I MULINI DI TORINO

I molini di Dora, i Molassi, furono di gran lunga i molini torinesi più importanti. Con il tempo la municipalità acquisì altri impianti per servire evitare agli abitanti aree più periferiche lunghi trasferimenti verso porta Palazzo. Il loro ruolo tuttavia non venne mai messo in discussione ed essi rimasero i mulini della Città per antonomasia.

MAPPA DEI MULINI DI TORINO

La mappa, riferita al 1839, riporta la posizione degli undici mulini municipali. I numeri riportati sono gli stessi utilizzati nella tabella qui sotto, secondo la seguente legenda: 1. molini Dora, 2. molino superiore del Martinetto, 3. molino inferiore del Martinetto, 4. molini delle catene alla Madonna del Pilone, 5. molini  della Molinetta, 6. molini di Cavoretto (natanti), 7. molini della Rocca (natanti) , 8. molino di Bramafame, 9. molini di Lucento, 10. molini del Villaretto, molini di Grugliasco.

Fonte:  elaborazione www.icanaliditorino.it su base Google Maps.

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Per secoli la gestione dei mulini fu di capitale importanza per la Città: essi rappresentarono la maggiore fonte di gettito erariale, la principale garanzia fornita su prestiti ed ipoteche e strumento fondamentale di politica annonaria, attraverso cui controllare i prezzi e garantire alla popolazione le forniture alimentari nei momenti di crisi. (1)

ORIGINE DEI MULINI MUNICIPALI

In seguito una decina di altri impianti affiancarono i Molassi e le ruote da macina municipali nella prima metà dell'Ottocento sfiorarono le settanta unità. I molini di Dora rimasero però i principali. Gli altri avevano dimensioni assai minori e disponevano di un numero limitato di macine. Sparsi nel circondario torinese, servivano soprattutto la popolazione dei territori più lontani. Se necessario tuttavia potevano sussidiare i mulini di Porta Palazzo, nel caso, tutt’altro che infrequente, di rottura della «ficca» Pellerina e/o del canale dei Molassi. Quelli di Cavoretto, della Rocca e delle Catene erano molini natanti, ossia galleggianti su pontoni ormeggiati lungo le rive del Po. Questi ultimi, siti alla Madonna del Pilone, vennero trasformati in mulini terragni alla fine del XVIII secolo. (2)

RUOTE ATTIVE NEI MULINI MUNICIPALI (1839)

Alla metà dell'Ottocento la Città di Torino gestiva undici mulini da grano collocati nell'abitato e nel circondario rurale. Gli impianti avevano diverse dimensioni, ma il peso dei molini di porta Palazzo è evidente. La colonna "ruote" ne indica il numero destinato alla macina mentre la colonna a fianco il numero totale. Tutte le ruote sono del tipo "a palette", salvo diversa indicazione in nota.

Fonte: ASCT, Scritture Private 1839/29, pag. 155

Nel tempo la Città gestì i propri mulini secondo convenienza: sia in economia (ossia direttamente), sia affidandoli in appalto a mugnai privati. Solo con l’avvento di politiche economiche più liberiste, avviate  da Carlo Alberto nel 1847, iniziò la cessione degli impianti municipali. (3)

La produzione delle farine nei molini della Città nel 1758

La relazione alla Congregazione riportata negli Ordinati del 31 dicembre 1758 offre un resoconto circa le farine macinate negli otto molini municipali. Nonostante la natura spot della rilevazione - poichè relativa ad un solo anno solare – conferisca al dato un valore in parte indicativo, essa fornisce comunque interessanti notizie circa il sistema molitorio della Città.

Produzione di farine nei molini della Città nel 1758.  ll dato è espresso in sacchi di cereale al netto di quanto trattenuto per diritto dai mugnai.

Fonte: ASCT, Ordinati 1758, Congregazione  del 31-12-1758

PERCENTUALI DI MACINATO PER MOLINO E TIPO DI GRANO

Fonte: elaborazione www.icanaliditorino.it su base ASCT, Ordinati 1758, Congregazione  del 31-12-1758

Il documento conferma il ruolo indiscusso dei mulini Dora, che hanno lavorato ben il 78% dei grani totali del periodo pur contando su una percentuale ben minore di ruote idrauliche installate. Va da sé che l’insieme gli altri sette opifici ha macinato solo il 22% del prodotto. Considerando che un altro 10% circa è stato trattato dai molini della Rocca, emerge la marginalità degli impianti restanti. E’ vero che essa potrebbe dipendere da fattori contingenti, ma la loro natura periferica e sussidiaria in ogni caso è confermata.

Per una migliore interpretazione del dato, è riportato qui sopra anche quello relativo ai mulini censiti da G. A. Grossi nella Guida alle cascine e vigne del territorio di Torino del 1790. Si noti che i mulini di Dora ereano inoltre dotati  di due ruote a davanoira e che il molino del Martinetto inferiore al tempo non esisteva.

La relazione testimonia anche la buona condizione alimentare dei torinesi e più in generale il favorevole andamento dell'agricoltura piemontese. Quasi tutte le farine prodotte, ben il 94%, derivano dal frumento, la qualità di grano più pregiata, mentre i cereali succedanei di qualità assai minore hanno un’incidenza trascurabile. Questi ultimi sono costituiti da barbariato e meliga: il primo era una coltura mista di grano e segale (talora, di grano ed orzo) seminati sullo stesso terreno, mentre la meliga, come è noto, è la farina di mais. Entrambi questi grani sono lavorati esclusivamente negli impianti rurali, anche per le possibili valenze per l'allevamento del bestiame, mentre i molini torinesi hanno prodotto quasi solamente farine di frumento, ed i Molassi quelle soltanto.

I MOLINI MUNICIPALI NEL 1790

Molini dell'Illustrissima  Città di Torino secondo la "Guida alle cascine e vigne del territorio di Torino" di G.A. Grossi (1790).
 
NOTE
  1. A questo proposito si veda saggio di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 1,

  2. A questi andrebbero aggiunti i mulini dell'Abbadia di Stura, storicamente proprietà della Mensa Arcivescovile torinese.

  3. Cfr. G. Bracco, I mulini torinesi , cit.

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