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Guadi  sulla Dora tra Torino e Collegno

(e l'antica strada della Pellerina)

Per secoli, traghetti e guadi hanno rappresentato valide alternative per attraversare fiumi e torrenti. I ponti medioevali, infatti, richiedevano considerevoli risorse umane e materiali per la costruzione, e non sempre erano in grado di resistere alle piene improvvise e rovinose di corsi d'acqua dal regime torrentizio, come nel caso della Dora Riparia. Questa pagina si propone di esaminare i guadi documentati in epoca medioevale lungo la Dora Riparia tra Torino e Collegno, e di esplorare i possibili tracciati dell'antica strada percorsa nel torinese dai pellegrini, conosciuta come "Strata Pelerina".

ponti

1. Ponti, traghetti e  guadi

Nel Medioevo, la costruzione dei ponti rappresentava una impresa di considerevole impe-gno, sia per le risorse umane ed economiche richieste, sia per le limitazioni imposte dalle cono-scenze ingegneristiche dell'epo-ca. L'arco a campata unica costituiva la soluzione più adat- ta per resistere all’impeto delle acque; tuttavia, presentava un serio limite: all'aumentare della larghezza del corso d'acqua, la ampiezza della campata gene-

Torino - Castello di Lucento OK_edited_e

Fig. 1 - Traghetto sulla Dora Riparia nelle vicinanze del castello di Lucento.  La posizione della chiesa parrocchiale e del filatoio da seta ne suggeriscono la collocazione nel tratto di fiume a monte degli stessi, corrispondente, come si vedrà, alla valle di S. Benedetto.

Fonte web - Castello di Racconigi

rava un'elevazione considerevole della parte centrale del ponte e di conseguenza pendenze troppo ripide sui versanti, rendendolo impraticabile per i carri trainati da animali. L'adozione di più arcate offriva una valida alternativa, ma i piloni richiedevano profonde e robuste fondamenta edificate nel letto del fiume, difficilmente realizzabili in epoca alto medioevale.  Non a caso, a quel tempo, i ponti in pietra erano in genere di origine romana. (1.1La vulnerabilità diventava più evidente per le strutture in legno, peraltro preferite in molte circostanze per la facilità di costruzione. (1.2) Inoltre, i contatti creati dai ponti, vantaggiosi in tempo di pace, potevano trasformarsi in una minaccia e un pericolo in un’epoca turbolenta ed incerta come il Medioevo. Pur consentendo transiti sicuri e veloci in ogni condizione di fiumi e torrenti, e pur generando utili consistenti e regolari con i diritti di passaggio, di norma, i ponti stabili erano riservati ai nodi viari strategici e più trafficati. Nella particolarità del caso in esame, è interessante sottolineare la mancanza, per secoli e fino a tempi relativamente recenti, di ponti sulla Dora Riparia tra Torino e Collegno. Per attraversare i corsi d'acqua impraticabili a guado, si poteva ricorrere ai traghetti: grosse zattere concepite per trasportare uomini, merci e animali, assicurate a un cavo teso tra le due sponde per resistere alla forza della corrente. Il servizio, e la riscossione dei pedaggi, erano appannaggio di feudatari, monasteri o comunità locali. Gli approdi dei traghetti erano detti anche "porti", tanto che i due termini rimasero a lungo sinonimi. (1.3)

Rispetto ai traghetti, i guadi erano attraversamenti più pratici ed economici. La facilità di costruzione costituiva forse il principale vantaggio. Dove le sponde del fiume erano sufficientemente  basse da permettere di spianar la riva per far la scarpata, il letto non troppo largo, le acque meno profonde e la corrente più debole, una sommaria livellazione del fondo e la rimozione di rocce e altri impedimenti era sufficiente per consentire il transito di cavalli, asini, muli, carri e pedoni. Nel torinese, i punti adatti  non mancavano, considerando che i corsi d’acqua, almeno fino al Settecento, erano meno profondi di oggi. (1.4). Se necessario si potevano aggiungere pavimentazioni precarie come passerelle in legno, sacchi di sabbia, fascine, tronchi e materiali di supporto facilmente reperibili sul luogo. L'effettiva praticabilità era, certamente, soggetta al livello delle acque e quindi condizionata da limitazioni stagionali e situazioni meteorologiche avverse. Tuttavia, se i guadi erano spazzati via dall'ingrossamento dei fiumi, potevano essere riparati e ripristinati un breve tempo. Tale flessibilità permetteva anche di affrontare in tempi brevi improvvisi impedimenti alla mobilità di ordine economico, politico o militare.

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In conclusione, se i ponti stabili rap-presentavano opere solide e capaci, ma onerose, traghetti e guadi erano strutture più flessibili, economiche e diffuse, che meglio si potevano adattare alle esigenze geografiche ed economiche locali e alle variazioni del momento, assai diffusi fino all'avvento delle moderne tecnologie costruttive del cemento armato e del ferro. Va comunque osservato che sistemi diversi di passaggio potevano spesso co-esistere. 

Fig. 3 - Nella mappa di Vittorio Amedeo Grossi del 1791, si riconosce il 'porto di Altessano' (oggi Venaria Reale) di proprietà feudale attraversato dalla strada che conduce a Caselle alla confluenza tra la Ceronda e la Stura di Lanzo. 

Fonte: Gallica - BnF

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(1.1) Si ritiene, infatti, che la capacità di costruire ponti in pietra a più arcate fosse andata perduta con la fine del periodo romano e fosse stata riacquisita solo assai lentamente durante il Medioevo. Cfr. F. Monetti e F. Ressa, La costruzione del castello di Torino, ora Palazzo Madama, Bottega d’Erasmo, 1982, Torino, p. 34.

(1.2) Cfr. Tiziano Mannoni, La via Francigena, cultura materiale ed economia, in: Le vie del Medioevo - Pellegrini, mercanti, monaci e guerrieri da Canterbury a Gerusalemme. - Atti del Convegno, Regione Piemonte, pag.155 e segg.

(1.3) Il termine "porto" nei documenti altomedievali  indicava la nave-traghetto con la quale si effettuavano i trasbordi da una riva all’altra del fiume, e solo successivamente la voce si estese a signifi­care il punto d’imbarco. Cfr. Renato Stopani, Le vie di pellegrinaggio del Medioevo. Gli itinerari per Roma, Gerusalemme, Compostela, Le Lettere, Firenze, 1991, p. 51.

(1.4) Cfr. Laboratorio di ricerca storica sulla periferia urbana della zona Nord-Ovest di Torino (a cura di), Soggetti e problemi di storia della zona nord-ovest di Torino fino al 1796: Lucento e Madonna di Campagna, Università degli studi di Torino. Facoltà di Scienze della formazione, Torino 1997, p. 20.

vialbe

2. I guadi di Vialbe e di S. Benedetto

Le ricerche del Centro di Documentazione Storica di Lucento, (CdS) hanno documentato l'esistenza, in epoca medioevale, di due guadi sulla Dora tra Collegno e Torino, noti rispettivamente come "vado di Vialbe" e "vado di S. Benedetto". (2.1) 

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Fig. 2.1 - Il Centro di Documentazione Storica di Lucento ha individuato due guadi medioevali, o “vadi”, nell'Oltredora torinese. Essi erano situati rispettivamente nelle “valli” fluviali di Vialbe e di S. Benedetto, da cui prendevano il nome. Il termine "valle" si riferisce alla porzione di territorio delimitata da un'ansa del fiume. La Dora, prima dell'abitato torinese, disegnava quattro di queste valli, solo in parte riconoscibili oggi a causa delle successive modifiche d’alveo naturali e umane. Il "vado di Vialbe" (il cui nome non è riportato in mappa) era il più vicino alla città e collegava le regioni dette "Riva Gagliarda" (o "Fontana Gagliarda") e "in Giudeo". Il secondo guado si trovava nella valle di S. Benedetto, successiva alla prima. La figura mostra altresì gli insediamenti e le strade esistenti nell'Oltredora nel XII e XIII secolo, così come i confini del terrazzo fluviale che si affacciava sulle "basse" del fiume, indicati con linea a tratteggio verticale.

Fonte: CDS, Soggetti e problemi di storia della zona nordovest... cit. Tavola 6.  

Il guado di Vialbe. Circa un chilometro a monte di Torino, nella prima "valle" disegnata dal fiume, oggi scomparsa, (fig. 2.1 e fig. 6.5) un documento di accensamento del 1216 menziona l'esistenza del "vado de Vialbe". Il luogo, con una probabile distorsione del nome indicato anche quale "ad vadum Malbex", era situato nel tratto di fiume delimitato ad est dai territori conosciuti come "in Giudeo" e "Riva Gagliarda" e a ovest dalla struttura fortificata del "Castellacium de Vialbe", da cui il passaggio prendeva il nome. Esso conduceva al tracciato interpoderale di origine romana che, mantenendosi sulla sponda sinistra del fiume, collegava la bassa Valle di Susa con l'Oltredora. La congiunzione avveniva nei pressi della casa-forte stessa. (fig. 2.1) (2.2) Il sito è identificabile come quello in seguito occupato dalle cascine Bianchina e Scaravella, costruite sulle rovine dell'antica fortificazione, successivamente sostituite dalle Ferriere Fiat e oggi dal Parco Dora, nel perimetro definito dal fiume e dalle vie Borgaro, Orvieto e Verolengo. (2.3) 

Il guado di S. Benedetto. Questo attraversamento si trovava ad ovest del precedente, nella valle omonima delimitata dai castelli di Vialbe e di Lucento. (Fig. 2.1). Il toponimo “valle Sancti Benedicti” compare in due documenti del 1219 e del 1263, quest'ultimo associato a una generica via del vado "ultra Duriam ubi dicitur in valle Sacti Benedicti" . (2.4)  Il nome reale con cui era conosciuto in passato non è noto e l'attribuzione del toponimo risulta quindi successiva e convenzionale. 

 

Le informazioni riguardanti i due transiti risentono della frammentarietà delle fonti e dall'incertezza della toponomastica medioevali. Tuttavia, la loro importanza e persistenza è confermata dalla cartografia dei secoli successivi. (fig. 2.2. e nota 2.5)

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Fig. 2.2 - I guadi di Vialbe e di S. Benedetto sono ancora praticati nel secolo XVIII, come conferma la "Carte de la Montagne de Turin" dell'ing. La Marchia, risalente alla fine del Seicento. Essi mettono in comunicazione le strade sulle due sponde della Dora. Il guado di Vialbe è collegato a una strada che origina a nordovest della città, mentre il guado di S. Benedetto è raggiunto da un’altra, che si dirama da quella di Collegno. L’alveo del fiume  risulta modificato rispetto a quello dei secoli precedenti a causa del parziale taglio delle due valli effettuato dalla famiglia degli Scaravelli nel 1498 per impedire l’erosione di sponda che minacciava le cascine Bianchina e Scaravella. 

Fonte: AST, Sez. Corte, Carte topografiche e disegni, Carte topografiche per A e B, Torino, Torino 14 (particolare)

La mappatura del CDS assegna alle altre due anse i nomi di valle di Lucento e valle di Sant’Andrea, o della Pellerina, senza segnalare ulteriori attraversamenti, dei quali tuttavia è ragionevole ipotizzare l'esistenza. I guadi della Dora svolgevano un ruolo cruciale per il territorio, sia fungendo da collegamento tra le grandi direttrici di traffico di lunga percorrenza, sia per la rete viaria minore che connetteva gli insediamenti e le proprietà situati sulle due rive del fiume. Si pensi, ad esempio, che prima che la comunità di Lucento avesse una propria chiesa, dipendeva dalla parrocchia di San Bernardo, situata fuori il borgo di S. Donato, obbligando ogni volta i fedeli ad attraversare il fiume per raggiungerla. (2.6)

 

I guadi in questione, inoltre, riducevano di molto il cammino di chi volesse raggiungere Valdocco e i monasteri, gli ospedali e le strutture al servizio dei viaggiatori situati nell'antico borgo di San Donato, all'ingresso della città. Inoltre, almeno fino alla fine del XIII secolo, a causa di un diverso corso del fiume, la strada di Settimo, troncone orientale della via Romea in uscita dalla città, attraversava la Dora sul ponte romano in pietra eretto presso il Priorato e Ospedale di S. Maria e Lazzaro (in seguito noto come "delle Maddalene", vedi Fig. 2.1), oggi collocabile nella zona di via Chivasso. (2.7) Un'ulteriore divagazione del fiume portò all'abbandono del ponte, ma fino ad allora la distanza dall'abitato rendeva assai utili i guadi esistenti a monte accorciando di molto il cammino di coloro che dai territori e dalle valli alpine erano diretti a Torino. 

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(2.1) Cfr. Laboratorio di ricerca storica sulla periferia urbana della zona Nord-Ovest di Torino (a cura di), Soggetti e problemi di storia della zona nord-ovest di Torino fino al 1796: Lucento e Madonna di Campagna, Università degli studi di Torino. Facoltà di Scienze della formazione, Torino 1997, p. 20.

(2.2) Ivi, pp. 20-24.

(2.3) Idem.

(2.4) Idem.

(2.5) Entrambi i guadi sono rintracciabili, ad esempio, oltre che nella carta di fig. 2.2, anche nel disegno dell'arch. Carlo Antonio Bussi relativo al corso della bealera del Martinetto, datato 27 gennaio 1749 (ASCT, CS 2055) e nella Carta topografica delle regie Cacce, del 1766 circa, disponibile presso l'Archivio di Stato di Torino. Il guado detto di S. Benedetto è riportato anche nella Carta corografica dimostrativa del territorio della città di Torino di Giovanni Amedeo Grossi del 1790-1791.

(2.6) Soggetti e problemi, cit. pp. 20-24.

(2.7) Cfr. Alberto Levi, Il ponte romano in pietra sulla Dora Riparia a Torino: ipotesi di identificazione e localizzazione, Tesi di laurea di primo livello, Università degli studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2009-2010, per gentile concessione dell'Autore.

magnano

3. Il "vado de Leoneti" e il "vado Magnano"

Dagli atti della causa che alla fine del Cinquecento ha opposto i comuni di Torino e Collegno per la definizione dei rispettivi termini, si ricava la posizione di altri quattro guadi(3.1) Strumenti cruciali sono due disegni del pittore Giacomo Rossignolo e le testimonianze dei residenti, tra cui il cittadino torinese Marco Lionetto. Secondo queste fonti, procedendo da Collegno verso il capoluogo, si incontrano nell'ordine: il “vado Magnano”, situato nel territorio di Collegno, un secondo di cui non viene specificato il nome, quindi il “vado de Leoneti” e il “vado della Pellerina”. 

Il "vado de Leoneti". Il guado non è indicato esplicitamente nelle tavole del Rossignolo, ma è possibile dedurlo dalle stesse e dagli atti della controversia. Nella prima tavola un generico “vado de la Dora” mette in comunicazione la cascina Saffarona, o “de Carboneri”, sulla sponda orografica sinistra del fiume, con la “cassina de Nazerij" sulla sponda destra. Esso è collegato alla via “qual passa al drietro della cassina delli Lioneti et per qual via si va passar inanti la grangia delli Nazeri et nanti la chiesa di santa Maria di Gorzano”, dove confluisce nella “via da Turino a Colegno”. La chiesa è una semplice cappella campestre di origine medievale, già in rovina all’epoca dei fatti. La prossimità alla “cassina dei Lionetti”, attestata dalla seconda tavola, lascia pochi dubbi sulla sua identificazione. (Fig. 3.1) Oltrepassato il fiume, la strada attraversa un fitto bosco raggiungendo la Saffarona e le Vallette. Il guado ha una rilevanza anche locale, ed è abitualmente utilizzato da “qualli vanno carrigar più volte delli boschi che campano di qua, della Dora”. La collocazione di questi elementi nel contesto territoriale odierno è determinabile con buona approssimazione, poiché molti ancora esistono o sono facilmente riconoscibili. (Fig. 3.1-3.3)

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Fig. 3.1 - I "Tipi dei confini tra Torino e Collegno" realizzati da Giacomo Rossignolo nel 1579 su rilevazioni dei fratelli Arcangelo Giovanni e Giovanni Domenico De Ferrari, sebbene siano di natura percettiva e non topografica, costituiscono una preziosa testimonianza storico-territoriale. Nella tavola di sinistra è menzionato un generico "vado di Dora", ma la vicinanza alla "cassina de Lioneti", (a destra) permette di identificarlo come il "vado de Lioneti". Diversi elementi della mappa sono riconoscibili anche oggi: la "cassina de Nazerij" corrisponde alle  cascine Berlia e Grange Scott, che si trovano di fronte al Campo di volo di Collegno, in strada vicinale della Berlia 543 a Torino. La "strada di Collegno" coincide con l'attuale "strada antica di Collegno". La chiesa campestre di "S. Maria di Gorzano", edificata nel 1295, diroccata e in disuso già alla fine del Cinquecento, sorgeva all'incrocio delle due strade suddette, oggi nell'area del largo Manlio Quarantelli a Collegno, in luogo della rotonda dedicata al monumento al Pilota Collaudatore. La "cassina de Lioneti" è generalmente identificata con la cascina Tetti Basse di Dora, ma osservando le mappe del Rossignolo essa parrebbe forse corrispondere alla cascina Mineur. (Fig. 3.3) Tale incertezza non impedisce comunque di collocare il "vado de Lioneti". 

Fonte:  A sinistra ASCT, CS 3027 - particolare); a destra ASCT; CS 3145 (particolare)

Il "vado Magnano". I disegni del Rossignolo pongono il “vado Magnano” nel territorio di Collegno,  poco distante dalla “cassina de Braeri" (oggi Ferraris), indicato nella documentazione "coherente alli boschi di Collegno et ha una regione nominata al cho fine et verso Collegno". L'attraversamento è facilitato dalle secche create dalla traversa della bealera vecchia di Lucento, talora detta, infatti, bealera di Vado Magnano. (3.2) Il guado è raggiunto dalla “via Trasenda”, una strada larga oltre due trabucchi e costeggiata da grandi alberi di noce, che "incomenza sopra la strada di Rivoli... et se protende verso meza notte... sino a Doyra in recta linea... traversando la strada grossa per la qual si va da Torino a Colegno". Il guado e la strada sono riconosciuti dagli abitanti del luogo "di anticha, antichissima origine". (3.3)

Quanto osservato conferma che i due guadi collegavano le principali vie di comunicazione dirette verso la Valle di Susa, integrandole con la rete dei tracciati locali. E' importante notare, inoltre, che nella documentazione l'uso dei toponimi è esteso alla regione circostante (ad es. "in loco dicto Corzano", "in loco loco dicto ad trisendam"...) e che la "val di pellerina" è esplicitamente indicata "in Gorzano" e viceversa. Questo fatto è rilevante, non solo perchè i due  toponimi risultano intercambiabili e diventano di fatto sinonimi, ma anche perchè suggerisce che la "valle Pellerina" comprendesse la sponda destra del fiume, spingendosi forse fino al "puteo de strata".

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fig. 3.2 - Nel disegno del Rossignolo il "vado Magnano" è collocato a monte della cascina oggi nota come Ferraris,  sotto la "ficca" della bealera vecchia di Lucento. Il "vado" è raggiunto dalla "via Trasenda", che proviene da sud e interseca le strade di Rivoli e Collegno. Sono riportate inoltre le "cassine" di Domenico Braero, Pietro Reijnero, Augustino Lioneti e dei Fratelli Nazery. Sulla sponda destra del fiume, scorrono parallele le bealere "dei Gatti" (Cossola) e "Canale" (ramo della Putea), mentre nell'Oltredora è riportata  la bealera nuova di Lucento, indicata quale "di Sua Altezza". Sulla destra del disegno si nota il muro perimetrale del parco di Lucento, da poco acquisito da Emanuele Filiberto (1574). La grande tenuta ducale si estende su entrambe le rive della Dora e la recinzione impedisce il passaggio del fiume per un lungo tratto.

Fonte:  ASCT; CS 3145 (particolare)

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fig. 3.3 - I riferimenti territoriali cinquecenteschi consentono di proiettare idealmente i disegni del Rossignolo sul territorio attuale e, nonostante l'industrializzazione e l'urbanizzazione, di individuare approssimativamente la posizione dei "vadi" " Magnano" e "de Lioneti, rispettivamente a sinistra e a destra nell'immagine. 

Elaborazione su ortofoto Google Earth

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(3.1) Cfr. Mauro Silvio Ainardi, Alessandro Depaoli, Il Territorio Storico. S. Donato Campidoglio Parella, Città di Torino, 2008, pp. 7-14. Per la documentazione originale, da cui sono tratte le citazioni, si vedano ASCT, CS 3017 e gli atri faldoni relativi alla causa tra i due comuni. Per la corrispondenza con le cascine odierne Cascine a Torino, La più bella prospettiva d'Europa per l'occhio del coltivatore, a cura di C. Ronchetta e L. Palmucci, Camera di commercio di Torino, 1996.

(3.2) Cfr. M. Biasin, D. Bretto, Le trasformazioni del castello di Lucento dalle origini all'inizio del Seicento. Da torre di avvistamento a residenza di caccia,  in: Quaderni del CDS, Anno i, n°1, 2002, p. 21.

(3.3) Un'altra fonte, menziona, a Collegno, una regione conosciuta come "ponte del gran bosco". Il bosco potrebbe corrispondere a quello rappresentato nelle tavole del Rossignolo e il ponte costituire un ulteriore, per quanto precario, attraversamento della Dora. Cfr. Terna Rete Italia, Relazione Archeologica T. 213 Pianezza - Grugliasco, 2015, p. 20

vado pelerina

4. Il "vado Pelerina"

Circa gli altri due attraversamenti, la documentazione presa in esame rimane vaga. Per quanto concerne il guado della Pellerina, ne attesta soltanto la posizione successiva al “vado de Lioneti” in direzione di Torino. Questa informazione, tuttavia, risulta preziosa, poiché, coerente con le fonti che associano il toponimo Pellerina alla valle di S. Andrea, (fig. 2.1) circoscrive l'area di indagine.

Gli Ordinati trecenteschi della Città di Torino contengono vari riferimenti a un guado situato nella regione detta Pellerina. Il 12 febbraio 1343, la Congregazione dispone che i lavoranti impegnati nella costruzione della "bicocam Pelerine"  provvedano a interrompere il guado e il passaggio sulla vicina bealera Colleasca. ("...ad claudendum vada Pelerine et transitus bealerie Coleasche...). (4.1) La "bicocca" è una garitta di guardia per il controllo del livello del fiume e per la protezione del passaggio, parte di un più ampio sistema di avvistamento formato da punti di osservazione situati in luoghi strategici. L'ordine ("...de faciendo de novo una bichocha in Vanchiglia et realtandis et stoppandis vadis Durie et bealerie Coleasche...") viene reiterato dalla Congregazione il 30 giugno 1349 (4.2) La chiusura dei transiti poteva essere ordinata per motivi militari e di difesa, ma anche per altri motivi, ad esempio isolare la città in caso di epidemie e pestilenze.  L'associazione del guado e della bealera Colleasca trova conferma negli Statuti della Città di Torino, in cui si menziona la "...bealerie Coleasche decurrentem a ficha vel bichocha magne Durie usque in Padum". Ritornando agli Ordinati, il 24 dicembre 1391 si delibera nuovamente l'interruzione del "...vadum Pelerine et bealeriam dicte Pelerine usque ad castrum Vendronum". (4.3) L'8 marzo 1401 viene intimato "...quod Anthonius Nechus ire debeat ad mensurandum magnas ripas existentes a bichocha seu custodia Pellerine usque ad Collegium. Et a dicta Pellerina seu custodia usque Thaurinum seu Sanctum Giorgium". (....che Antonio Neco vada a misurare le grandi sponde [della Dora] dalla bicocca, o guardia della  Pellerina, a Collegno. E dalla detta Pellerina, o guardia, a Torino, o San Giorgio). [La chiesa di San Giorgio si trovava nei pressi della porta Segusina, "extra et prope muros civitatis"] (4.4)

L'esistenza del guado è documentata almeno fino alla fine del Cinquecento, quando se ne trova traccia nella documentazione pertinente il canale del giardino della residenza torinese del duca di Savoia (1570-1574). Successivamente le menzioni diventano più rare, forse a causa della formazione del "Palco di Lucento", avviata a partire dal 1574. La grande tenuta agricola e di caccia del duca Emanuele Filiberto si estendeva su entrambe le sponde della Dora e il muro che la circondava impediva l'attraversamento del fiume. (Fig. 3.2) La proprietà fu ceduta da Carlo Emanuele I, dopo la morte del padre, ma non si hanno notizie circa i destini della recinzione e  di quando fu eliminata. 

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(4.1) ASCT, Ordinati 1343, pag. 171.

(4.2) ASCT, Ordinati, 1349, pag. 273.

(4.3) ASCT, Ordinati, 1391, pag. 208.

(4.4) ASCT, Ordinati 1401, pag. 31r.

secoli

5. Nei secoli successivi

La possibile traccia di un guado vicino al castello di Lucento è delineata in un disegno risalente all'inizio del Seicento, concernente la rete delle bealere occidentali torinesi. (Fig. 5.1) In esso, un ponte gettato sul canale del Martinetto rappresenta un importante nodo stradale all'incrocio di tre vie. Esso è indicato quale "ponte del Cou", toponimo già menzionato a proposito del "vado Magnano", che in epoca medioevale coincideva  all'estremo margine occidentale del territorio torinese. (Cfr. il canale della Pellerina). La prima strada, proviene dal capoluogo, e al bivio di S. Rocchetto presso la cascina Morozzo, devia dalla strada di Collegno e raggiunge il ponte costeggiando la sponda sinistra del canale. La seconda giunge da sud e pare di maggiore rilevanza. E' indicata come "strada della Colleasca", ma sembra piuttosto esserne una diramazione, poiché questa la strada di Collegno procede parallela al fiume. Oppure il nome potrebbe riferirsi a una memoria del passato e al sito dell'antico borgo Colleasca, raso al suolo un secolo prima durante l'occupazione francese. La carreggiabile che si allontana dal ponte, o "strada del Cou", si dirige verso alcuni cascinali situati nelle basse di Dora e un insediamento di maggiori dimensioni chiamato "Madis Cauda". (Cfr. il canale della Pellerina). Sebbene sembri svolgere funzioni vicinali, la strada prosegue fino al fiume, per attraversarlo, forse, non lontano dal castello di Lucento. L'indizio però è piuttosto vago: il disegno non attesta la presenza di un guado e non si hanno altre notizie dell'itinerario descritto, né precedenti né successive, forse per una carenza delle fonti, o perché cancellato dalle alluvioni e dalle divagazioni del fiume. (5.1

Fig. 5.1 - Nel disegno seicentesco, la "strada del Cou", proveniente dal ponte omonimo, raggiunge le cascine Bergognino e Randoni, proseguendo verso l'abitato di "Madis Cauda" e la Dora. Il guado non è indicato esplicitamente, ma sembra possibile che la strada attraversi il fiume in diretta a Lucento.

Fonte:  ASCT; CS 1977 (particolare)

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Fig. 5.2 - (Sopra) La Carta delle Regie Cacce (1766 circa) mostra la strada che attraversa il fiume sotto lo sbarramento del canale della Pellerina, collegandosi alle strade dell'Oltredora. Il passaggio potrebbe corrispondere al guado omonimo, ma l'ipotesi richiederebbe altre conferme.

Fonte:  ASCT; CS 1977 (particolare)

Fig. 5.3 -  (A lato) La Dora in un momento di acque eccezionalmente basse, nel Parco Mario Carrara di Torino. L'abbassamento del livello del fiume causato dalla traversa della Pellerina, ben visibile sullo sfondo, nonché la modesta altezza delle sponde, potevano senza dubbio consentire il passaggio di cavalcature, carri e pedoni in questo tratto di fiume.

Il toponimo “Pellerina” è comunemente associato al canale che convogliava l’acqua della Dora nella città di Torino. La confor-mazione del fiume suggerisce che il guado della Pellerina potesse trovarsi a valle della traversa del canale, favorito dall'abbas-samento delle acque causato dalla traversa stessa. La settecentesca "Carta delle Regie Cacce" sembra supportare tale ipotesi, mostrando una strada che attraversa il fiume lungo le secche esistenti sotto la traversa, continuando verso la cascina Pel-lerina e l'Oltredora. (Fig. 5.2). La posizione geografica e la toponomastica sembrano indicare che possa trattarsi del "vado Pele-rina", ma la mancanza di altre conferme su-scita qualche dubbio.

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Altra attestazione di un guado proviene da alcuni disegni settecenteschi concernenti la bealera del Martinetto. (fig. 5.4) Essi mostrano una strada che, ricalcando probabilmente un itinerario più antico, dalla porta Susina si snoda lungo i canali del Valentino e di Torino, volgendo verso il fiume ai molini municipali. Ad esso è attribuito il nome didascalico di "strada da Lusengo al martinetto quando la dora è grossa". Tale nome sembra contradditorio e sottintende forse l'esistenza di un passaggio più agevole nelle vicinanze, preferito in regime di acque normali. L'attraversamento, comunque, avviene nella "valle di S. Benedetto" e pertanto parrebbe corrispondere al guado medioevale già descritto. (Fig. 2.1)

Fig. 5.4 - Nel disegno, risalente agli anni 1743-1746, la "strada da Lusengo al martinetto quando la dora è grossa" collega Torino alla sponda sinistra del fiume, attraversandolo nella valle di S. Benedetto, che potrebbe utilizzare il guado attestato già nel Medioevo, diretta a Lucento e alla Madonna di Campagna.

Fonte: ASCT, CS  2044

1746---Dalla-Pellerina-ai-Molassi---CS-2
1746---Dalla-Pellerina-ai-Molassi---CS-2

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(5.1) I toponimi e gli elementi territoriali  menzionati non compaiono nelle principali carte settecentesche, quali la Carte de la Montagne de Turin (1694), i disegni della mappatura dell'area torinese occidentale di Carlo Antonio Bussi del 1748-49, la Carta dei Distretti delle regie Cacce (1765 circa) e la Carta corografica del Territorio di Torino (1791) di Vittorio Amedeo Grossi, e nemmeno in altre carte coeve.

pellerina

6. La via Francigena e la"strata Pelerina"

Il guado della Pellerina era associato alla strada percorsa nel Medioevo dai pellegrini in cammino sulle rotte di Roma, di Terrasanta o di Compostela, e sembrerebbe quindi ragionevole individuarlo seguendo il tracciato della strada stessa.

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Fig. 6.1 - La Tabula Peutingeriana, da noi conosciuta attraverso una copia del XII-XIII secolo, mostra le principali arterie stradali dell'Impero romano. Il dettaglio riportato evidenzia la posizione chiave della colonia di Julia Augusta Taurinorum sulla rotta delle Gallie e in particolare della Gallia narbonese e della Penisola Iberica.

Fonte: Wikipedia.

LA VIA FRANCIGENA DELLA VAL SUSA

Le vie medievali di lunga percorrenza difficilmente venivano progettate ex novo, ma ricalcavano in larga parte percorsi già esistenti, tenendo conto di esperienze di traffico a volte millenarie e di vincoli ecologici e nodi obbligati. Le prime tracce documentarie della “strata Romea qui Romam tendit”, nota anche come “stratam publicam peregrinorum et mercatorum”, e più comunemente detta via Francigena, o Romeria, risalgono ai secoli XI e XII. (6.1) Essa era percorsa da mercanti, uomini d'arme, incaricati d'affari, diplomatici, intellettuali, ecclesiastici, e da chiunque valicasse le Alpi per i motivi più diversi. Questo itinerario seguiva il percorso della a strada romana che, passando per Julia Augusta Taurinorum e il colle del Monginevro, collegava l'Italia settentrionale (o Gallia Cisalpina) alla Francia narbonese (o Gallia Transalpina) e alla Penisola Iberica. L'importanza dell'itinerario della Val Susa crebbe a partire dal XIII secolo, affermandosi su quello del Gran San Bernardo e di Ivrea, fino ad allora il più frequentato, determinando, inoltre, la preminenza del passo del Moncenisio sugli altri, Monginevro compreso. Al successo contribuirono certamente il passaggio di uomini e merci diretti alle grandi fiere della Champagne, dove la presenza dei mercanti italiani era sempre più consistente, e l'intrecciarsi, lungo le sue strade, del cammino di chi dal nord Europa era diretto verso Roma e la Terrasanta con quello di quanti dalla penisola italica si recavano a Santiago di Compostela. (6.2)

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Fig. 6.2 - (A sinistra) I principali valichi alpini attraversati dalla via Francigena passavano l'uno per Ivrea, Aosta e il Gran san Bernardo e l'atro per Torino, Susa e il Moncenisio. La strada che andava da Torino e Chambery era larga da tre a sei metri nel ramo principale e i viaggiatori impiegavano circa cinque giorni per percorrere i 200 km che separavano le due città

Fonte: Mostrta "Pubblica Strata" - Gruppo "Ad Quintum, Collegno..

IL CONCETTO DI "AREA DI STRADA"

Secondo alcune interpretazioni, la "vera" via Francigena toccava la pianura torinese, Susa, il Moncenisio e la Moriana. Tuttavia, la storiografia più recente, all’immagine tradizionale di vie di comunicazione univoche e ben definite, come quelle consolari romane, preferisce il concetto di "area di strada". (6.3) Ovvero, l'immagine di una direttrice principale di traffico che includeva diverse varianti parallele, di volta in volta utilizzate secondo convenienza. Le diverse ragioni contemplavano sia cause naturali, quali smottamenti e straripamenti dei fiumi, sia umane, come il raggiungimento di monasteri e ospizi lontani dal cammino principale ma collegati ad esso per antica tradizione. Anche le vicende politiche, economiche militari, nonché l'influenza dei signori locali, potevano determinare la scelta dei percorsi. Pur nel contesto di tale flessibilità, restavano comunque ineludibili alcuni punti fermi di transito, quali ponti, traghetti e guadi, passi montani, centri religiosi e commerciali e pedaggi. In questa prospettiva, diventa vano dedicarsi alla ricerca del tracciato francigeno autentico, se non circoscritto a un segmento e a un periodo di tempo ben definiti, considerando, anzi, probabile che gli itinerari praticati siano stati più numerosi di quelli conosciuti. (6.4)

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Fig. 6.3 - Giunti nella fascia pianeggiante allo sbocco della Val Susa, i viaggiatori provenienti dai passi alpini trovavano varie alternative all'itinerario Romeo, il principale e il più frequentato, che da Rivoli raggiungeva Torino toccando Collegno oppure Grugliasco. Se intendevano evitare il capoluogo, da Avigliana potevano prendere la Val Sangone e proseguire per Trana, Sangano, Rivalta, Moncalieri, attraversare il Po al ponte di Testona e proseguire verso Asti. Oppure, diversamente, potevano seguire la strada "qua itur de Ripolas (Rivoli) versus Montecalerio (Moncalieri)". Anche il percorso sulla sponda sinistra della Dora che passava per Caselette e Pianezza permetteva, se necessario, di aggirare Torino, collegandosi direttamente agli itinerari padani. Se la destinazione era le valli di Lanzo, potevano imboccare la strada di Rubiana e del Col S. Giovanni. Uno dei percorsi più frequentati dai mercanti, da Torino saliva verso la collina e, passando per Chieri, raggiungeva mete come Asti, Genova o Piacenza. L'itinerario di Vercelli e Pavia era forse il meno frequentato dal traffico in transito per Torino e la Val Susa, poichè la rotta di Francia che toccava le due città era preferita da coloro che sceglievano i passi del San Bernardo. (6.5)

Fonte del disegno: Mostrta "Pubblica Strata" - Gruppo "Ad Quintum, Collegno...

LA "STRATA PELERINA"

Il concetto di “area di strada” è applicabile alle diverse scale territoriali, da quella delle tratte di lunga percorrenza all’ambito locale. In quest'ultimo si collocava la cosiddetta “strata Pelerina”, o "Pelarina". Secondo la tradizione, essa costituiva un'alternativa alla via consolare delle Gallie consolidatasi con la crisi dell'Impero romano. Il suo  tracciato non è stato individuato con certezza. Alcuni ritengono che il suo non fosse che un diverso nome dell'antica via di Francia, ovvero della via Romea, che da Torino toccava il "Puteum Stratae" e l'ospedale di San Sepolcro, la  "mansio", romana di "ad Quintum Collegium", e la "mutatio ad octavum" presso Rivoli. (6.6Altre interpretazioni la identificano con la strada Colleasca, e con qualche sua variante, ossia con la via che collegava Torino e Collegno mantenendosi parallela alla direttrice transalpina principale, in posizione intermedia tra questa e la Dora. Altri ancora sostengono che invece che i pellegrini seguissero un itinerario e indipendente utilizzando la viabilità locale, i cui dettagli sono difficilmente definibili in mancanza di un supporto cartografico. (fig. 6.4.)

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Fig. 6.4 - L'immagine illustra i tracciati delle vie medioevali che attraversavano Collegno, secondo la ricostruzione dello studioso di storia locale Giuseppe Gramaglia. La via Pellerina (in alto, in colore marrone) percorreva l'asse formato da str. della Varda e dalle vie S. Lorenzo e Sebusto, scendendo al ponte che si trovava sotto la rocca del castello. La via Colleasca (in basso, in  rosso) da Torino seguiva via Asinari di Bernezzo e la strada antica di Collegno, ed entrata in città dalla porta detta anch'essa Colleasca, imboccava le vie Trampellini, Amedeo Duca d'Aosta e Martiri XXX Aprile, convergendo anch'essa al ponte. (6.7Quest'ultimo è rimasto per secoli un punto obbligato per l'attraversamento del fiume. Distrutto durante la Seconda  Guerra Mondiale, è stato sostituito da una semplice passerella pedonale. 

Disegno su base Google Earth

Le comunicazioni con i valichi alpini hanno privilegiato la sponda destra della Dora Riparia, superando eventualmente il fiume a Collegno. Tuttavia, l'esistenza documentata di un "vado Pelerina" suggerisce che almeno uno di questi tracciati si portasse sulla sponda sinistra prima di tale località. Si può quindi immaginare un percorso che al bivio di S. Rocchetto si separasse dalla strada Colleasca, seguisse la bealera del Martinetto, guadasse dove possibile la Dora e si congiungesse alla strada interpoderale attestata fin dall'età romana sulla sinistra del fiume. Questo itinerario avrebbe permesso ai viaggiatori provenienti sia dalla Francia che dagli itinerari padani di evitare Collegno e Rivoli e la sponda destra del fiume, e soprattutto di aggirare Torino, collegandosi direttamente alla via che dalla Porta Palatina raggiungeva le regioni  orientali. (6.8.

I motivi per eludere il capoluogo potevano essere numerosi. Il controllo dei transiti e dei commerci lungo le strade delle Alpi rappresentava la maggiore ragion d’essere e la principale voce delle entrate fiscali della città. L'Amministrazione civica ne traeva vantaggio regolando il passaggio di uomini e merci, riscuotendo pedaggi e imponendo, per antica concessione imperiale, ai forestieri l’obbligo di soggiornare almeno una notte. (6.9) Le alternative erano parecchie. (Fig. 6.3) Ciò non significava soltanto sfuggire alle imposizioni torinesi, ma poteva velocizzare il viaggio, oppure consentire itinerari più sicuri per uomini e carichi a seconda delle contingenze del momento. Naturalmente, le autorità cittadine cercavano di impedire l'utilizzo delle vie secondarie ma i controlli non erano facili e gli obblighi tutt’altro che ineludibili. Sebbene non esistessero vie nettamente distinte per pellegrini e mercanti, potremmo forse ipotizzare che la "strada Pelerina" rappresentasse una sorta di scorciatoia informale, consentita o almeno tollerata, a chi viaggiava per ragioni diverse da quelle commerciali; una via che certamente anche qualche mercante non mancava di tentare.

La ricerca dell’antica via dei pellegrini intesa come itinerario prestabilito e immutabile non ha prodotto finora risultati definitivi. Alla luce del concetto di "area di strada", ciò non sorprende, e proprio tale modello suggerisce la spiegazione di tale esito e indirizza la ricerca in direzioni più promettenti. In definitiva, sostituendo alla visione classica quella di una rete articolata di tracciati che attraversavano o meno la Dora in questo o quel punto, e che di volta in volta venivano preferiti da soggetti e per motivi differenti a seconda delle circostanze economiche, politico-amministrative, fiscali o le condizioni naturali del momento, pare plausibile che molti dei tracciati esaminati, così come altri possibili, potrebbero essere ritenuti, in modi e tempi diversi, "strada della Pellerina".

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Fig. 6.5 - Per i motivi discussi, non pare possibile definire la posizione dell'antico guado della Pellerina, e forse non è nemmeno opportuno tentare di farlo. Tuttavia, i numerosi elementi associati al toponimo (come la strada, la “ficca”, la “bicocca” e la bealera medioevali, la cascina seicentesca, la centrale idroelettrica e il parco pubblico attuali) convergono tutti verso la cuspide meridionale della cosiddetta valle di S. Andrea, ossia verso il luogo dove ancora si trova la traversa del dismesso canale della Pellerina, al termine del corso Appio Claudio. Pur senza assegnarvi troppo valore, va osservato che anche il prolungamento del detto corso verso i Tetti delle Basse di Dora e delle cascine più occidentali prende il nome di strada della Pellerina. La "valle" è in parte scomparsa in seguito alla rettifica della Dora avvenuta negli anni Trenta del Novecento, ma è riconoscibile nel disegno d'alveo ottocentesco sovrapposto all'ortofoto. Ed è in quest'area, di circa un chilometro e mezzo di diametro, e lungo questo tratto di fiume che possiamo idealmente collocare il guado.

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(6.1) A. Settia, Fisionomia urbanistica e inserimento nel territorio (secoli XI-XIII), in Storia di Torino vol.1, "Dalla preistoria al comune medioevale," a cura di G. Sergi, Einaudi, Torino, 1997, p. 816. Circa l'origine dei nomi "Francigena" e "Romea", attribuito da alcuni al luogo di residenza dei viandanti e da altri alla loro provenienza, cfr. Giuseppe Sergi, Potere e territorio lungo la strada di Francia, Liguori Editore, 1991, pp. 19-55.

(6.2) G. Sergi, Potere e territorio, cit, e Renato Stopani, Le vie di pellegrinaggio del Medioevo. Gli itinerari per Roma, Gerusalemme, Compostela, Firenze, Le Lettere, 1991, pp. 18, 33, 85 e 86.

(6.3) Il concetto di "area di strada" è proposto da G. Sergi proprio nel contesto dello studio della via Francigena tra Torino e Chambery. Cfr. G. Sergi, Potere e territorio... cit. pp. 36-45.

(6.4) La mutabilità dei tragitti riguardava anche punti obbligati e ben definiti come i colli alpini, come dimostrsno  le varianti di valico che si sono succedute al Moncenisio e al Monginevro. Cfr. G. Sergi, Potere e territorio... cit. 

(6.5) Cfr. Storia di Torino, cit, vol. I, Torino, Einaudi Editore, 1997, p. 455 e p. 817.

(6.6) Cfr. Atti della Società Piemontese di Archeologia e delle Belle Arti, F. Rondolino, Storia di Torino antica, Torino, 1930, p. 261-262. - Occorre ricordare che il mansio romano di Ad Quintum Collegium era collocato nei pressi della chiesa di San Massimo, oggi località Baraccone - Santa Margherita, ad una certa distanza dal nucleo medioevale sviluppatosi attorno al Castello e alla rocca che strapiomba sulla Dora.

(6.7 Cfr. Gruppo Archelogico 'Ad  Quintum', Frammenti di storia di Collegno, Opera Postuma di Giuseppe Gramaglia, a cura di Marisa e Manuel Torello, Borgone di Susa, Edizioni del Graffio, 2006, pag. 95-96.

(6.8 Maurizio Biasin, Valter Rodriquez, Giorgio Sacchi, Strada interpoderale romana, Quaderni del CDS 2004, A. III, n° 5, f. 2,  pp. 57-67 e Terna Rete Italia, Relazione Archeologica, 30-01-2015. 

(6.9 Anche i percorsi che dovevano obbligatoriamente seguire i mercanti all'interno della città erano stabiliti dall'Amministrazione. I carichi provenienti dalle "parti oltremontane" dovevano entrare dalla Porta Segusina e uscire dalla Porta Palazzo, o dalle altre porte settentrionali, se diretti verso Vercelli lungo la strada "Lombarda". Chi prendeva la strada "Genovese" o "Astigiana" doveva utilizzare invece la Porta Fibellona, o le altre meridionali. Il contrario avveniva per chi, dalle regioni padane si dirigeva ai varchi delle Alpi occidentali. Cfr. A. Settia, Fisionomia urbanistica e inserimento, cit, p. 815-16

borgo

Il guado di borgo Dora

Dopo l’abbandono del ponte romano deIle Maddalene, (fig. 2.1) il ponte in legno del borgo ha costituito per secoli il solo attraversamento stabile della Dora a Torino, almeno fino alla costruzione del ponte delle Benne (o del Regio Parco) e del ponte Mosca. La sua posizione, circa duecento metri a monte dei manufatti attuali, è rimasta immutata, almeno per quanto è possibile accertare attraverso la cartografia storica, ovvero a partire dal XVIII secolo.

In regime di acque normali, la larghez-za e le sponde basse permettevano l'attraversamento carrozzabile del fiu-me anche a borgo Dora. il guado integrava, ma non sostituiva, il passag-gio stabile assicurato dal ponte in legno, collocato alla destra del punto di osservazione e non visibile in figura.

Dipinto di Angelo Cignaroli (sec. XVIII)

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Il sito del ponte, presumibilmente scelto per le favorevoli morfologiche del fiume, avvantaggiava coloro che erano diretti verso nordovest, in direzione di Venaria e delle valli di Lanzo, mentre per chi, al contrario, imboccava le strade padane, il guado situato poco più a valle, in asse con la via che attraversava borgo Dora, rappresentava la scorciatoia più naturale. Nonostante la breve distanza, i due transiti coesistevano e, anzi, il guado integrava la struttura in legno, non sempre agibile dopo le piene del fiume.

L’importanza del guado è sottolineata dalla presenza nella cartografia e dal progetto settecentesco per un nuovo ponte destinato a sostituirlo, che peò non ebbe seguito. L'idea venne ripresa con il disegno napoleonico della Grand Route d’Italie, di cui l’odierno corso Vercelli ricalca il tracciato. Tuttavia, la sistemazione definitiva avvenne con il ponte Mosca, inaugurato nel 1830 sul prolungamento della nuova piazza Emanuele Filiberto. Tale scelta urbanistica fu dettata sia dall’intento di evitare la vecchia strada stretta e tortuosa del borgo, ormai densamente popolato e caotico per la concentrazione di attività economiche, sia dal desiderio di creare un più elegante e prestigioso ingresso alla città, adeguato alla capitale del Regno.

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Fig. 18 - (A sinistra) La litografia di primo Ottocento mostra come il guado e il vecchio ponte in legno, visibile sullo sfondo, furono conservati per qualche tempo, anche dopo l'inaugurazione del ponte Mosca. (A destra) Inizialmente, quest'ultimo fu collegato alla Strada Reale d'Italia di origine napoleonica (c.so Vercelli) e solo successivamente fu tracciato l'attuale corso Giulio Cesare, naturale prosecuzione del ponte stesso e della direttrice in uscita dalla piazza Emanuele Filiberto, oggi detta della Repubblica.

Fonte: Città di Torino e Rabbini 1840

Online dal. 25/04/2024

Ultimo aggiornamento: 25/04/2024

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