La Polveriera di borgo Dora

Fu Emanuele Filiberto in persona a sostenere la nuova fabbrica di polvere da sparo creata a Torino da Antonio Ponte nel 1582. Per il duca l'opificio rientrava tra le priorità militari della novella capitale, insieme alle fortificazioni, alla Cittadella e all’Arsenale. Sotto questi auspici la produzione di polvere pirica prese avvio in un fabbricato sito nella parte orientale di Porta Palazzo, non lontano dai molini, occupato in precedenza da una moleria, ossia una forgia per armi da taglio leggere. Il luogo risultava idoneo alla natura della produzione: isolato a sufficienza da garantire la sicurezza dell’abitato e al contempo prossimo ai bastioni e difendibile in caso di assedio. La presenza di una bealera assicurava infine l’acqua per le lavorazioni e la macina delle materie prime. (1)

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CANALI IN BORGO DORA NEL SEICENTO

Particolare dalle tavole del Theatrum Sabaudiae. Per quanto, come è noto, la fonte non sia del tutto attendibile, fornisce una rappresentazione accattivante di borgo Dora nella seconda metà del Seicento.

In primo piano a sinistra scorre il canale dei Molassi, dal quale si staccano sia il canale che serve la Polveriera, sia lo scaricatore della Sabbionera. Tra gli opifici del borgo, oltre la Fabbrica delle polveri, si riconoscono il massiccio edificio del filatoio Galleani e, nell'angolo in basso a destra, i molini della Città .

Gli edifici della Polveriera di trovano tra le due bealere. l'opificio è alimentato da una canalizzazione derivata da quella dei Molassi, che si scarica nella Dora. Di lì a poco verrà scavato un nuovo canale dotato di una propria presa, che confluirà invece in quello dei Molassi.

Fonte: J. Blaeu, Theatrum statuum regiae celsitudinis Sabaudiae ducis, Pedemontii principis, Cypri regis. Pars altera, illustrans Sabaudiam, et caeteras ditiones Cis & Transalpinas, priore parte derelictas, vol. 2, apud heredes Ioannis Bleu, Amstelodami 1682 - (Vai al testo digitalizzato)

Per quasi un secolo tuttavia la Fabbrica delle polveri di borgo Dora non ebbe però grande rilevanza e rimase inattiva per lunghi periodi. Nel 1673-1674 l’impianto fu radicalmente rinnovato, ampliato e dotato di un canale proprio, autonomo da quella dei Molassi, e dotato di una propria presa, detto  “canale della Polveriera”. All’interno le tradizionali macine in pietra furono sostituite da più efficienti impianti a pistoni. Durante l’assedio francese del 1706 tuttavia il contributo dato dall'impianto alla produzione di polvere nera fu ancora modesto. Nonostante il duca in persona avesse promosso l'allargamento del canale e il potenziamento delle macine, e nonostante il presidio della Milizia cittadina, gli assedianti ebbero buon gioco nell'interrompere il canale e privare l'opificio dell’acqua. (2) Il fatto confermava la grave criticità, storica e strutturale, degli opifici idraulici torinesi che, posti al di fuori della cerchia fortificata, risultavano pocp difendibili in caso di attacco nemico.

​Nel corso del Settecento lo stabilimento assunse finalmente il ruolo che gli competeva. Le commesse militari del neonato Regno di Sardegna diedero continui impulsi allo sviluppo di produzioni e tecnologie, benché l’impianto producesse anche una discreta quantità di polveri per usi civili. Momenti qualificanti dell’espansione settecentesca furono: il progressivo aumento delle “piste”; l’accresciuto potenziale dinamico a disposizione dello stabilimento con l’immissione dell’acqua proveniente dalla Pellerina nel canale della Polveriera attraverso il congiungimento con il canale del Martinetto avvenuto nel 1729 e lo scavo del canale Meana del 1754; l’assunzione della gestione diretta da parte dell’Autorità militare e la profonda ristrutturazione, di fatto quasi una ricostruzione, condotta, tra il 1775 e il 1788, su progetto del colonnello Antonio Quaglia; la realizzazione dell’edificio della Raffineria dei nitri nel 1778.  Un ultimo ampliamento del polverificio si ebbe nel 1815.

Polveriera di borgo Dora Torino

Ristrutturazione dell'opificio su progetto di Antonio Quaglia. Il disegno consente di individuare con precisione le funzioni dei diversi fabbricati.

Fonte: Pianta della Regia Polverera, 1778,

AST, Sezione Corte, Carte topografiche e disegni, Carte e disegni, Carte topografiche per A e B, Torino, Torino 29, mazzo 15

Nel momento della massima espansione, all'inizio dell’Ottocento, gli edifici della Regia Fabbrica delle Polveri e Raffineria dei Nitri occupavano un’area di quasi 52.400 metri quadati, con lati di m 308 per 170. (3) L’energia idraulica era impiegata per la frantumazione dei diversi componenti della polvere pirica, che avveniva attraverso grossi e pesanti pistoni organizzati in serie di 6 o 12 unità, dette "piste" o "peste", a ognuna delle quali era collegata una ruota idraulica. Data la potenziale pericolosità delle lavorazioni, non stupisce che ogni pista fosse dedicata a un santo. Tra i numerosi protettori si annoveravano sant’Ignazio, san Giuseppe, sant’Andrea e il beato Amedeo. Uno specifico laboratorio era adibito alla produzione del salnitro. La polvere prodotta era destinata a usi sia militari sia civili: miscelando in proporzioni diverse zolfo, carbone e salnitro si otteneva infatti polvere da cannone, da moschetto, da mina, da caccia e "polvere da gioia" per i fuochi artificiali. Il personale era costituito da un centinaio di addetti; tra i civili spiccava una significativa quota di manodopera femminile. In origine l'opificio, come gli altri grandi impianti idraulici torinesi, era di proprietà municipale e la Città provvedeva ad appaltarne l'esercizio ai privati. Solo nel 1767 esso passò all’Intendenza Generale di Artiglieria Fabbriche e Fortificazioni, che per altro lo gestiva fin dal 1728. 

LA POLVERIERA NEL XIX SECOLO

Polveriera di borgo Dota, Torino

Nell'assetto definitivo le ruote idrauliche occupavano entrambe le sponde del canale. La partita di sinistra era la più vecchia e quella che meglio utilizzava il salto d'acqua di cui beneficiava l'opificio. Come mostra il disegno, quelle della partita di destra erano alimentate "di fianco". Un articolato sistema di condotti consentiva la ripartizione dei flussi e lo scarico dell'eccesso. Nella fabbrica si contano 20 ruote collegate alle peste e altre 7 adibite a funzioni diverse. Va comunque considerato che il numero di motori idraulici e delle macchine attivi negli stabilimenti idraulici era soggetto a frequenti variazioni. La Raffineria dei nitri occupava l'ala nordorientale dell'area, vicino all'ingresso dello stabilimento.

Fonte: Pianta della Fabbrica delle polveri e raffineria dei nitri, 1838,  AST, Sezioni Riunite, Carte topografiche e disegni, Ministero dei Lavori Pubblici, Carte e disegni, Miscellanea tipi e disegni del Genio Civile, Fabbrica non identificata

Regia Polveriera di borgo Dora a Torino - Effett dello scoppio de 1852

La planimetria mostra i danni provocati dalla deflagrazione del 26 aprile 1852. Il disegno è identico al precedente, ma consente di individuare meglio le funzioni dei diversi edifici. Il canale dei Molassi è indicato quale “canale di Valdocco”.

Fonte: Polveriera di Torino dopo lo scoppio del 26 aprile 1852,

AST, Sezioni Riunite, Sezioni Riunite, Carte topografiche e disegni,Ministero della guerra, Tipi Guerra e Marina (Sezione IV),Torino,

Fabbriche militari , mazzo 426

Alla metà dell’Ottocento la Fabbrica delle polveri era ormai circondata dalle abitazioni. I rischi che comportava per un borgo ormai densamente popolato erano ben presenti alle autorità. In passato non erano mancati gli incidenti, ma i danni fino ad allora erano stati relativamente limitati. Stava comunque maturando l’idea di trasferire altrove l’attività, quando il 26 aprile del 1852 l'esplosione di oltre 20.000 kg di polvere pirica squassò la fabbrica, causando oltre 20 morti e 16 feriti. Lo shock fu enorme e la produzione non riprese più, nonostante lo scoppio avesse distrutto principalmente alcuni magazzini, mentre le peste e le linee delle produzioni principali non avevano subito danni gravi.

Lo scoppio della Polveriera di borgo Dora del 1852

LO SCOPPIO DEL 1852

L'esplosione della Polveriera di borgo Dora.

Dipinto conservato nella chiesa di San Gioachino in corso Giulio Cesare a Torino.

Torino, ore 11.45 del 26 aprile 1852. Tre boati in rapida sequenza squassano la Polveriera, borgo Dora e l’intera città. Il clamore è enorme. Corre voce di un attentato a Palazzo Reale, forse al Parlamento. Quando ci si rende conto dell’accaduto la mobilitazione è generale. Sul luogo accorrono pompieri, soldati, medici, operai, volontari, tra i quali don Giuseppe Cottolengo. Arrivano la Guardia nazionale e le massime autorità: il sindaco Bellono, il ministro della Guerra La Marmora, il duca di Genova, il principe di Carignano. Lo stesso Vittorio Emanuele II giunge sul posto da Moncalieri.

Il bilancio della sciagura è molto grave: 23 morti e 16 feriti. Ma avrebbe potuto essere peggiore se al momento dell’esplosione gran parte degli operai non fosse in pausa per il pranzo. Le abitazioni di borgo Dora subiscono parecchi danni, ma scatta la solidarietà della città: si trovano immediate soluzioni per feriti e sfollati e la pubblica sottoscrizione promossa a loro favore ottiene pronti risultati. I morti sono seppelliti con funerali solenni.

Ma l’eroe del giorno è Paolo Sacchi. Egli verrà decorato con medaglia d’oro al valore poiché “trovandosi avvolto tra le rovine della scoppiata Regia Fabbrica di polvere, anziché smarrirsi di animo, con eroica risoluzione, entrò nel magazzino principale, ne estrasse materie accese, dal cui cotanto contribuì a salvare la capitale da maggiori sciagure”. Si deve infatti al semplice sergente di fureria se altri 40.000 kg di polvere stivati nel magazzino generale si salvano dalle fiamme.

Contrariamente a quanto accadde a Pietro Micca, il suo coraggio è ampiamente riconosciuto e premiato. Difficilmente un eroe ricevette tanti onori in vita: fu promosso al grado di sottotenente, gli fu conferita una corona d’oro dalla Guardia nazionale ed il Consiglio municipale gli assegnò la cittadinanza torinese e una pensione annua di 1.200 lire. Grandi onori ricevette anche nella sua città natale, Voghera. Inoltre ebbe il privilegio, assai raro, della dedica di una via della città prima della sua morte, avvenuta all’età di 77 anni.

Fonte: C. Bianchi, Porta Palazzo e il Balon. Storia e mito, il Punto, Torino 1991, p. 120.

 

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NOTE
  1. Quella di Antonio Ponte non fu però la prima fabbrica di polvere da sparo costruita in città. Già negli anni Quaranta dello stesso secolo, sotto la dominazione francese, venne eretto un "molino per la macina della polvere per le bombarde", anch'esso in borgo Dora, che in seguito fu abbandonato (L. Palmucci Quaglino, Polveriera e Fucina delle canne: continuità e innovazione nelle manifatture d'armi di borgo Dora e Valdocco, in Acque, ruote e mulini, vol. 1, p. 241).

  2. La Polveriera durante l’assedio non riuscì a produrre più 30 o 40 rubbi di polvere al giorno, pari a qualche decina di chilogrammi soltanto. Gran parte della polvere da sparo, per quanto possibile, giunse in città trasportata dai muli. La sua carenza fu una delle più gravi criticità per gli assediati. Cfr. tra gli altri: F. Galvano, L'assedio. Torino 1706, UTET, Torino 2005; G. Cerino Badone (a cura di), 1706. Le aquile e i gigli. Una storia mai scritta, Omega, Torino 2007.

  3. C. Bianchi, Porta Palazzo e il Balon. Storia e mito, il Punto, Torino 1991, p. 117.

Per ulteriori approfondimenti cfr. il saggio di L. Palmucci Quaglino, Polveriera e Fucina delle canne: continuità e innovazione nelle manifatture d'armi di borgo Dora e Valdocco, in Acque, ruote e mulini, vol. 1, pp. 241 ss.

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