Inquadramento storico
L'Età Romana

Ultimo aggiornamento: 03/02/2026
«Chi vorrà considerare con attenzione la quantità delle acque di uso pubblico per le terme, le piscine, le fontane, le case, i giardini suburbani, le ville; la distanza da cui l'acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso».
(Plinio il Vecchio, "Naturalis Historia")
«Mi sembra che la grandezza dell'impero romano si riveli mirabilmente in tre cose: gli acquedotti, le strade e le fognature».
(Dionigi di Alicarnasso)
Fin dall'antichità l'utilizzo e il controllo delle acque hanno avuto un ruolo essenziale nella civilizzazione e nella fondazione delle città. Canali, acquedotti, cisterne e altre grandi opere idrauliche rientrano tra le maggiori vestigia del passato giunte fino a noi. (1) Gli antichi romani, in particolare, erano noti per la loro abilità nel costruire complessi sistemi di approvvigionamento idrico che permettevano di trasportare acqua da fonti remote fino alle città.
Molto poco sappiamo di modalità, forme e strutture dello sfruttamento delle acque nell'area torinese nel periodo preromano. A. Cavallari Murat ha dedotto l’esistenza di opere di canalizzazione già in tempi antichi attraverso i conflitti d’acqua che opponevano Lebici e Salassi; la centuriazione romana avrebbe riadattato forme di irrigazione e di derivazione già esistenti; i Taurini stessi avrebbero mediato dai Galli le tecniche per portare l’acqua nei prati, (2) anche se le forme della loro agricoltura, descritte da Plinio il Vecchio, ad alcuni paiono troppo semplici per confortare tale ipotesi.
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(1) Un'ampia descrizione di opere idrauliche romane, e non solo, è contenuta negli Atti del Convegno Nazionale: Tecnica di Idraulica Antica, Roma, 18 novembre 2016, a cura di: A. Fiore, G. Gisotti, G. Lena e L. Masciocco, in: "Geologia dell'Ambiente", Periodico trimestrale della SIGEA, supplemento al n° 3/2017.
(2) Augusto Cavallari Murat, Forma urbana ed architettura nella Torino Barocca, Vol. I, II, A1, UTET, Torino, 1968, pag. 368.
1. JULIA AUGUSTA TAURINORUM
I Romani prosciugarono e misero a coltura un territorio in buona parte formato da stagni, rivi, paludi ed incolti. La centuriazione "di Torino" si estendeva a nordovest del Po, disegnando un territorio diviso in lotti dissodati e coltivati, delimitati da linee perpendicolari tra loro, ovvero da decumani e cardini che prolungavano idealmente quelli tracciati all'interno dell'abitato.

Fig. 1.1 - Julia Augusta Taurinorum.
I numeri presenti nella tavola indicano: 1) il Foro; 2) il Teatro; 3) l’Anfiteatro; 4) la porta Praetoria; 5) la porta Palatina; 6) la porta Marmorea; 7) la porta Decumana; 8) la centuriazione. Il disegno risente delle conoscenze archeologiche disponibili al momento della sua realizzazione: in particolare, l’anfiteatro è oggi collocato non più nell’area di piazza San Carlo, ma in quella dell’ex Arsenale, sede della Scuola Militare. Ciononostante, la tavola di Francesco Corni è qui riprodotta per la qualità e l’efficacia della restituzione grafica.
Fonte: F. Corni, Torino Capitale..
Agli incroci erano posti dei cippi in pietra detti ter-mini, ma quali segnali di confine erano impiegati anche strade interpoderali, alberi, muretti, fossati e sponde di corsi d'acqua. Le aree quadrangolari così ot-tenute avrebbero coperto una superficie di 120.000 iugeri (un iugero era uguale a 2.519,9 m², quindi tendenzialmente a un quarto di ettaro) assegnati a circa 2.000 veterani. (1.1)
La bonifica e l'agricoltura irrigua presupponevano opere di captazione e irreggimentazione delle acque e reticoli capillari di distribuzione e drenaggio. Tuttavia, le testimoniane storiche e i ritrovamenti archeologici consentono di formulare un profilo generale di quadro, ma non di ricostruire, nemmeno in via congetturale ed approssimativa, i lineamenti della rete idraulica di età romana. Di seguito si presenterà, quindi, soltanto una sintesi ragionata delle principali questioni d'acque relative alla colonia taurinense.
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(1.1) Vincenzo Borasi, Centuriatio e Castramentatio nell’Augusta Taurinorum, in "Forma Urbana e Architettura
nella Torino Barocca dalle origini classiche all’epilogo neoclassico", a cura di V. Borasi e M. Cappabava, 1968
Torino, p. 301. Sulla centuriazione torinese si vedano anche, tra gli altri: Emanuela Zanda, Centuriazione e città, in "Archeologia in Piemonte: l'età romana", Vol. 2°, a cura di Liliana Mercando, Umberto Allemandi & C, Torino, 1998, p. 60; Augusto Cavallari Murat, Forma urbana, cit. pp. 301-339; Amelia Carolina Sparavigna, Augusta Taurinorum, città di Vitruvio, 2019, 〈hal-02324295〉, nonché la voce Centuriazione di MuseoTorino e il video di ArcheoGat dedicato alle strade della colonia romana. - Le centuriazioni della campagna torinese in realtà furono due. La prima, detta "di Caselle", interessava il basso Canavese nella zona compresa tra Valperga e Brandizzo, raggiungendo la periferia nord di Torino, pur interrotta diagonalmente dai boschi delle Vaude. Aveva una superficie di circa 300 km e orientamento nord-sud. La seconda centuriazione era definita "di Torino" e, con inclinazione dei cardini urbani di 22° e 33', divergente quindi rispetto a quella di Caselle, si estendeva verso le campagne meridionali, a sud delle Vaude, in un'area compresa fra Volpiano, Leinì e Malanghero. Attraversata da torrenti quali la Stura di Lanzo e il Sangone e ricca di aree acquitrinose, rispondeva anche alla necessità pratica migliorare il deflusso e lo scorrimento delle acque. Cfr. Chiara Zanforlini - Mura e porte città romane Piemonte, Accademia.edu.
2. LE ACQUE E L'ACQUEDOTTO
Il modello urbanistico delle città romane si riproponeva con notevole omogeneità nelle diverse parti dell’Impero, pur in presenza di forti differenze ecologiche; in questo quadro, l’acqua costituiva un bene essenziale di interesse pubblico, indispensabile alla vita urbana, alla pulizia delle strade e allo smaltimento dei liquami. Julia Augusta Taurinorum non costituì un’eccezione. I ritrovamenti archeologici hanno restituito resti di fontane pubbliche, canalette di scolo, edifici termali e pozzi, oltre alle testimonianze più consistenti di una estesa rete fognaria nel sottosuolo delle principali strade, (fig. 2.5) elementi che presuppongono una gestione tecnica articolata. (2.1)
Resta invece oggetto di discussione il problema dell’adduzione delle acque, e in particolare la questione se l’abitato fosse rifornito o meno da un acquedotto esterno. Gli studi ottocenteschi, in genere, hanno evitato di affrontare l’argomento; in tempi più recenti, molti ne hanno postulato l’esistenza sulla base del presupposto che, in un contesto urbano romano, un’infrastruttura di questo tipo non avrebbe potuto mancare. In alternativa, è stata avanzata l’ipotesi che la città potesse contare su sistemi alternativi di approvvigionamento, quali la raccolta delle acque piovane, l’utilizzo di sorgenti locali e pozzi collegati a una falda acquifera ricca e poco profonda, rendendo superflua, almeno in una prima fase, la realizzazione di un grande acquedotto nelle forme più classiche. (2.2)
E' plausibile che lo sviluppo dell’abitato, la lastricatura delle strade e l’estensione del sistema fognario abbiano progressivamente accresciuto il fabbisogno d’acqua, fino a rendere opportuna una struttura di adduzione dedicata. In questo quadro, un eventuale acquedotto avrebbe dovuto tener conto della posizione della città e della morfologia del territorio circostante: la captazione delle acque sarebbe verosimilmente avvenuta a ovest, derivando dalla Dora Riparia o, più probabilmente, da fonti di risorgiva. Il tracciato avrebbe potuto svilupparsi inizialmente in sotterraneo, per poi procedere su arcate e innestarsi nelle mura urbiche nei pressi della porta occidentale, seguendo quindi nel sottosuolo l’andamento del decumano massimo e delle strade parallele. (2.3)

Fig. 2.1 - L'acquedotto romano di Chieri era formato da un condotto di sezione rettangolare con canaletta al centro e copertura in pietra, costituito da muratura di schegge di pietra e ciottoli di fiume legati con malta e calce. Scendeva dalla località Tetti Miglioretti di Pino torinese costeggiando la destra orografica del rio Tepice per circa 4 km e si stima avevsse una portata media di circa 4000 mc al giorno.
Fonte: Giuse Scalva, Gli acquedotti, cit.

Gli acquedotti romani non possono essere ridotti soltanto ai classici manufatti ad archi, ma vanno intesi come sistemi integrati formati da strutture di captazione, vasche di ripartizione (castellum aquae) e da una rete capillare di condotti principali e secondari di distribuzione. Opere di tale imponenza difficilmente scompaiono senza lasciare traccia; l’uso delle arcate, inoltre, non rappresentava l’unica soluzione tecnica adottata in età romana: anche canalizzazioni meno appariscenti, parzialmente o interamente coperte e rivestite internamente per preservare la potabilità dell’acqua, potevano garantire approvvigionamenti adeguati.
In Piemonte non mancano esempi di grandi condotti idrici di età romana, come quelli di Aquae Statiellae (Acqui Terme), Julia Derthona (Tortona), Libarna (Serravalle Scrivia) e Pollentia (Pollenzo). Anche un’opera relativamente modesta per tecnica costruttiva e portata, quale l’acquedotto che da Pinarium (Pino Torinese) scendeva verso Carrerum Potentia (Chieri), ha lasciato resti tangibili. (fig.2.1) (2.4) Nel caso torinese, invece, pur a fronte di una rete fognaria vasta e articolata, non si riscontrano tracce di alcuna struttura di approvvigionamento esterna all’abitato; solo alcune fistulae aquariae in piombo e pochi blocchi forati, riferibili a un condotto sotterraneo, sono stati rinvenuti all’interno della città. (figg.2.3 e 2.4) (2.5)
Fig. 2.4 - Il tubo in piombo rinvenuto sotto il basolato del fornice della porta Fibellona (Palazzo Madama) costituiva necessariamente uno scarico, e di per sé non fornisce molte informazioni sul sistema idrico della colonia.
Fonte: Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie.
Fig. 2.2 - Pozzo romano rinvenuto a Torino nella domus di via Bellezia 6.
Fonte: Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie

Fig. 2.3 - Blocco in granito con cavità circolare ritenuto parte della rete di distribuzione delle acque nellla colonia, ritrovato, insieme ad altri 16, nel 2010-11, in via Bellezia 1-3.
Fonte: Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie.

Fig. 2.5 - Tracce della rete fognaria di età romana. (linee viola)
Fonte: Geoportale Comune di Torino (particolare).
La questione risulta tuttavia più articolata. A partire dalla seconda metà del XVI secolo, il manufatto ad archi compare infatti in varie rappresentazioni cartografiche e pittoriche, e numerosi indizi inducono a collocarne la realizzazione in età moderna, nel contesto delle trasformazioni urbane promosse da Emanuele Filiberto e funzionali alla nuova capitale del Ducato, in particolare per il servizio del giardino della residenza ducale torinese. In questo quadro, l’opera appare quindi coerente con una sistemazione idrica cinquecentesca, più che con la semplice sopravvivenza di un’infrastruttura di età antica. (figg. 2.6 e 2.7)
Ciò non esclude naturalmente che la città romana potesse disporre di un sistema esterno di adduzione delle acque, successivamente andato perduto per cause facilmente intuibili, quali la demolizione, il reimpiego dei materiali e le ripetute vicende belliche e urbanistiche che interessarono nel tempo questa parte del territorio torinese. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze, non disponiamo di elementi che consentano di risalire all'origine del manufatto. È però significativo che i numerosi scavi e sbancamenti effettuati nell’area di piazza Statuto negli ultimi due secoli — dalla realizzazione della piazza e del trincerone ferroviario ottocenteschi, fino al Passante ferroviario e alla Metropolitana — non abbiano restituito elementi riconducibili a una struttura di adduzione di età romana, e pertanto l'ipotesi dell'origine filibertiana rimane la più probabile. (2.6)

Fig. 2.6 - Ipotetica collocazione dell’acque-dotto ad archi della colonia di Julia Augusta Taurinorum, secondo la ricostru-zione dell’arch. G. Gritella, presentata in occasione della mostra Il Re e l’Architetto (2012).
Fonte: Mostra 'Il Re e l'Architetto' (2012)

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Fig. 2.7 – Struttura ad arcate indicata esplicitamente come “acquedotto” (lettera X) nella prima rappresentazione cartografica di Torino (1572), commissionata dal duca Emanuele Filiberto al pittore fiammingo Jan Kraeck (detto Carracha). Talora interpretata come resto di un acquedotto romano, è più verosimilmente riconducibile a una comples-sa opera idraulica di età filibertiana, destinata all’alimentazione del giardino della residenza ducale.
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(2.1) Le testimonianze di archeologia idraulica dell'antica Augusta Taurinorum venute alla luce nel corso di lavori stradali e ricostruzioni sono assai frammentarie. I resti dello scarico di abitazioni private sono stati rinvenuti in via Botero, tra via Garibaldi e via Barbaroux, e tra via Bertola e via Monte di Pietà; elementi di edifici termali sono stati ritrovati in varie parti del centro storico, tra cui nell'antico Quartiere degli Svizzeri presso piazza del Duomo; per quanto concerne le tubazioni, tre fistulae in piombo sono emerse presso la porta urbica orientale (porta Fibellona, Palazzo Madama); un pozzo di 0,90 m di diametro è stato ritrovato nell'insula tra via S. Francesco d'Assisi, via Botero, via Monte di Pietà e via Barbaroux, ed altri sono stati individuati all'intersezione di via Santa Teresa e via XX settembre, in via Tasso e all'incrocio tra via Corte d'Appello e via delle Orfane. Cfr. R. R. Grazzi, Torino Romana, Il piccolo editore, 1983, Torino, pp. 22-25, e S. Caranzano, l'Archeologia in Piemonte, ANANKE, 2012, Torino, p.137. I ritrovamenti romani nel sottosuolo della città sono ormai abbastanza frequenti; l'elenco non vuol essere completo ed è facile presumere che molto altro verrà scoperto durante lavori della seconda linea della metropolitana.
(2.2) Per un'esaustiva analisi della falda torinese cfr. S. Berruti, "Idrologia torinese - Dell'acqua potabile in generale e dell'acqua dei pozzi e delle fontane di Torino" Articolo Secondo, in Giornale delle Scienze Mediche”, n° 17, 15 settembre 1859.
(2.3) Si vedano, ad esempio, il saggio di Giuse Scalva, Gli acquedotti, in "Archeologia in Piemonte", cit.; G. Cresci Marrone e S. Roda, La romanizzazione, in Storia di Torino Vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1997, pag. 143 e M. Luongo, Acquedotti romani in Piemonte, in: "Taurasia" n°1/2005. L'archeologo Sandro Caranzano ritiene che in età romana difficilmente un acquedotto avrebbe attinto l'acqua da un fiume, e ipotizza piuttosto che, nel caso torinese, fosse alimentato da una risorgiva posta sul pianalto (Puteo de Strata?).
(2.4) Cfr. Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, n° 12 (1994), p. 335 e il saggio Gli acquedotti Romani in Piemonte e Valle d'Aosta, in "Atti del Convegno Nazionale: Tecnica di Idraulica Antica", cit.
(2.5) Giuse Scalva, Gli acquedotti, cit.
(2.6) Si veda in proposito la stimolante ricerca bibliografica e cartografica di Fabrizio Diciotti pubblicata sull'annuario 2021 di Taurasia, periodico di informazioni del Gruppo Archeologico Torinese.
3. LA RETE FOGNARIA
Presso i Romani, era ritenuta una priorità igienica allontanare gli scarichi e i liquami dalle città e prevenire gli allagamenti e i danni causati dalle precipitazioni più intense. La rete di deflusso della colonia taurinense si presume sia stata realizzata nella seconda metà del I secolo d.C. e ciò che ne resta costituisce la maggiore testimonianza idraulica della colonia. (Fig. 2.5) (3.1) Gli assi portanti del sistema correvano sotto i decumani, verso cui confluivano le canalette dei cardines. I cunicoli sotterranei erano larghi in media 60 cm, alti fino a 160 cm, e formati da murature a sacco in ciottoli legati da malta, coperti con volta a botte e rivestiti di mattoni all'interno per facilitare lo scorrimento delle acque. La rete si sviluppava per circa dieci chilometri nel sottosuolo delle principali strade, scendendo fino a 4 m sotto il piano stradale odierno. Attraverso chiusini posti a regolare distanza raccoglieva le acque piovane e gli scarichi delle abitazioni patrizie. L’inclinazione del territorio favoriva il drenaggio e lo smaltimento delle acque a nord-est verso la Dora ed il Po. Per rallentare la velocità dei flussi, scongiurare i rigurgiti ed evitare l'erosione dei basamenti delle torri di guardia, i condotti in uscita dalla città tagliavano la cinta muraria in diagonale. I resti di uno di questi fognoli di scarico sono tuttora visibili in via Giulio vicino al basamento della torre angolare della Consolata. Possiamo immaginare che la pulizia dell'abitato e l'igiene pubblica richiedessero volumi d’acqua considerevoli e regolari, comunque essi fossero assicurati.
Un reperto di grande interesse è venuto alla luce nel 1938, durante i lavori di rifacimento di via Roma, quando a circa 5 metri di profondità è stato ritrovato un collettore fognario di ragguardevoli dimensioni, alto ben 2,75 m e largo 1,80 m all'esterno e 1,85 m e 0,60 m all'interno. Le pareti e il volto in muratura mista di mattoni e pietrame facevano corpo con il fondo di mattoni appoggiati su muratura concretizia e la copertura di circa 35 cm di raggio. (fig. 3.1) (3.2)
Il condotto era verosimilmente collegato all’anfiteatro romano situato fuori la porta Marmorea. Usciva dalle mura meridionali della città tagliando in diagonale l’area dell’attuale piazza San Carlo, volgendo verso sud-est e la zona in seguito occupata dall’Arsenale militare, dove si presume sorgesse l’anfiteatro. Il suo orientamento lascia supporre che ne smaltisse le acque reflue — e forse anche quelle degli spettacoli acquatici — sebbene le dimensioni facciano ritenere plausibile una funzione di scarico più ampia. (3.3) La considerevole profondità era con ogni probabilità dovuta alla necessità di mantenere una corretta pendenza, giustificando la copertura del condotto, nonostante corresse in aperta campagna. Ampi tratti dell’opera sono oggi visibili nel parcheggio sotterraneo di piazza CLN.
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(3.1) Si vedano, tra gli altri: Guida archeologica di Torino, Vol. II, a cura del Gruppo Archeologico Torinese, Torino, 2010, in particolare le pp. 7-12 e 22-26; Torino Romana, op.. cit.; C. Promis, Storia della Torino antica, Torino, ristampa anastatica 1969, A. Viglongo & C. Editori, pp. 184-185; C. Zanforlini, Mura e porte... cit. Si veda inoltre la voce Impianti idraulici di MuseoTorino.
(3.2) Torino Romana, op. cit, p. 23.
(3.3) L'effettivo svolgimento di battaglie navali e giochi acquatici nell'anfiteatro taurinense è però discusso dagli archeologi.


Fig. 3.1 - A sinistra: incrocio della cloaca principale con un ramo secondario, in via Conte Verde. A destra: il grande cunicolo fognario conservato nel parcheggio sotterraneo di piazza CLN.
Fonte: Museo Torino e Torino Storia.
4. LA FORZA MOTRICE IDRAULICA
L'utilizzo dell’energia meccanico-idraulica nella Torino romana è questione controversa. Nella colonia gli artigiani si riunivano in corporazioni quale quelle dei fabri, dei centonarii (lanaioli), degli iumentari (mulattieri), degli aerarii (armaioli) e dei cavatori di pietre. F. Rondolino ritiene che, al tempo del vescovo Massimo, presso la porta Palatina, i tessitori utilizzassero fullones da panni mossi da un canale derivato dalla Dora, ma oggi questo è ritenuto poco probabile. (4.1) Le testimonianze di varie attività legate al fiume non mancano; in tal senso si giustificherebbe, ad esempio, l'uso termale di un grande edificio pubblico decorato, i cui resti sono stati rinvenuti sotto l'odierna piazza Emanuele Filiberto. L'esistenza di strutture pubbliche di probabile natura produttiva o commerciale renderebbero plausibile lo sviluppo fin dall'età romana, e forse anche prima, di un popolato quartiere manifatturiero tra il margine cittadino settentrionale e la Dora. (4.2) Anche le caratteristiche naturali del territorio favorivano la captazione delle acque. L'analisi geologica ha confermato la formazione, in passato, di ramificazioni laterali nel tratto pianeggiante della Dora, potenzialmente utilizzabili per il movimento di macchine idrauliche, in seguito abbandonate spontaneamente, o scomparse per rettifica, o colmate per ampliare l'insediamento. (4.3) Tuttavia un quadro ambientale favorevole e l'esistenza di un suburbio produttivo, di cui peraltro non possiamo delineare l'assetto, non sono sufficienti per affermare l'impiego abituale di congegni idraulici nella colonia torinese. E' probabile infatti che anche qui la follatura dei tessuti fosse affidata a manodopera schiava, mettendo a bagno le pezze tessute in grandi vasche piene d'acqua, battute con i piedi e sfregate con le mani, come avveniva usualmente nella romanità. (4.4)
L'esistenza di forme di insediamento esterne le mura settentrionali di Augusta Taurinorum è suggerita dall'imponente fronte di anfore rovesciate risalente al I-II secolo d.C. scoperto in prossimità della Dora fra il 1830 e il 1838. Le anfore erano poste, rovesciate, nel sottosuolo a circa due metri di profondità e ordinate su uno o due strati che coprivano un’area di circa mezzo chilometro di lunghezza per oltre 250 m di larghezza, collocato dal Promis «nel tratto che va da piazza della Frutta (Porta Palazzo) all’ospizio Cottolengo». Egli attribuì loro una funzione nella produzione dell’argilla, ma interpretazioni più recenti ritengono costituissero un sistema di drenaggio, contenimento e bonifica del terreno acquitrinoso a protezione del borgo esterno dalle esondazioni della Dora. (4.5)
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(4.1) Atti della Società Piemontese di Archeologia e delle Belle Arti, F. Rondolino, Storia di Torino antica, Torino, 1930, p. 337. L'ipotesi di un generico uso di macchine idrauliche nella colonia romana è formulata anche da altri, tra cui A. Cavallari Murat nell'opera più volte citata, ma oggi pare meno accreditata.
(4.2) L'energia idraulica era certamente conosciuta in età romana, dapprima per la macinazione dei cerali e poi anche per applicazioni produttive. Tuttavia gli studiosi si dividono sull'effettiva incidenza e sulla sua reale diffusione. Alcuni sottolineano le competenze idrauliche raggiunte dagli ingegneri romani, che ben conoscevano le ruote idrauliche ad asse orizzontale e verticale e i problemi di trasmissione del moto, valorizzando gli esempi di applicazioni "industriali". (Ad esempio, cfr. Edoardo Gautier di Confiengo, Macchine idrauliche, in Tecnica di Idraulica Antica, cit.). La maggioranza ritiene però che l'uso della forza idraulica nella romanità fosse marginale, principalmente a causa dell'abbondante quantità di manodopera a basso costo, anche schiava, che non incoraggiava la meccanizzazione dei processi produttivi; e che in Europa, quindi, la reale diffusione dell'uso della forza idraulica sia avvenuto solo nel Medioevo. (Tra i tanti, cfr. Reynolds, Le radici medioevali della rivoluzione industriale, e soprattutto M. Bloch, Lavoro e tecnica nel Medioevo.)
(4.3) Un ampio e aggiornato resoconto dei ritrovamenti romani nell'area di porta Palazzo è contenuto nella Verifica preventiva dell'interesse archeologico, e nella Proposta dei sondaggi archeologici, in Città di Torino - "Intervento di ristrutturazione urbanistica in piazza della Repubblica 13", a cura di F. Occelli.
(4.4) E' probabile che in origine, in epoca medioevale, i Molassi, ossia i grandi molini da grano della città di Torino, siano stati alimentati da una divagazione secondaria della Dora. Cfr. in merito V. Marchis, Acque, ruote e mulini in "Acque, ruote e mulini a Torino", a cura di G. Bracco, Vol. II, Archivio Storico della Città di Torino, Torino 1988, pag.
(4.5) C. Promis, Storia della Torino antica, cit. p. 192. L'autore valutò l'opera costituita da almeno 1.350.000 pezzi, forse addirittura più di un milione mezzo, giudicandola un ritrovamento colossale che non trovava paragoni altrove. Gli scavi iniziali, peraltro, non hanno trovato altri riscontri successivi e oggi si pensa che le anfore non costituissero una linea di protezione continua, ma coprissero soltanto piccole aree dove il terreno era più umido e meno stabile. Si vedano anche le voci di MuseoTorino 'Bonifiche e drenaggi del terreno', 'Una gigantesca opera di bonifica?' e inoltre Città di Torino - Intervento di ristrutturazione urbanistica, cit.
5. PONTI E FOSSATI
Già in epoca romana, il Po e la Dora erano attraversati da ponti. Secondo Fabrizio Rondolino, il ponte sul Po si trovava probabilmente sotto il monte dei Cappuccini, il quale difficilmente era costruito in pietra, data l'ampiezza e la profondità del fiume, e la necessità di salvaguardare la navigazione. Un ponte in pietra, invece, superava la Dora, meno ampia e profonda, nella regione delle Maddalene, sulla strada diretta verso la Pianura Padana. L'opera venne demolita all'inizio del Trecento poichè resa inutile da una diversione del fiume e il materiale lapideo fu utilizzato per la costruzione del palazzo degli Acaja di piazza Castello. (5.1) Il principale guado romano sulla Stura, presso l'odierna Abbadia di san Giacomo, rimase attivo e assai praticato anche nei secoli successivi. (5.2)
Carlo Promis ritiene che solo in età barbarica le mura di Torino fossero circondate da un fossato, ma esclude che altrettanto accadesse in epoche precedenti. Altri studiosi concordano con questa tesi, (5.3) tuttavia le indagini archeologiche compiute nel 2001 presso i Giardini Reali hanno portato alla luce i resti di un fossato da ricondurre all'ultimo periodo dell’epoca romana. Lo scavo, distante circa 15 m dalle mura, era orientato in direzione nord-sud e misurava 8 metri di larghezza nella parte superiore, con pareti digradavano verso il fondo, con lieve pendenza, per circa 2 metri. (5.4) Non sappiamo se eventuali fossati di età romana fossero riempiti d'acqua.
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(5.1) Cfr. Il ponte romano in pietra e gli scherzi della Dora, CDS - Circ. 5 (opuscolo).
(5.2) Cfr. C. Promis, Storia dell'antica Torino, Julia Augusta Taurinorum, Torino, Stamperia reale, 1869, Ristampa anastatica 1969 A Viglongo Editore, p. 180.
(5.3) Cfr: Aldo A. Settia, Fisionomia urbanistica e inserimento nel territorio (secoli XI-XIII), in Giuseppe Sergi (a cura di), Storia di Torino, Vol. I, Torino, Einaudi, 1997, pagg. 788 e segg.
(5.4) Cfr. C. Zanforlini, Mura e porte, cit.
6. LA NAVIGAZIONE FLUVIALE
L'antica Augusta Taurinorum non è considerata una città fluviale, sia per la posizione sopraelevata e la distanza che la separava dai fiumi, sia perché la sua principale ragion d’essere era legata al controllo dei transiti alpini.
I corsi fluviali dell'Italia settentrionale furono sfruttati sin dall'antichità, in particolare in epoca romana. (fig. 6.1) Tuttavia, si ritiene che già i Celto-Liguri navigassero il Po da Bodincomagus — il porto situato alla foce della Dora Baltea valdostana, noto ai Romani come Industria— oggi Monteu da Po — verso cui convergevano sia le imbarcazioni che risalivano il fiume dall'Adriatico, sia le popolazioni montane delle Alpi e degli Appennini occidentali che scendevano a valle in occasione delle fiere. (6.1) La romanizzazione potenziò quindi rotte e traffici preesistenti, affidando al trasporto fluviale i commerci su lunga distanza, in primo luogo per i carichi più pesanti e ingombranti.
Secondo Polibio, il Po era navigabile fino alla confluenza con il Tanaro, mentre, un secolo e mezzo più tardi, Plinio il Vecchio lo descriveva percorribile fino ad Augusta Taurinorum. Questa discrepanza indica che, tra il I secolo a.C. e il primo decennio del secolo successivo, furono eseguiti importanti interventi fluviali volti alla sistemazione di fondali e sponde, che permisero di ridurre la ramificazione del Po, aumentarne profondità e navigabilità, e sfruttare quindi anche l’apporto idrico di torrenti più a monte, come la Dora Riparia, la Stura di Lanzo e l'Orco. (Fig. 6.2) (6.2)

Fig. 6.1 - Il sistema idroviario romano, almeno in parte già sfruttato in epoche precedenti, raggiunse il suo pieno sviluppo tra il I e il III secolo d.C. L'asse padano andava dall'Adriatico a Torino seguendo il corso del Po. Le principali città erano dotate di uno scalo portuale; a tal proposito le fonti menzionano Torino, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescello (Parma e Reggio Emilia), Mantova, Ostiglia. La navigabilità si estendeva ai principali affluenti, soprattutto quelli sulla sponda orografica sinistra, a nord del fiume.
Fonte: U. Medas, Le vie d'acqua nell'Italia settentrionale.
Quale terminale dell'asse fluviale adriatico-padano, Augusta Taurinorum doveva disporre di un porto, o almeno di approdi dotati di banchine. L'ipotesi di uno scalo sul Po è avvalorata dai resti di depositi per le merci e di edifici commerciali rinvenuti durante gli scavi nell'area di piazza Vittorio Veneto. (6.3) Lungo la Dora, invece, la zona a monte del ponte romano in pietra delle Maddalene sarebbe stata adibita a darsena, con una diga di sfioro a valle per assicurarne la portata d’acqua, mentre lo scalo fluviale vero e proprio e l’area di stoccaggio dei carichi si sarebbero trovati oltre il ponte. (6.4)

Fig. 6.2 - Per quanto il particolare sia tratto da una carta ottocentesca, mostra in modo chiaro i corsi d'acqua che con i loro apporti favorivano la navigazione sul Po tra il porto di Bodincomagus, alla confluenza della Dora Baltea e la colonia di Julia Augusta Taurinorum.
Fonte: Gallica BNP (particolare).
Il contributo alla navigazione dato dalla Dora Riparia non deve essere sottovalutato. Certamente era condizionato dalla natura spiccatamente torrentizia e dalla variabilità stagionale delle portate, come pure dal rallentamento della corrente nel tratto pianeggiante, dove il fiume si divideva in più rami poco profondi; tuttavia, si suppone che in condizioni favorevoli le zattere potessero risalire dal Po, conferendo un secondo scalo alla città. Inoltre è plausibile che anche il tratto della bassa Valle di Susa fosse utilizzato per i trasporti, e alcuni ritengono, ad esempio, che i basoli in gneiss che pavimentavano le strade della città romana siano giunti per questa via. (6.5) Fattori morfologici e idrografici, come la vicinanza alle sorgenti e il regime di precipitazioni e portate, determinavano l'effettiva navigabilità dei corsi d'acqua. E' quindi plausibile che la città fosse raggiunta da natanti di minori dimensioni, subordinatamente alle effettive condizioni dei fiumi, e non necessariamente in tutti i periodi dell’anno.
Le imbarcazioni utilizzate dai Romani e dalle popolazioni precedenti dovevano avere il fondo piatto ed essere piccole, leggere e capaci di manovrare rapidamente, eseguendo curve anche strette per affrontare le correnti irregolari e i banchi di ghiaia affioranti. Piroghe e barche a remi di varie fogge e dimensioni, simili a quelle rinvenute altrove in Piemonte, erano probabilmente le più utilizzate. Per il trasporto di pietre, legname e merci pesanti, si ipotizza che fossero impiegate zattere corte e non troppo larghe, composte da tavole e traverse in legno, costituite da scafi affiancati per contenere il dislocamento e consentire il maggior carico possibile. Tuttavia, dal punto di vista archeologico, va osservato che, pur nella certezza di rotte e trasporti, in Piemonte non sono state ritrovate navi da carico di epoca romana. (6.6)
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(6.1) Cfr: G. Uggeri, La navigazione interna della Cisalpina in età romana in: “Antichità Altoadriatiche XXIX (1987), Vol. 2, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste, 1987, pp. 323-324 e Marco Bonino, Argomenti di archeologia navale in Piemonte, Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, Anno XXI, 1967, pp.16-28. Sulla navigabilità del Po in epoca romana, si veda anche: Stefano Medas, Le vie d’acqua nell’Italia settentrionale. Il paesaggio della navigazione interna e le imbarcazioni, tra antichità e tradizione, in: "Landscape 3: una sintesi di elementi diacronici. Uomo e ambiente nel mondo antico: un equilibrio possibile?", Archeopress, Oxford, 2023.
(6.2) Cfr. A. Gabucci, Attraverso le Alpi e lungo il l Po: importazione e distribuzione di sigillate galliche nella Cisalpina, Publications de l’École Française de Rome, 2017, (https://books.openedition.org/efr/3248).
(6.3) I lavori di costruzione del parcheggio sotterraneo di piazza Vittorio Veneto hanno portato alla luce resti di varie epoche. Ad un probabile magazzino più antico, ne è seguito un secondo, più grande, a base rettangolare di 15,50 m di larghezza per 37,70 di lunghezza, con superficie interna di circa 585 mq e capacità di oltre 1000 mc, databile tra il I e il III secolo d.C. Esso è stato classificato come horrea, ossia un magazzino generale per l'approvvigionamento di derrate per la città. Cfr. L. Pejrani Baricco, M. Subbrizio, L’indagine archeologica di piazza Vittorio Veneto a Torino. L’età Romana, in "Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemone, n° 22 (21007), pp. 105-123 S. Caranzano, Archeologia in Piemonte prima e dopo Ottaviano Augusto, ANANKE, Torino, 2012, p. 134 e segg. Per la Dora, oltre quanto già detto, si veda anche: A. Bocco Guarneri, Il fiume di Torino: viaggio lungo la Dora Riparia, Città di Torino, 2010, pag. 140.
(6.4) Tale ipotesi sarebbe avvalorata dal fatto che la zona a valle del ponte di Torino fosse densamente antropizzata, come
fanno intuire i frequenti ritrovamenti archeologici nell’area compresa fra le attuali via Bologna, corso Brescia e via Foggia. Cfr. A. Levi, Il ponte romano di pietra sulla Dora Riparia a Torino: ipotesi di identificazione e localizzazione, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, A.A. 2009-2010, p. 47.
(6.5) L'utilizzo della Dora per il trasporto delle merci nel passato non deve essere sottovalutato, nonostante le caratteristiche torrentizie di questo fiume. Pur in contesto storico (e forse ambientale) molto diverso, è interessante notare l'escamotage ideato nel 1587 per la condotta via acqua di marmi dalla valle di Susa a Torino: "... sopra la dora al cui effetto se gli permette che doue il fiume facesse due o tre brazzi, di puoter ridurre tutta l'acqua a un solo alueo senza incorrere in pena alcuna ne impelo, et insieme gli sarà permesso di passar al longo delle ripe di esso fiume co* buoi et caualli per condur le naui". Cfr. Andrea Barghini, Politecnico di Torino, Tesi di Laurea in Architettura: Il palazzo ducale a Torino fra Cinquecento e Seicento - vol. I, a.a. 1984-85, p. 495.
(6.6)) Argomenti di archeologia navale, cit.
(cliccare per vedere il video)
Fonte: GAT - Gruppo Archeologico Torinese
Online dal: 09/03/2023
Ultimo aggiornamento: 03/02/2026

