La Conceria dei f.lli Calcagno in borgo Dora

L’edificio di piazza Don Albera 15 a Torino ospitò a partire dai primi anni dell’Ottocento la conceria dei fratelli Calcagno. È il solo sopravvissuto dell’antico nucleo protoindustriale di borgo Dora.

Torino 1818. Il ritorno del re Vittorio Emanuele I e la Restaurazione non hanno cancellato le iniziative manifatturiere nate nel periodo napoleonico. Negli ultimi anni, in città, i fratelli Antonio e Vincenzo Calcagno sono diventi maggiori concitori di Torino. In particolare si sono fatti un nome nell’ambiente della lavorazione del cuoio e delle pelli con la fabbricazione di uno speciale pellame adatto alla copertura di calesse e boughè. (1) Negli Stati Sardi sono i soli a produrre questo materiale, fino ad allora importato dalle concerie di Parigi e Pont-Audemer. La qualità della loro produzione è riconosciuta ufficialmente dalla Corporazione dei Mastri Sellai torinesi, che la reputano pari, se non migliore, di quella proveniente dalla Francia. (2)

Conceria Calcagno in borgo Dora a Torino

La conceria dei fratelli Calcagno si trova nel cuore di borgo Dora, a ridosso dei molini della Città, e sfrutta la forza dinamica del canale dei Molassi. Le fortificazioni sono state abbattute da poco, la città rimane compresa nel vecchio perimetro e al suo esterno prevalgono le zone agricole. La strada che conduce verso la pianura Padana e Milano si snoda ancora lungo le vie del borgo. La lunga arteria che diverrà corso Giulio Cesare e il ponte Mosca sono di là da venire: la loro realizzazione interesserà presto anche la conceria.

Fonte: Iconografia dell'augusta città di Torino (particolare), 1819 (AST, Sezione Corte)

La conceria dei fratelli Calcagno. Dal 1805 i fratelli Calcagno esercitano la loro attività in borgo Dora, in un edifizio idraulico posto lungo il canale della Fucina; ora però il contratto d’affitto è scaduto e non sarà rinnovato. Essi rivolgono quindi una supplica alla municipalità per ottenere l’autorizzazione a trasferire la conceria nella casa che posseggono di poco a monte dei molini Dora, sulla sponda sinistra del canale dei Molassi, di fronte al filatoio Pinardi e a fianco del filatoio Galleani, i due storici setifici ad acqua torinesi. Essi ottengono anche di erigere sul canale dei Molini una ruota idraulica “per dar movimento ad un bottale per disgrassare le pelli, e stritolare la rusca col mezzo di taglietti per uso loro proprio e non altrimenti”; ossia per il movimento di una macchina per la pulizia preliminare delle pelli e di una pesta per triturare la corteccia di quercia (detta "rusca") da cui si estrae il tannino impiegato nei processi di concia. Tassativo è l’impegno di non effettuare lavori in conto terzi e non entrare quindi in concorrenza con analoghi impianti municipali. La ruota idraulica è del tipo a davanoira, ossia una ruota di grandi dimensioni ma di potenza limitata, che utilizzerà un salto di 3 sole once – pari a circa 12 cm – da crearsi tramite uno sbarramento-partiacqua da porre nel canale. Il moto sarà trasmesso all’opificio attraverso un albero motore che passerà sotto la strada che lo separa dal canale. L’amministrazione comunale acconsente con una risposta di vago sapore mercantilista, dichiarandosi “sempre intenta a promuovere l’industriosità dei torinesi”. La concessione è formalizzata con istrumento del 17 ottobre 1818, ha durata di 12 anni, prevede un canone annuo di 250 lire e vincola strettamente la ruota alla sola attività per cui è concessa. (3) L’analisi cartografica comparata, per quanto possa considerarsi attendibile, lascia ipotizzare che i motori idraulici siano collocati in un nuovo corpo di fabbrica appositamente aggiunto sul lato orientale dell’edificio.

1818. Planimetria conceria Calcagno in borgo dora a Torino

Nella planimetria è ben visibile la posizione della conceria e degli opifici circostanti. L’asse della ruota idraulica dell’edificio sottopassa il sedime stradale. Una palizzata parallela al canale munita di una porta mobile convoglia e regola il flusso dell’acqua verso la ruota davanoira. In basso a sinistra è riportata la confluenza del canale della Fucina.

Fonte: Ruota Calcagno. Planimetria (particolare), 1818 (ASCT, Ragionerie, 1818/40, p. 928).

L’anno successivo, con istrumento del 29 gennaio, la civica amministrazione vende i filatoi Pinardi e Galleani al signor Giuseppe Campana. (4) Pochi mesi più tardi, il 23 giugno, questi cede a sua volta ai Calcagno una parte del filatoio Galleani e i diritti d’acqua di cui l’opificio gode. Il breve lasso di tempo che intercorre tra l’acquisto e la rivendita del filatoio lascia supporre a un precedente accordo. I Calcagno si trovano ora a possedere due concessioni, pagandone i relativi canoni, corrispondenti a un potenziale di  forza motrice di molto superiore a quello necessario. Tuttavia sono proprio i diritti d’acqua del filatoio ad averne motivato l’acquisto. Essi infatti temono che i rigurgiti prodotti da una nuova, eventuale, ruota idraulica eretta a poche decine di metri a valle, prevista esplicitamente dal contratto stipulato dal Campana con la Città di Torino, possano causare pregiudizio alla loro. (5) I nuovi locali acquisiti vengono integrati nella conceria e la prevista ruota idraulica non verrà mai installata. Termina pertanto in questo modo la storia del primo filatoio meccanico di moderna concezione introdotto in Piemonte alla fine degli anni Sessanta del Seicento.

Ruota idraulica della conceria Calcagno in borgo Dora a Torino

La sezione mostra come la posizione altimetrica del canale abbia determinato il passaggio dell'asse della ruota sotto il piano stradale e la collocazione dei macchinari negli scantinati della conceria. Sono ben visibili caratteristiche e dimensioni della ruota idraulica, dei sostegni, dell’asse e delle altre trasmissioni del moto all’interno dello stabilimento.

Fonte: Ruota Calcagno. Sezione (particolare), 1818 (ASCT, Ragionerie, 1818/40, p. 928).

Nel 1825 L’amministrazione comunale progetta l’edificazione dei primi due isolati in capo della nuova Strada d’Italia, che unirà piazza Emanuele Filiberto con futuro ponte dell’ingegner Carlo Mosca. (il futuro c.so Giulio Cesare). Si procede dunque ad acquisti ed espropri. In tale contesto i Calcagno cedono alla municipalità parte del cortile della conceria e alcuni fabbricati minori, per un migliaio di metri quadri complessivi. L’amministrazione inoltre fa sapere che “male stava la fabbrica di conceria e corrieria per essi esercitata nel nuovo borgo che si va costruendo”. (6) In ogni caso è probabile che la riduzione degli spazi produttivi avesse comunque indotto i Calcagno a trasferire la loro attività. Essi infatti, con atto del 22 giugno 1825, acquistano dai fratelli Bognier la conceria Mandina, sita al Martinetto sul canale omonimo. (7) I due imprenditori smobilitano quindi da borgo Dora, dopo aver ceduto la parte dell’ex filatoio Galleani di loro competenza al signor Pietro Cornillet, con atto del 22 luglio 1826. (8)

Nella planimetria sono disegnate in rosso le due nuove isole da realizzarsi all’imbocco della nuova strada d’Italia, tuttora esistenti all’inizio di corso Giulio Cesare, e in giallo le parti di cortile e i fabbricati ceduti a tal fine dai Calcagno all’amministrazione municipale.

Fonte: Cessione di terreno alla Città di Torino dai Sigg. Calcagno per la formazione ed aprimento della nuova strada che immette al nuovo ponte sulla Dora, 1825 (ASCT, Atti Notarili, 1825, 13, p. 350).

I Calcagno nel panorama conciario torinese

Antonio e Vincenzo Calcagno hanno occupato un ruolo di rilievo nel panorama conciario torinese di primo Ottocento. Secondo una rilevazione statistica del 1823, la loro era la più grande conceria di Torino e cintura e dava lavoro a 36 operai, pari al 14.34% dei 251addetti del settore. Questi ultimi erano distribuiti in 56 opifici, la cui dimensione media era di sole 4.48 unità, ossia circa un ottavo di quella della conceria Calcagno.

In Piemonte al tempo il settore produceva per lo più pellami conciati "in suola forte e debole ad uso dei Calzolai, dei Sellai e consimili artieri, in Vacchetta ed in Veaux tournés" nonchè pelli di agnello e capretto per guanti e pellicce, mentre la lavorazione del marocchino si stava ancora affermando e riguardava poche aziende. Il campo in cui i Calcagno occupavano una posizione largamente dominante era di sicuro la lavorazione del vitello:, trattavano 6.000 pelli annue, pari ad oltre il 60% complessivo. La loro presenza era rilevante anche nella lavorazione delle “pelli deboli da suola” (5.000 pezzi l’anno, pari al 25% del totale), mentre posizioni più defilate, ma comunque importanti, erano detenute nelle “vacchette” (600 pezzi su 7.800) e nei "marocchini" (2.000 pelli su 26.000).

I Calcagno rimarranno i leader dell’industria torinese della concia per lungo tempo e con il trasferimento al Martinetto amplieranno ulteriormente la loro attività.

(Fonte: L'industria conciaria a Torino e Piemonte: 1814-1914, tesi di laurea di Antonio Di Molfetta, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia. A.A. 1967-1968, relatore A. Garosci, 1968, pag. 231)

Dumontel incontra presto gravi difficoltà. Già nel 1827 egli denuncia che le macchine e i 90 operai del suo stabilimento sono fermi a causa dei lavori di manutenzione in corso nella bealera dei Molini, che "rendono inoperosa la ruota idraulica". L’Egli lamenta pesanti perdite, imputabili sia ai salari che continua a pagare, perchè “diversamente [i lavoratori] non avrebbero di che procurarsi il sostentamento giornaliero”, sia alla perdita dei clienti, che si rivolgono alla concorrenza per acquistare il cotone filato. L’imprenditore chiede alla Città una “qualche forma di indennità” per i mancati guadagni. La Ragioneria municipale però non acconsente, in virtù del fatto che le concessioni di forza motrice idraulica esplicitamente escludono ogni garanzia di continuità dell’acqua nei canali. (10) Per questi e forse altri problemi l’attività di Dumontel non ha buon esito e nell’ottobre 1830 i fratelli Calcagno chiedono l’autorizzazione per surrogare al filatore un “torcitore da trama di seta”. (11)

Diverse produzioni fallimentari si alternano nell’ex conceria. L’ex conceria di borgo Dora attraversa ora un periodo travagliato, in cui diverse imprese aleatorie e di breve respiro si alternano al suo interno in rapida successione. Da un documento del 1832 si apprende che il torcitore di seta è stato affittato a un certo G. Maria Bertoldo, il quale, illecitamente, lo ha ceduto a sua volta al signor Avezzana, che vi ha installato una piccola macina adibita sia alla produzione di “nero d’avorio a purgare il zuccaro” (12) sia alla “macinazione del il ricino per estrarne l’olio ed altri generi”. Anche questa iniziativa volge però al fallimento e Avezzana lascia a Bertoldo la pesta quale compenso dei canoni d’affitto non pagati. Per qualche tempo la macchina viene adibita alla “frantumazione di cocci di tegole per farne il mastico” da parte di un certo signor Rosazza. Questi impieghi della ruota idraulica sono avvenuti in palese violazione della concessione di forza motrice del 1826, poiché nessuno di essi è stato autorizzato dalla municipalità. Ora però la questione è emersa; i Calcagno si dichiarano ignari ed estranei all’accaduto e chiedono, anzi, la regolarizzazione della pesta, assicurando che nei passati frangenti essa non è stata comunque utilizzata per la triturazione della rusca, sia perché incompatibile con la lavorazione della seta, che nel frattempo è continuata, sia perché espressamente proibita dai termini della concessione. In ogni caso promettono, impegnando anche l’affittavolo Bertoldo, che mai in futuro ne faranno uso contrario gli interessi della Città. La Direzione dei Molini, investita del caso, non mette in discussione la buona fede dei due imprenditori, ma tutela con fermezza gli interessi della Città e replica che “siccome [la Città è] proprietaria di molte piste atte a pistare qualunque oggetto di cui sia capace quella dei f.lli Calcagno e crede doversi ordinare alli medesimi la distruzione della stessa, limitandosi a far uso della ruota pel giro di quegli ordigni di cui ebbero permissione e non altrimenti”. (13)

Opifici in borgo Dora Torino

Il confronto tra la planimetria sette-ottocentesca e la fotografia aerea dell'area mostra le profonde trasformazioni della zona e al contempo la sopravvivenza del fabbricato della conceria dei fratelli Calcagno. L’ala destra del fabbricato pare essere stata riedificata. Da notare che nella carta del 1771 la posizione dei filatoi Galleani e Pinardi è erroneamente invertita.

Fonte: ASCT, CS 2661.                                                                                                                                                        Fonte: Google Maps.

Il crivellatore del sig. Gautier. Qualche anno dopo i fratelli Calcagno escono definitivamente di scena. Nel 1832 Michele Gautier, originario di Nizza Marittima, ha ottenuto dal sovrano la privativa (ossia l’uso esclusivo) per gli Stati sardi di una macchina di sua invenzione per crivellare il grano a secco. Egli, con istrumento del 4 aprile 1833, acquista l’edificio dei fratelli Calcagno al prezzo di 57.500 lire (14) e l’anno successivo ottiene dalla municipalità l’autorizzazione ad adibire la ruota idraulica al movimento del suo crivellatore. (15) In concreto la macchina dovrebbe consentire la setacciatura a secco del grano, cioè senza far uso dell’acqua come nel processo tradizionale; la migliore monda dei cerali sottoposti a macinazione dovrebbe permettere di ottenere farine di migliore qualità.

Avviata la produzione, Gautier chiede di sottoporre la propria invenzione a prova ufficiale per verificarne efficienza e funzionalità. L'esperimento si tiene il 23 agosto 1833 alla presenza di un gruppo di commissari nominati dal Vicariato, dall’Università dei Panettieri e dalla Ragioneria municipale. (16) Se dal verbale risulta che “Il frumento così crivellato, ridotto in farine e quindi in pane, non presentò nessuna diversità in confronto al pane fatto con uguale frumento crivellato secondo l'uso antico”, la valutazione economica dell’esperimento è demandata alla perizia redatta dai sindaci dell'Università dei Panettieri. In essa si legge che “Per effettuare l'esperimento sono stati prelevati dal magazzino delle granaglie della Città 25 sacchi di formento della qualità più comune a farsi macinare” e che esso “fu condotto senza interruzione dalle dieci del mattino a mezz'ora dopo il meriggio per mezzo di crivelli, ventillatori, tubi, graticole di filo di ferro ed una macina inserviente a premere le qualità molli, e segnatamente il formento nero, rotolandovi sopra, che sono le componenti principali la macchina suddetta”. La crivellatura ha prodotto circa 30 kg di scarto, composti da granotto, grinse, lolla, terra e sassolini. Inoltre “la macchina espellisce appieno la polvere, la lolla, le terre ed una parte dell'avezzone, vale a dire quello di maggior grossezza, come non meno la massima parte delle minute sementi, ma non separa l'avezza ordinaria, qualche granello di loglio, e trita e pesta alcuni grani di frumento, sebben di poco o niun riguardo”. In più la gestione dell’impianto risulta complessa e, benché sia mosso da forza idraulica, richiede il lavoro di non meno di sei operai. Il verdetto finale non è dunque favorevole. Infatti “tale operazione può equivalere a quella di ben purgato lavamento”. Alla fin fine quindi è opinione dell’Università dei Panettieri che la macchina di Gautier non offra grandi vantaggi. (17)

Anche l’impresa di Michele Gautier volge quindi a termine. Da una supplica del 5 ottobre 1833 si apprende che egli è ormai sul punto di rinunciarvi, nonostante gli investimenti e i sacrifici fatti per l’acquisto della casa, la costruzione di macchinario ed utensili, l’assunzione degli operai e il trasferimento a Torino di parte della sua famiglia. Tuttavia egli non rinuncia a un ultimo, velleitario, tentativo. Per limitare le perdite e non lasciare la macchina inoperosa, chiede l’autorizzazione ad aprire nella sua casa una rivendita, sia all’ingrosso che al minuto, di grani, farina e semola; e di installare nella stessa due forni per la cottura e lo smercio del pane. Egli confida che la bianchezza e la purezza delle farine ottenute dal crivellatore potranno procurargli attraverso il commercio quei benefici che sperava di ricavare direttamente dalla macchina. Egli domanda anche l’esenzione dei dazi dovuti per l’introduzione dei grani in città e il permesso di macinarli presso i vicini molini Dora. Vengono investiti della questione il Vicariato, l’Intendenza dei Forni, l’Azienda dei Molini e l’Intendenza del Dazio sulle Farine, (18) ma Gautier abbandona comunque entro l’anno vendendo, con istrumento del 2 gennaio 1834, l’ex conceria a Giuseppe Trivella, al prezzo di 46.000 lire. La sola compravendita dell’opificio produce una perdita  di 10.000 lire.

Opificio Calcagno Trivella borgo Dora Torino

Nell’immagine di Mario Gabinio, che risale al 1900, sopravvivono ancora la ruota idraulica della ex conceria e la piccola steccaia dotata di partiacqua per la sua alimentazione, come pure la strada che costeggia il canale e conduce ai cortili dei caseggiati che si affacciano su c.so Giulio Cesare. Questo scorcio torinese ottocentesco scomparirà di lì a poco con la creazione di p.za don Albera.

Fonte: Fondazione Torino Musei, Archivio Fotografico, Fondo M. Gabinio, invent. 14A11 (particolare)

I documenti relativi alle vicissitudini di Gautier lasciano tra-sparire qualche dub-bio circa i suoi reali animal spirits impren-ditoriali, oltre che sulle qualità tecniche della macchina. Non si spie-gano tuttavia l’atten-zione, la prudenza e la benevolenza che la burocrazia municipale, insolitamente, dimo-stra nei suoi confronti durante la vicenda.

L'ingresso sulla scena di Giovanni Trivella. L’ex conceria passa quindi un’altra volta di mano, ma una cattiva stella brilla ancora sul suo destino. Contestualmente all’acquisto dell’opificio, Giovanni Trivella ha ottenuto l’autorizzazione a impiegare la ruota idraulica a vantaggio di “alcuni piccoli torni per la molatura dei cristalli” e di “una pesta per terre da colore” da affiancare alle due macchine “privileggiate” esistenti. A tal fine viene confermato il canone d'acqua annuo di 15 lire già accordato a Gautier. (19) Poche settimane dopo però, dal carteggio che egli intrattiene con l’amministrazione, si apprende che l’artigiano che aveva intenzione di installare la mola per i cristalli ha rinunciato e che Trivella stesso ha deciso di abbandonare il crivellatore perché non produce alcun utile. Con l’occasione, egli chiede di poter destinare liberamente, in futuro, la ruota idraulica alle produzioni che riterrà più opportune, senza bisogon di espressa autorizzazione, naturalmente alle condizioni economiche e con l’esclusione di quelle produzioni che la Città vorrà ratificare con apposito atto. L’amministrazione civica però rifiuta l'istanza, confermando che di volta in volta dovrà essere rilasciata specifica concessione per cambiare destinazione alla ruota, ribadendo così implicitamente il controllo e i diritti esercitati da secoli sulle acque e sugli “edifizi” idraulici cittadini. (20) In ogni caso, con atto del 14 agosto 1834, è concesso a Trivella di “unire alla filatura di cotone o torcitore di seta anche una macina per macinare terre da colore per uso dei coloraj ed un ordegno per raccogliere le materie metalliche esistenti nelle spazzature delle botteghe degli orefici e argentieri”, con solo un modestissimo aggiustamento di 5 lire del canone annuo. Con l’occasione si ribadisce il divieto categorico di “adibire la ruota all’uso di conceria ed esplicitamente al trittolamento della rusca”. (21)

Planimetria ruota Trivella borgo Dora Torino

Benché la planimetria sia riferita a un altro opificio, sono ben visibili la posizione della ruota ora Trivella, della piccola steccaia realizzata per evitare rigurgiti a monte e delle altre strutture di presa e regolazione presenti in quel tratto di canale.

Fonte: Tipo planimetrico del tratto del Gran canale dei mulini…, 1833 (ASCT, Atti Notarili, 1833, 23, p. 176).

Con il passar del tempo Trivella privilegia la filatura del cotone alle altre fabbricazioni e per lo stabilimento inizia un periodo più favorevole; tanto che nell’aprile 1844 l’imprenditore ottiene il nulla osta per avviare quei lavori sul canale e sulle strutture di adduzione della ruota già concessi a Gautier, ma da questi non effettuati, onde incrementare la forza motrice prodotta. Il progetto prevede l’allargamento del canale, lo spostamento della sponda destra di circa 1,6 m e la sua ricostruzione in lastroni di pietra da taglio; l’abbassamento del fondo sull’asse della ruota; e soprattutto la sostituzione della ruota idraulica di 1,28 m di raggio con una più grande di 1,5 metri. (22)

Epilogo... provvisorio. La storia della conceria Calcagno per ora si interrompe qui. Giovanni Trivella rimase il titolare dello stabilimento fino alla morte, avvenuta nel 1866, dopo la quale la proprietà fu divisa tra i numerosi eredi. Una ventina di anni più tardi, forse in seguito a intervenute difficoltà finanziarie della famiglia, l’immobile passò a tal Francesco De Bernardi. Nello stesso anno questi presentò un progetto edilizio volto a innalzare di un piano il casamento, abbattendone contestualmente l’ala orientale, quella che ospitava i motori idraulici. (23)

Ruota idraulica Trivella Calcagno

Altra immagine scatta da Mario gabinio della ruota idraulica ex Calcagno sul canale dei Molassi. Beni visibili in primo piano le paratoie mobili di regolazione delll’acqua.           

Fonte: Fond. Torino Musei, Arch. Fot., Fondo M. Gabinio, inv.14A11 (particolare)

 

Tali lavori erano collegati alla prosecuzione di via della Fucina (oggi via La Salle). Osservando la fisionomia attuale della costruzione, pare che tale abbattimento sia effettivamente avvenuto, ma la via non è stata prolungata, l’ala demolita è stata in seguito ricostruita e l'elevazione non è avvenuta. Ma, per l’appunto, questa è un’altra storia.

Progetto di ristrutturazione dell'ex opificio Calcagno-Trivella. La prosecuzione di via della Fucina prevedeva l'abbattimento dell'ala che ospitava i motori idraulici.

Fonte: ASCT, Progetti Edilizi, 1886/228 (particolare).

Il progetto presentato dal De Bernardi prevedeva anche la sopraelevazione del casamento di via Priocca 15. Le parti delineate e tinteggiate in nero nella figura rimangono allo stato di origine; le parti delineate in nero e colorate in rosso sono quella che vengono sopraelevate; infine le parti delineate in rosso rappresentano le nuove costruzioni.

Fonte: ASCT, Progetti Edilizi, 1886/228.

NOTE
  1. Si tratta di una sorta di carrozzella a due ruote, dal francese arcaico boughei.

  2. ASCT, Atti Notarili, 1818, 4.

  3. ​Ibidem.

  4. ASCT, Registro delle Mutazioni, atto 119, 23 giugno 1819, r. Albani.

  5. ASCT, Ragionerie, 1819/8, documenti vari.

  6. ASCT, Ragionerie, 1826/22; Atti Notarili, 1826, 15.

  7. ASCT, Registro delle Mutazioni, atto 308, 22 giugno 1825, r. Cardetti.

  8. ASCT, Ragionerie, 1826/22; Atti Notarili, 1826, 15.

  9. ASCT, Registro delle Mutazioni, atto 551, 22 luglio 1826, r. Gatti.

  10. ASCT, Ragionerie, 1827/24.

  11. ASCT, Ragionerie, 1830/31.

  12. Il nero d’avorio è una sorta di carbone animale ottenuto bruciando in difetto di ossigeno ossa animali e impiegato per la raffinazione e decolorazione dello zucchero di canna.

  13. ASCT, Ragionerie, 1832/35.

  14. ASCT, Ragionerie, 1832/34; Registro delle Mutazioni, atto 1892, 4 aprile 1833, r. Velasco.

  15. ASCT, Ragionerie, 1833/36.

  16. ASCT, Ragionerie, 1833/37.

  17. ASCT, Registro delle Mutazioni, atto 1892, 2 gennaio 1834, r. Velasco.

  18. Ibidem.

  19. ASCT, Ragionerie, 1834/38.

  20. ASCT, Atti Notarili, 1834, 24, istrumento 14 agosto 1834, r. Villanis.

  21. Ibidem.

  22. ASCT, Ragionerie, 1844/58.

  23. ASCT, Progetti Edilizi, 1886/228.

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