiva all'opera dimensioni di tutto rispetto. Veniva inoltre stabilita «la pena di 100 marche d’argento» per chiunque avesse «rotto od occupato la bealera» o «perturbato i richiedenti nel loro possesso»; in cambio la Comunità versava al duca 40 fiorini di piccolo peso, assumendo gli oneri dello scavo e della manutenzione. La bealera, che non era la prima di cui Druento disponesse, avrebbe dovuto porre fine ai frequenti contenziosi d’acqua che opponevano il Comune ai feudatari locali, in primo luogo ai Provana, signori di Druent e Rubianetta.
Nonostante la rapidità con cui si pose mano ai lavori, il completamento richiese circa sessant’anni. Pur senza l’opposizione manifesta da parte di nobili e particolari dei luoghi attraversati, i molti allacciamenti, la definizione dei tracciati e la valutazione di terreni e danni arrecati diedero luogo a una lunga stagione di controversie. Solo l’accordo dell’8 maggio 1512 permise di completare l’opera, componendo la vertenza tra Tommaso Arcatore, signore di Fiano, e la Comunità di Druento per questioni di transito. I patti, stipulati con la mediazione di Giacomo Provana, autorizzavano i druentini a prelevare entro i confini del feudo zolle e pietre necessarie per completare la bealera «dalla Stura ai prati detti della Cassagna», facendosi carico della manutenzione di alvei e ponti e del pagamento di 100 fiorini.
Le patenti del 30 agosto 1520 di Carlo III di Savoia, ribadendo privilegi e franchigie della Comunità, confermavano che l'opera era compiuta e in esercizio. I numerosi provvedimenti che seguirono mostrano quanto fosse difficile far rispettare, sul terreno, anche ordini emanati dal duca di Savoia stesso o, durante l’occupazione, dal re di Francia. I proprietari dei fondi non si facevano scrupolo di «rompere» le sponde del canale, invocando presunti diritti di passaggio e ignorando le legittime prerogative dei concessionari. I contrasti più duri si ebbero con quelli di Balangero e Cafasse, nei cui confini ricadeva la presa sulla Stura. Prelievi illeciti d’acqua e controversie erano favoriti dallo sviluppo degli alvei e dalla molteplicità dei soggetti coinvolti; nemmeno il passaggio della bealera al servizio del Viboccone, né la successiva messa sotto le armi ducali, riuscirono a por fine ai conflitti.
NELL'AREA DELLA CONFLUENZA
La costruenda bealera del Palco si innestava su una rete d’acque che fin dal Medioevo raggiungeva l’Oltredora, successivamente consolidata dalle bealere di Lucento. Negli estimi, le bealere compaiono spesso tra le coerenze di campi e prati, la cui descrizione è accompagnata dalla dicitura «con sua acqua». La bealera di San Secondo e la bealera, o fosso, del Palco citate negli atti difficilmente vanno intese come corsi d’acqua autonomi, ma piuttosto come nomi locali, oggi perduti, di tratti o rami riconducibili a quel sistema. (7.3)
La bealera di San Secondo. Quella «chiamata volgarmente la bealera di S. Secondo» attraversava il membro, ceduto al duca dall'abbazia di Rivalta, con «con tutte le ragioni sopra la bocca dell’acquedotto, o sia bealera, et sopra il corso di detta acqua», cosicché l'intero corso d'acqua — derivato dal partitore di altra canalizzazione — entrava nella piena diponibilità del possedimento ducale. L’acquisto di «una pezza e terra et prato congionta alla cassina et altri edifficij delle maddalene» lungo il suo alveo, «cominciando dalla parte del partitore et tirandosi in longo sino alla strada che va all’Ayrale» attesta la relazione topografica con l’area delle Maddalene e con la strada che raggiungeva il cuore della proprietà, confermata anche da un'Ordinanza della Città di Torino del novembre 1566, che menziona il «ponte dilla bialera di san Secondo qual è nella strada di andar a Caselle». (7.4)
È stato ipotizzato che essa fosse in origine alimentata da un fontanile o da acque di risorgiva collegate, e che il suo alveo sia stato successivamente utilizzato per condurre la bealera Vecchia verso il Po, inglobando così la bealera di San Secondo nella nuova canalizzazione o in un suo ramo. Il legame con quest’ultima trova riscontro nella denominazione stessa del canale, indicato anche come bealera di San Giorgio, nome dell'omonima famiglia aristocratica torinese che nel 1470 era titolare di 64 ore d'acqua dalla bealera di Vialbre, ossia dal braccio principale della Vecchia. (7.5)
Una «bealera del Palco» ante litteram? Della bealera del Palco — diversa da quella di San Secondo e probabilmente identificabile almeno in parte con il fosso del Palco — citata nelle prime acquisizioni ducali, si hanno pochissime notizie, ma l’idronimo crea un evidente attrito cronologico. Nella vendita di un terreno alle Maddalene dell'8 novembre 1568, compaiono infatti tra le coerenze «le terre del hospitale la via et la bialera del Palco», mentre un'altra menzione riguarda l'area «fuori del Palco dove erano altre volte le fornaci» confinante con «la via pubblica la bialera et il fosso del palco». (7.6) La contraddizione di una canalizzazione con tale nome quando il nuovo possedimento non era ancora compiutamente formato è evidente. L’anticipazione è difficile da spiegare, ma l’idronimo rinvia necessariamente a un tratto d’acqua preesistente già noto con quel nome, poi assorbito nel nuovo assetto idraulico. (7.7)
Le bealere di Lucento. Le due bealere di Lucento — la «Vecchia» e la «Nuova», risalenti rispettivamente al 1460 e al 1464 — ebbero un ruolo fondamentale nello sviluppo delle campagne a nord della Dora, irrigando una regione ben più vasta di quella del Viboccone. La loro origine è strettamente legata alla valorizzazione delle terre dei grandi proprietari che ne promossero lo scavo. Tra gli altri vi figurano i Cortesio, i De Fangis, i Ranotti, i Mogliasso e i Broerio, ma il ruolo determinante spettò ai Beccuti e agli Scaravello. (7.8) Fu Aleramo Beccuti, signore di Lucento, a far scavare dapprima la bealera Vecchia in società con Domenico Scaravello, e successivamente la bealera Nuova prolungando una preesistente canalizzazione derivata dalla sponda sinistra della Dora nel territorio di Collegno, fino ad allora limitata al feudo. Per quanto abbiano costituito la principale struttura idraulica incorporata nel progetto della tenuta, la debolezza della documentazione lascia nell'incerto il contributo di ognuna.

Fig. 8.1 — La «Carta corografica dimostrativa del territorio della città di Torino» di Giovanni Lorenzo Amedeo Grossi (1791) mostra la dislocazione delle cascine torinesi e l'assetto idraulico di fine Settecento. In verde la bealera Putea; in blu i rami della bealera vecchia di Lucento; in turchese il ramo Naviglio e le articolazioni della bealera nuova; in giallo la bealera detta delle Maddalene, appartenente al sistema della Nuova, in nero il canale del Regio Parco, al servizio delle regie Manifatture. A oltre due secoli dalla formazione del sistema del Palco, e dopo le ristrutturazioni di età barocca, questi tracciati non riproducono quelli cinquecenteschi — restano comunque una testimonianza storica e idraulica di rilievo, e uno spunto di riflessione.
Fonte: BNF-Gallica (particolare)
Note 7
7.1. In tal senso, va menzionata l’Isola Polidora, descritta nel 1602 come spazio scenico e cerimoniale interno al Parco situata allo sbocco della Dora nel Po, insieme al più ambizioso progetto ricordato da Zuccari nel 1606 di trasformare il Parco — già disposto «in peninsola» — in isola mediante un «navilio» tra Dora e Stura, collegato alla terraferma da cinque ponti; progetto che, tuttavia, non sembra avere trovato attuazione. Cfr. Varallo, Franca, «Federico Zuccari e le feste alla corte sabauda», in Storia di Torino, vol. III, cit. pp. 675-698, e Varallo, Franca, «Tra idea e disegno: Federico Zuccari alla corte sabauda», in Memofonte, XXXII (2024), pp. 145-171.
7.2. Salvo diversa indicazione, per i contenuti del presente paragrafo si rinvia a: Municipio di Druent, Monografia storica del Naviglio e regolamento per l'uso delle acque comunali, Torino, Tipografia Enrico Schioppo, 1924; e Carlo Marocco, Druent. Appunti di storia, Druento, 1994 e 2018. Si ringraziano il Comune di Druento per l'accesso all'Archivio Storico e Fabrizio Gadoni per il materiale e le informazioni gentilmente forniti.
7.3. Cfr. AST, Camera dei conti di Piemonte, cit., Art. 696-Contratti, m. 18.
7.4. ASCT, Ordinati 1566, p. 62.
7.5. Cfr. Biasin M. De Luca V. Rodriguez V., «Con il beneplacito di quelli di Collegno»: l'avvio dell'irrigazione del pianalto dell'Oltredora torinese, in «Quaderni del CDS», II, 3, 2003, p. 34-35.
7.6. AST, art. 696, cit.
7.7. L'analisi dei documenti lascia intravedere l'ipotesi di una formazione territoriale già chiamata «Palco» anteriormente a quella ducale — possibilità suggestiva, ma non sostenuta dalle fonti. Consapevoli del rischio di forzare i documenti, la si formula qui semplicemente come campo di possibile indagine.
7.8. Il raffronto tra i catasti del 1453 e del 1463 evidenzia che in seguito alla realizzazione della bealera i Beccuti poterono trasformare in prato irriguo e alteno 45 giornate di gerbido poste probabilmente a nord del castello, denunciando inoltre il possesso di un casale e 200 giornate di terra a Vico Becono. L'apertura della bealera consentì anche agli Scaravello il considerevole sviluppo del prato irriguo. Cfr. «Con il beneplacito di quelli di Collegno», cit., p. 28; e 30 e CDS, Soggetti e problemi… cit. p. 71 — Per quanto concerne la bealera Vecchia, nel 1462 Giovanni Giacomo de Strata dichiarava il possesso di 1/8 della «bialera detta di Viarbre» e di una grangia fortificata in Porcaria, confinante con le terre dei Beccuti, con 23 giornate di prato irriguo. (Cfr. «Con il beneplacito..», cit. p. 34. Riconducibili alla bealera erano le quattro ore d'acqua associate a due pezze di prato e alteno situate «nelle fini di Turino dove si dice al Ayrale nel Palco di Sua Altezza», indicate in un atto del 15 dicembre 1569, e quelle destinate all'irrigazione delle 55 giornate di Giovanni Bonaudi a Vico Becono. (Cfr. AST, art. 696, cit, e Soggetti e problemi... cit. p. 94. Per un quadro più completo delle proprietà irrigate dai costruttori della bealera Vecchia si rimanda a Biasin, De Luca e Rodriguez, op. cit.
7.9. La ristrutturazione del sistema idraulico del Parco di metà Seicento comportò l'abbandono delle acque della Stura in favore di quelle della Dora. Un esposto del Patrimoniale generale del 4 marzo 1670 circa i danni alla «bealera nuova di Lusent» indicava il Palco di S.A.R. quale principale utente, a cui spettavano ben 336 ore settimanali d'acqua — circa il 40% delle 839½ complessive — erogate da due delle cinque prese della bealera. Cfr. AST, Art. 807, mazzo 1, masso 3. — Il dato può apparire sproporzionato rispetto alle poche ore d'acqua della bealera Nuova attribuite al sovrano dalle fonti cinquecentesche; va tuttavia considerato che la bealera di San Secondo, facente parte delle acquisizioni originarie, forniva un contributo considerevole.
7.10. Nel 1462 Giovanni Giacomo de Strata dichiarava il possesso di 1/8 della «bialera detta di Viarbre» e di una grangia fortificata in Porcaria, confinante con le terre dei Beccuti, con 23 giornate di prato irriguo. (Cfr. «Con il beneplacito..», cit. p. 34. Riconducibili alla bealera erano le quattro ore d'acqua associate a due pezze di prato e alteno situate «nelle fini di Turino dove si dice al Ayrale nel Palco di Sua Altezza», indicate in un atto del 15 dicembre 1569, e quelle destinate all'irrigazione delle 55 giornate di Giovanni Bonaudi a Vico Becono. (Cfr. AST, art. 696, cit, e Soggetti e problemi... cit. p. 94. Per un quadro più completo delle proprietà irrigate dai costruttori della bealera Vecchia si rimanda a Biasin, De Luca e Rodriguez, op. cit.
7.11. A titolo esemplificativo delle difficoltà di identificare in modo univoco i rami delle bealere lucentine, il ramo che raggiungeva l'Airale sembra corrispondere a quello storicamente detto del Santo Spirito, appartenente in origine alla bealera Vecchia, ma attribuito alla Nuova dopo la ristrutturazione degli anni Trenta del Novecento. Allo stesso modo, pur in assenza di menzioni esplicite di una «bealera delle Maddalene», alla metà del XIX secolo il catasto Rabbini associava questo idronimo al ramo della Nuova in seguito noto come Palazzotto. L'unitarietà del sistema lucentino era percepita anche in precedenza. Due disegni risalenti al 1579, eseguiti dal pittore Giacomo Rossignolo su rilevazioni dei fratelli Arcangelo Giovanni e Giovanni Domenico De Ferrari — nell'ambito di una controversia sui confini tra Collegno e Torino — raffigurano la medesima canalizzazione, chiamandola in un caso «bealera de lusento», verosimilmente la Vecchia poiché traeva origine presso il «vado Magnano», e nell'altro «bealera di S.A.», senza che distinzioni e ambiguità toponomastiche sembrassero rilevanti per chi misurava il territorio. (Cfr. ASCT, CS 3037 e CS 3145)
8 La bealera del Palco
La documentazione amministrativa, per sua natura, non chiarisce i rapporti intercorsi tra Emanuele Filiberto e la Comunità di Druento, né attesta il prolungamento della bealera fino al al Viboccone. Il suo impiego al servizio del Palco – e quindi del giardino torinese - trova tuttavia molteplici riscontri.
L’8 luglio 1588 il sovrano vietava di «divertir l'acqua della bealera discorrente per i fini di Druent et che viene al giardino del nostro palazzo», (8.1) mentre in un rescritto del 23 maggio 1614 ribadiva «la spesa qui addietro fatta per mantenimento dell'acqua che faciamo condur da la Stura per la bealera del Parco a benifficio di esso et abbellimento dei nostri giardini». (8.2) La conferma decisiva proviene tuttavia da un atto del 10 settembre 1607, che menziona «l'acqua della bealera che vien dalle Cafasse per uso delle nostre fontane e giardini del Palco», con esplicito riferimento ai luoghi di derivazione: Balangero e le Cafasse di Stura, gli stessi del Naviglio druentino, (8.3) un dato ribadito ventisei anni dopo da un atto di Vittorio Amedeo I. (8.4)
La bealera del Palco, dunque, non è concepita come un corso d’acqua autonomo, ma quale raccordo tra il Naviglio di Druento e le canalizzazioni lucentine. A conferma di ciò, la sua lunghezza non appare compatibile con il percorso che separa Druento dal Viboccone. Anche calcolando la sola distanza in linea d'aria — senza considerare le deviazioni imposte da quote e livellazioni — questa supera i 3.500 trabucchi, pari a oltre 11 km: circa il doppio del valore ricavabile dai dati di tesoreria, una discrepanza troppo ampia per essere spiegata da semplici sottostime di registrazione; divario che si spiega solo ammettendo che «il Naviglio del Palco di Sua Altezza Serenissima» si allacciasse a corsi d’acqua già esistenti. Una fonte seicentesca ne precisa la larghezza netta: mezzo trabucco, circa 1,5 metri, per tutta la lunghezza, così da garantire al Palco «un piede manuale d'acqua della bealera di Druento». (8.5)

Fig. 8.1 — Il disegno del 1625, allegato agli atti della lite che oppose il Marchese di Lanzo alla Città di Torino per l'appartenenza del feudo di Lucento, rappresenta forse l'unica testimonianza cartografica a noi nota della bealera che raggiungeva il Palco del Viboccone, indicata come «navillio che viene da Druent». Il documento si concentra sugli elementi di confine più che sulle opere idrauliche, ma la posizione e il contesto territoriale sembrano indicare che la canalizzazione riportata corrisponda verosimilmente alla bealera Vecchia di Lucento. Le due linee rette rappresentano il fosso di confine che, secondo le testimonianze processuali, divideva i due territori.
Fonte: ASCT, CS 3151
Ipotesi di tracciato. Nessuna tra le canalizzazioni a noi pervenute pare corrispondere alla bealera del Palco. È tuttavia possibile ipotizzare un percorso di massima sulla base della cartografia più antica e delle conoscenze storiche accertate, precisando che si tratta di una ricostruzione inferenziale, e come tale va considerata. (fig. 8.1)
Una volta uscita da Druento, la bealera avrebbe costeggiato la strada diretta a Torino — ricalcando forse in parte il percorso delle bealere Barola e Putea — per poi abbandonarla entrando nel feudo di Lucento, e confluire nel sistema idraulico lucentino. Rimane tuttavia ignoto dove si congiungesse agli alvei esistenti — benché il disegno di figura 8.1 suggerisca che ciò avvenisse prima del castello di Lucento, compatibile con la riduzione al minimo gli scavi — e dove avesse luogo la derivazione della bealera del giardino ducale.
La documentazione seicentesca pare individuare un legame privilegiato, forse esclusivo, della tenuta con la bealera Nuova, di cui il Patrimoniale deteneva un consistente numero di ore d'acqua. (8.6) Il nome stesso di «Naviglio» — e a maggior ragione quello di «Naviglio del Parco» — attribuiti al ramo principale della bealera Nuova sembra sottolineare una continunità, anche toponomastica, con il «Naviglio di Druento» e la bealera del Palco. Tuttavia l’associazione pare soprattutto dovuta alla ristrutturazione avvenuta nel XVII secolo, che alimentò il Parco esclusivamente con le acque della bealera Nuova di Lucento, dirottando verso la Venaria quelle provenienti da Druento; tuttavia qualche indizio sembra indicare invece che sia stata la bealera Vecchia il primo vettore idraulico della tenuta, (fig. 8.1) e pertanto la questione resta aperta, pur essendo l'Oltredora tra le aree più studiate del torinese. Peraltro, le due canalizzazioni lucentine costituivano un sistema idraulico integrato, in cui le aste principali talora si avvicinavano scorrendo parallele, e scambi d'acqua, modificazioni e riassegnazioni degli alvei potevano rendere complessa l'attribuzione dei rami e delle articolazioni terminali anche per i periodi meglio documentati, e a maggior ragione per quelli meno. (8.7)
Fig. 8.2 — 8.2 La base cartografica utilizzata — Carte de la Montagne de Turin avec l'etendue de la pleine dépuis le Sangon jusqu'a la Sture, 1694–1703, dell'ingegner La Marchia — costituisce la prima disponibile, benché successiva alla ristrutturazione seicentesca del sistema idraulico ducale. In essa, le canalizzazioni sono tracciate sommariamente, senza distinguere gli alvei delle bealere lucentine. Su questa base, il tracciato in azzurro ipotizza che il percorso della bealera del Palco ricalcasse quello del ramo del Santo Spirito della bealera Vecchia di Lucento, a cui ne sono collegati altri due, confluenti nelle acque del ramo di Vialbre della Vecchia, uno dei quali tocca le Maddalene. Resta incerto a quale delle bealere lucentine il canale del Palco si collegava — la Vecchia o la Nuova — comunque in un luogo a monte non riportato in mappa, e pertanto sono state indicate entrambe le possibilità.
Fonte: AST, Sezione Corte, Carte topografiche per A e B, Torino 14 (particolare)
Note 8
8.1. Cfr. C. Marocco, Druent. Appunti di storia, cit. p. 171.
8.2. Cfr. Monografia storica del Naviglio. cit. p.29.
8.3. Cfr. AST, Camera dei conti di Piemonte, cit., Art. 807, m. 1.
8.4. Atto di Vittorio Amedeo I, 2 agosto 1633: «l'acqua del Naviglio che serve alle fontane et Parco nostro di Viboccone, la quale deriva dalla bealera di Druento che si piglia in cima alle Cafasse sotto Lanzo». Cfr. C. Marocco, Druent. Appunti di storia, cit. p. 176.
8.5. Cfr. Monografia storica del Naviglio. cit. p.31. — Il piede manuale (0,3425 m) distinto dal più diffuso piede liprando (0,5138 m); qui sembra descrivere l'altezza del battente d'acqua nella sezione del canale, non una misura portata in senso moderno, nozione che si afferma solo alla fine del XVIII secolo.
8.6. Un esposto del Patrimoniale generale del 4 marzo 1670 circa i danni alla «bealera nuova di Lusent» indicava il Palco di S.A.R. quale principale utente, a cui spettavano ben 336 ore settimanali d'acqua — circa il 40% delle 839½ complessive — erogate da due delle cinque prese della bealera. Cfr. AST, Art. 807, mazzo 1, masso 3. — Il dato può apparire sproporzionato rispetto alle poche ore d'acqua della bealera Nuova attribuite al sovrano dalle fonti cinquecentesche; va tuttavia considerato che la bealera di San Secondo, facente parte delle acquisizioni originarie, forniva un contributo considerevole.
8.7. A titolo esemplificativo delle difficoltà di identificare in modo univoco i rami delle bealere lucentine, il ramo che raggiungeva l'Airale sembra corrispondere a quello storicamente detto del Santo Spirito, appartenente in origine alla bealera Vecchia, ma attribuito alla Nuova dopo la ristrutturazione degli anni Trenta del Novecento. Allo stesso modo, pur in assenza di menzioni esplicite di una «bealera delle Maddalene», alla metà del XIX secolo il catasto Rabbini associava questo idronimo al ramo della Nuova in seguito noto come Palazzotto. L'unitarietà del sistema lucentino era percepita anche in precedenza. Due disegni risalenti al 1579, eseguiti dal pittore Giacomo Rossignolo su rilevazioni dei fratelli Arcangelo Giovanni e Giovanni Domenico De Ferrari — nell'ambito di una controversia sui confini tra Collegno e Torino — raffigurano la medesima canalizzazione, chiamandola in un caso «bealera de lusento», verosimilmente la Vecchia poiché traeva origine presso il «vado Magnano», e nell'altro «bealera di S.A.», senza che distinzioni e ambiguità toponomastiche sembrassero rilevanti per chi misurava il territorio. (Cfr. ASCT, CS 3037 e CS 3145)
I materiali da costruzione
La principale fonte di informazioni, di fatto l'unica, sulla costruzione dei sistemi idraulici ducali sono gli acquisti di materiali da costruzione — calcina, mattoni e tegole, pietre, sabbia e ghiaia, legname e carpenterie metalliche — annotati nei registri di Tesoreria e impiegati innanzitutto nelle murature formate da pietre e mattoni legati da malta, che in combinazioni diverse davano origine a un'ampia gamma di "muraglie".
La calcina. Le commesse più consistenti riguardavano la calcina, ossia la miscela usata per cementare. Dalle rocce calcaree ricche di carbonato di calcio — la calce di cava — si ricavava la calce viva. Il composto solido, bianco e poroso così ottenuto dopo la cottura in appositi forni, una volta spento con acqua e mescolato con sabbia, diventava malta da costruzione, ossia calcina. A differenza dell'italiano, il piemontese non distingue calce e calcina e il termine "caussin-a" valeva indistintamente per l'una e per l'altra.
La preparazione della malta avveniva in cantiere, in apposite fosse dette "tampe dla caussin-a", o semplicemente "tampe". Il proce-sso richiedeva molta acqua: per ottenere 1 m³ di «grassello» — una sorta di pasta morbida — ne servivano fino a 1700 litri. L'acqua era necessaria a molte lavorazioni, e i cantieri maggiori, come quello della Cittadella, erano talora rifor-

"Tampa dla caussin-a" usata per la produzione di calce e malta.
niti da canalizzazioni costruite allo scopo. Solo occasionalmente era indicata la provenienza del materiale, con specificazioni quali «calcina de la montagna de turino» o «calcina del monferrato». Le partite erano espresse in «rubbi», dove un rubbo di 25 libbre equivaleva a 9,22 kg. La calcina era fatturata «brutta», ovvero al lordo del 5% di giara o giaria (ghiaia), sottratta la quale si otteneva la «calcina netta».
Mattoni e coppi. I laterizi erano ottenuti lavorando a mano l'argilla prima della cottura. Tra le fornaci è menzionata talvolta quella di Valdocco, situata nelle basse di Dora non lontano dalla porta Susina, ma le forniture più consistenti provenivano da Moncalieri, con consegna dei carichi «al ponte di Po» e successivo trasporto a destinazione, fatturato separatamente. Delle quantità acquistate si registrano solamente i totali, con riferimento a tipi e misure standard; inoltre, le forniture di mattoni e coppi potevano essere registrate indifferentemente su diversi cantieri, rendendone incerta la reale entità.
«Ordini Politici dell'Inclita e Magnifica Città di Torino» (1604)
Misure di mattoni, quadrelli, coppi, pianelle.

* Il testo originale recita:
«Li mattoni ben cotti saranno di longhezza d'onice sei e mezza, di larghezza oncie tre e un sesto, d'altezza oncie una e tre quarti»; «I quadrelli saranno quadri eguali, ma però longhi d'ogni sua parte onze quattro e mezza, alti cinque sesti d'un onza». E ancora: «I coppi ben cotti saran longhi onze dieci e quarti tre, larghi nella parte superiore più larga al di fuori e nella sua circonferenza onze sei, e nell inferiore onze quattro e due terzi; grossi osia spessi onza e meza, e curati talmente che la retta lima quale si farà sopra detto curvo, e sue sponde, nel mezo, e al traverso del coppo sia longa quattro e un settimo». E infine «la pianella ben cotta sarà onze sei e doi terzi, larga onze tre alta onze una». Un'oncia corrispondeva a 0.0428 m.
Fonte: AST, Sezione Corte, Paesi per A e B: da Taggia a La Turbie, Mazzo 7, Torino, Fascicolo 53, Mazzo 7.
Le pietre. Costituivano il materiale edile più disponibile ed economico, impiegato tanto nei muri a secco quanto nelle murature, alternate ai mattoni d'argilla. «Cavate» per lo più dai fiumi, figuravano a registro solo attraverso le retribuzioni dei lavoranti incaricati dell’estrazione e dei mulattieri e bovari che provvedevano al trasporto a dorso di mulo o sui carri. Talvolta i carichi provenivano dai «fossi della Cittadella», quale probabile materiale di risulta. I ciottoli di fiume venivano privilegiati per la pavimentazione stradale; disposti per colore — soprattutto bianchi o neri — nei disegni delle "sterniture" più ricercate.
Sabbia e ghiaia. Gli inerti come “sabia” e “giaira”, estratti principalmente dalla vicina Dora, oltre che nella preparazione della malta erano usati nelle fondazioni, a base delle pavimentazioni e in svariate altre lavorazioni. Le commesse erano pagate secondo il numero di “carra”, dove una “carra” equivaleva a circa mezzo metro cubo di materiale. Le forniture potevano differire per granulometria e uso, ma tali differenze non venivano annotate, con qualche eccezione come “la sabia grossa e il giairone”, probabilmente destinati ai filtraggi dell'acqua nel “purgatorio” del Martinetto, di cui si parlerà in seguito.
Il legname e il ferro. Tratti ad alveo artificiale, attraversamenti e ponti-canali erano costruiti in legno. La leggerezza, la robustezza, la facilità di lavorazione e la disponibilità locale lo rendevano il materiale ideale per assi, “assoni” e ogni tipo di travatura, nonché per i più svariati elementi di carpenteria. Il “rore” (rovere), più robusto, era preferito negli impieghi più gravosi, come le palificazioni; anche il “malezzo” (larice) era apprezzato, per la resistenza all'umidità. Tra gli acquisti comparivano anche legni di pino, abete e pioppo.
Il ricorso a ferro e metalli era limitato agli impieghi indispensabili: nelle carpenterie di rinforzo e di ancoraggio, nelle ferramenta minute — chiodi, staffe, caviglie — e nei componenti che richiedevano resistenza e durata maggiori. In ferro erano realizzati i meccanismi per il controllo delle acque: paratoie mobili, ingranaggi, aste, serramenti, catene e barre.
L'approvvigionamento era circoscritto al torinese e ai comuni più prossimi, e rivolto a un ristretto numero di impresari legati all'amministrazione da affidabilità, consuetudine e confidenza. Tuttavia, nei periodi di maggior lavoro — in primavera ed estate, quando più cantieri erano simultaneamente aperti e i fornitori abituali non riuscivano a soddisfare l'intera domanda — si mobilitavano tutte le risorse disponibili, ricorrendo anche a fornitori più distanti e occasionali, con commesse anche marginali.
L'organizzazione dei cantieri era affidata a mastri (o capomastri), responsabili della conduzione dei lavori e della distribuzione dei salari in nome dell'amministrazione; nelle imprese minori questa figura tendeva a coincidere con quella dell'imprenditore stesso. Il mastro era a capo di una schiera di lavoranti più o meno specializzati: muratori finiti (“murador”) e maestri da muro (“méistr da mur”), manovali e garzoni (“bòcia”), cui toccavano i compiti più gravosi; tra i falegnami spiccavano i “méistr da bòsch”.
Ogni operaio incaricato di una data lavorazione aveva uno specifico nome: i “bagnareul” o “bagnolant” bagnavano e spegnevano la calcina, i “sabioné” lavoravano nelle cave di fiume, mentre i “sernior” setacciavano gli inerti, gli “sternidor” si occupavano dei selciati, e così via. In accordo con le direttive impartite da Emanuele Filiberto, i nomi dialettali erano riportati nella forma italianizzata.
Sul tema:
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Marco Parenti, "El' mal dla pera. La parlata piemontese in edilizia", Torino, L'Arciere, 2001.
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Luciano Gibelli, "Dnans ch'a fassa neuit. Prima che scenda il buio. Oggetti e cose del passato raccolte per non dimenticare", Priuli & Verlucca.
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Maurizio Gomez Serito, "Le pietre da costruzione del Piemonte", in Progetto Mestieri Reali. Le residenze sabaude come cantieri di conoscenza. Ricerca storica, materiali e tecniche costruttive, a cura di M. Volpiano.
9. I cantieri (1569-1571)
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