I molini della Molinetta

1753-1872

(seconda parte)

     Nel 1752, risolto il contenzioso circa il follone di Lorenzo Depaoli, alla Molinetta viene allestito il secondo molino. Il complesso raggiunge così l’assetto definitivo; non certo però perché sia ora in grado di soddisfare la domanda locale di farine, ma piuttosto per i limiti idraulici strutturali di cui soffre. Gli interventi successivi riguarderanno perlopiù la manutenzione e l’ammodernamento di fabbricati e macchinari. Non si rinuncerà comunque a cercare ulteriori apporti d’acqua sia dalle risorgive, sia dalle bealere, pur senza raggiungere mai risultati definitivi.

     Nella seconda metà dell'Ottocento la cessione ai f.lli Lanza, fabbricanti di candele e saponi, ne segnerà la fine.

IL DISEGNO DEI MOLINI
NELLA SECONDA META' DEL XVIII SECOLO

     Una raccolta di disegni dei molini e degli edifici idraulici della Città di Torino redatta attorno al 1780 offre un interessante quadro della Molinetta. (1)

“Tipo” generale dei molini della Molinetta.

1781- molini della Molinetta

​Due bealere che convergono ora nel canale dei molini; quella di sinistra è la più vecchia e convoglia gli scoli del ramo “Pissoira” della bealera Cossola; quella di destra, costruita pochi anni prima, ha portata maggiore ed è il terminale della Cossola propriamente detta. Entrambe scorrono ora distanti dalla strada reale di Nizza per evitare esondazioni. In prossimità dello stagno è riportta la cascina del sig. Mattia Bianco che avrà un ruolo importante nel futuro dell’area.

Fonte: ASCT, TD 17. 1. 15.

Le strutture idrauliche. Nel disegno il complesso beneficia ora degli scoli del ramo principale della bealera Cossola. L'acqua delle bealere sembra aver sostituito quella delle polle naturali quale principale fonte di alimentazione dei molini; lo stagno soltanto «inserve in caso di siccità» ed è tenuto quindi di riserva.

     Il sistema degli scaricatori è formato da quattro condotti. Uno aggira il molino superiore (a); un altro consente di svuotare lo stagno (b); un terzo, scavato sotto l’orto del mugnaio, è adibito al parziale recupero delle acque (c). Il secondo molino, contrariamente al primo, non possiede un proprio scaricatore; alla bisogna vengono chiuse le paratoie della balconera e l’acqua fatta defluire con il canale di sfogo del bacino di carico (d).  Tutte le acque reflue sono raccolte e convogliate nel Po da una bealera insieme a quelle delle ripe circostanti.

“Tipo” dei due molini.

Pianta-molini_TD-17.1.15.jpg

Tra le pertinenze degli opifici si notano un forno (1), una fontana, (2) due grandi orti, (3) nonché una cantina con andito esterno (4) ricavata nella parete meridionale dell’avvallamento. Un condotto (5) conduce, come in passato, al molino inferiore le acque di altre risorgive. Si noti infine che non è stato realizzato l’acquedotto in cotto progettato in passato per sostituire quello in legno gettato sullo stagno.

Fonte: ASCT, TD 17. 1. 16.

I fabbricati. I disegni forniscono interessanti dettagli anche sui fabbricati dei molini. Entrambi si sviluppano su due piani fuori terra.  Il pianterreno del mulino superiore risulta diviso in tre vani: due di essi ospitano un palmento ciascuno, il terzo il pollaio e la porcilaia. L’ingresso dell’edificio è protetto da un porticato ed una scala in pietra esterna conduce al piano superiore. I due palmenti del molino inferiore sono collocati invece in un unico stanzone, adiacente al quale si trovano un “caso da terra” e la stalla con sopra il fienile. Discrepanze tutt’altro che marginali rispetto a planimetrie successive, e di certo attendibili, riguardano invece il piano superiore dei fabbricati. Soprattutto non si spiega la scomparsa del piano destinato ad abitazione nella planimetria più recente del molino inferiore. E’ difficile immaginare che vi siano state eliminazioni successive di entità tale che lascerebbero supporre l’abbattimento parziale del fabbricato; pare più giustificato il dubbio che il disegno settecentesco riproduca un’ipotesi di innalzamento mai avvenuta e per questo motivo si preferisce ometterlo. (2) Il disegno conferma la presenza di due sole ruote idrauliche per ciascun molino, senza dare ulteriori informazioni al loro riguardo.

LA PRODUZIONE DELLE FARINE DI  PICCOLI MOLINI PERIFERICI

Un dettagliato resoconto sulla produttività e sulla redditività dei molini della Città di Torino stilato per il periodo 1770-79 informa che le farine prodotte dai molini della Molinetta rappresentavano una piccola parte della molitura torinese: solo il 3,4%.

Nel periodo essi hanno prodotto annualmente in media 4.644 sacchi di macinato, ed in particolare:

  • 2.730 sacchi di frumento             ( 2.4% del totale)

  • 870 di barbariato (*) e segale     (14,6% del totale)

  • 1.064 di meliga e marsaschi (*)  ( 6,9% del totale)

La maggiore incidenza di grani e miscele meno pregiate conferma la marginalità dei molini nel panorama torinese. Nondimeno essi rimanevano essenziali (ed anzi addirittura insufficienti) per assolvere alle funzioni annonarie della popolazione locale.

 

(*) Il barbariato si otteneva con la semina autunnale di una mistura di semi di grano e segale, così da ottenere una farina da pane più digeribile di quella prodotta con la sola segale. Il termine marsaschi indica i cereali minori la semina primaverile.

Fonte: ASCT, CS 2469.

LA RICERCA DI NUOVE ACQUE

   Accrescere il potenziale idraulico alla Molinetta rimarrà preoccupazione costante dell’amministrazione municipale. Ciò sia perché i molini ancora non riescono a lavorare con continuità nel corso dell’anno ed a soddisfare la domanda locale di farine; sia perché il contributo delle risorgive pian piano si esaurisce nonostante la continua e costosa rimozione dei depositi dallo stagno. Si cercheranno quindi nuovi accordi per sfruttare sia le polle dei terreni limitrofi, sia le acque di altre bealere, pur senza venire mai a capo della questione in modo definitivo. (3)

Le sorgenti del sig. Biava. Nel 1756, dopo una trattativa durata diversi anni, la Città conferma gli accordi stipulati in precedenza tra Lorenzo De Paoli e Carlo Domenico Biava. La nuova convenzione riconosce a quest’ultimo il canone di L. 15 annue per attingere alle acque delle fonti di un prato e di una ripa e per condurle ai molini attraversando i suoi beni. (4)

L'apporto delle bealera Cossola. L’apporto della bealera Cossola. L’apporto idraulico più importante a favore dei molini è venuto dagli scoli del ramo principale della bealera Cossola, rafforzati a monte anche da quelli del ramo Giorsa. (5) L’iter amministrativo è snello; il proprietario dei terreni interessati, tal sig. Milano, è disposto a vendere e le trattative sono brevi. Nel marzo del 1770 la Città ha messo a bilancio la spesa preventivata e nella seduta del 4 giugno la Congregazione ordina «l’acquisto dei terreni necessari per la formazione di una nuova bealera già diverse volte proposta da farsi per aumentare l’acqua al molino della Molinetta.» (6) Il progetto dell’arch. Riccati del 28 settembre dello stesso anno prevede lo scavo di poco più di 150 metri di canale e l’opportuno livellamento del terreno che separa lo scaricatore della Cossola diretto al Po dal canale della Molinetta. (7)

Le acque della Porchèria grossa. Nel 1785 la Congregazione incarica l’arch. Riccati di preparare il progetto per condurre alla Molinetta le acque della cascina detta Porchéria (o Porcària) grossa. Nonostante la breve distanza le difficoltà sono considerevoli, perché si tratterebbe di costruire un canale attraverso terreni dalla morfologia accidentata. Per valutarne la fattibilità viene costruito un condotto provvisorio di prova, mentre la stima dell’effettiva convenienza dell’opera è affidata all’avvocato della Città Carlo Pansoja. I terreni interessati sono di proprietà del Capitolo Metropolitano di Torino con cui il Pansoja intavola una lunga trattativa. (8) Ad una prima memoria seguono i “capi d’intelligenza” a cui l’ente religioso pare propenso ad aderire. (9) Viene poi stilata una bozza di convenzione con la quale la Città acquisterebbe i diritti sulle sorgenti, sulle bealere, e sulle acque introdotte a qualunque titolo nei beni del Capitolo, nonché la facoltà di condurle alla Molinetta con una nuova bealera. La convenzione è approvata dalla Congregazione nell’agosto del 1786, tuttavia l’intesa finale non viene raggiunta, probabilmente a causa di valutazioni economiche divergenti e non negoziabili. (10)

     Il progetto verrà attuato solo quarant’anni più tardi, quando l’8 luglio 1825 la Città sigla l’intesa necessaria con il cav. Clemente Ceresa e la sig.ra Teresa Bertola, vedova Negro. I nuovi proprietari sono probabilmente subentrati al Capitolo Metropolitano probabilmente in seguito alle vendite dei “beni nazionali” (ossia del patrimonio degli enti religiosi e cavallereschi) avvenuta tra il 1800 ed il 1801. (11)

Le acque della “Porchéria Grossa”.

Il disegno, datato 10 aprile 1825, mostra i lavori previsti dal progetto Barone. Una bealera raccoglierà le acque dei ricchi fontanili del cav. Ceresa per condurle al molino inferiore collegandosi all’alveo che già da tempo attraversa i terreni ora passati alla vedova Negro. In essa confluirà anche il ramo della Becchia che al momento si butta nel Po e di conseguenza lo scaricatore utilizzato sinora sarà abbandonato. Si noti la notevole pendenza del canale in progetto rilevabile dalla vista prospettica.

Fonte: ASCT; Atti Notarili 1825, vol. 14, pag. 28 (allegato)

     Secondo il piano del perito Barone un condotto raccoglierà le acque del cav. Ceresa e della bealera Becchia per unirle a quelle delle risorgive, ora della vedova Negro, che già confluiscono al molino inferiore. I costi del progetto sono in gran parte a carico della Città e comprendono gli oneri della manutenzione, della purgatura ed in parte della costruzione del canale, nonché di interventi minori, tra cui lo spostamento di alcuni ponticelli. L’impegno, come già si era detto, non è di poco conto. A causa della morfologia accidentata dei terreni, parte della bealera dovrà essere realizzata in legno e sostenuta da palificazioni. Ulteriori spese saranno dovute ai frequenti lavori di manutenzione e purgatura imposti dalla notevole pendenza. La Città di Torino pagherà alla vedova Negro il canone annuo di L. 30 per diritti di servitù prediale, dovuti al transito nella proprietà. Al cav. Ceresa verrà riconosciuta la metà della spesa per il nuovo condotto, pari a L. 375. Egli inoltre potrà continuare ad irrigare le coltivazioni di canapa e riempire le vasche di macerazione tagliando, come in passato, la sponda della bealera. (12)

Il contributo della bealera di Grugliasco. L’impiego a vantaggio dei molini della Molinetta delle acque della bealera di Grugliasco venne considerato varie volte e secondo diverse ipotesi. All’inizio del XIX secolo la Comunità di Grugliasco offriva alla Città di Torino il contributo del ramo della bealera che costeggia la strada che, scendendo al Po, conduce da Rivoli a Moncalieri (l’odierna via Passo Buole). Il Direttore dei molini perorava la causa con le argomentazioni di sempre. Il maggior flusso d’acqua avrebbe permesso di: far lavorare i molini almeno 11 mesi l’anno e soddisfatto meglio la domanda di «farine per paste e semole […] in una vasta area dai molti cascinali e particolari benestanti»; fronteggiare l’annosa penuria d'acqua; recuperare i tributi evasi con la macinazione fuori dai confini municipali. Nel1814 egli incarica il misuratore Boyne di preparare il disegno dei circa due chilometri di canale che, partendo dallo scaricatore della bealera di Grugliasco in località Ostarietta, avrebbero raggiunto la bealera dei molini fiancheggiando la strada di Nizza. Il lavoro del Boyne contiene diverse ipotesi di livellazione e di tracciato, nochè costi molto dettagliati. (13) L’opera pare conveniente: la disponibilità della Comunità di Grugliasco avrebbe facilitato l’accordo, ed anche la spesa sarebbe stata contenuta, poiché una parte dei lavori era stata eseguita in precedenza ed il fosso della strada parrebbe già capace della portata necessaria. (14) Tuttavia non se ne farà nulla; forse a causa della normativa emanata in epoca napoleonica che proibiva tassativamente di immettere qualunque sorta d’acqua nei fossi a lato delle strade nazionali per difenderle dalle frequenti esondazioni. (15)

La bealera lungo la strada di Nizza.

Ostarietta-molini_BIG.jpg

Il progetto di portare l'acqua della bealera di Grugliasco alla Molinetta prevedeva la costruzione di una bealera che collegasse lo scaricatore della bealera posto all'Ostarietta (asinistra sulla carta) con il canale dei Molini costeggiando la strada reale di Nizza. (a destra). Si notino i molti rami delle bealere che confluiscono nel Po e la ripida scarpata che scende verso il fiume oggi scomparsa.

Fonte: elaborazione www.icanaliditorino.it su: A. Grossi, Carta corografica dimostrativa del Territorio della Città di Torino..., 

Biblioteque Nationale de France, 1791 (particolare)

     Un diverso progetto circa le acque della bealera di Grugliasco prese forma nel 1819. Il 20 gennaio la Città acquistava dalla sig.ra Francesca Gobet vedova Negri, proprietaria della cascina Galliziana, 54 tavole di terreno con la facoltà di scavarvi un canale per convogliare alla Molinetta, attraverso la Cossola, le acque della bealera di Grugliasco e della Becchia. (16) In beve tempo venne realizzato il cavo che continuava quello esistente parallelo alla strada di Grugliasco; si adeguarono e profilarono opportunamente i cavi esistenti; si realizzarono un paio di ponti-canali, i nuovi bocchetti ed altre opere minori; venne anche nominato il custode della bealera. (17) Tutto già scorreva quando il proprietario della cascina Morozzo, tal sig. Colla, riuscì a bloccare ogni cosa opponendosi al passaggio dell’acqua nel proprio giardino. Per ridurre il danno alla Città non restò che demolire quanto era stato appena realizzato, pur conservando i diritti di passaggio e i terreni acquistati. (18)

DALLA STRADA REALE DI MONCALIERI A QUELLA DI PINEROLO

     Il nuovo disegno della strada che da Porta Nuova conduce a Sud porrà rimedio ai ripetuti straripamenti del canale della Molinetta. La Carta dei Distretti delle Regie Cacce (1762 circa) riporta in tinta più scura il nuovo sedime della strada. Esso, tracciato alla sinistra del vecchio, lo ricalca e rettifica e nel tratto costeggiato dal canale si allontana quanto basta per mettere al sicuro la strada dagli allagamenti. Il problema era così grave che in passato aveva addirittura minacciato la sopravvivenza del canale stesso.

 

     Terminati i lavori la direttrice principale della strada non conduceva più a Moncalieri, ma a Pinerolo e Carignano e di conseguenza prese il loro nome. In seguitol'appelletivo divene Strada Reale di di Nizza.

Fonte: AST, Sezione Corte, Carte topografiche e disegni, Carte topografiche segrete, Torino 15 A VI Rosso, Carta topografica della parte della Provincia di Torino serviente al grande distretto delle regie cacce, Fol. 3. (particolare)

SULLE RUOTE IDRAULICHE

     La documentazione reperita riguardante prerogative e specifiche delle ruote idrauliche dei molini è molto scarsa. Di esse mancano sia disegni tecnici, sia descrizioni specifiche; nelle carte burocratiche sono indicate di norma come generiche "ruote". Nemmeno le planimetrie generali - redatte da ingegneri, architetti e misuratori - considerano l’argomento. Le poche notizie sono dovute perlopiù a Testimoniali ed inventari redatti in occasione di vendite o locazioni. Probabilmente ciò è accaduto perché la costruzione delle ruote idrauliche era affidata ad artigiani che non seguivano schemi formalizzati ma la loro esperienza. Tuttavia alcune informazioni di massima possono essere delineate con ragionevole fondamento:

  • E' certo che, dopo l’edificazione del molino inferiore, la poca acqua disponibile non ha consentito di aumentare le ruote idrauliche installate alla Molinetta salvo - come si vedrà - quella della pesta da canapa. Gli interventi successivi al 1752 si sono occupati di mantenere in efficienza e migliorare le strutture idrauliche esistenti.

  • Sappiamo che le ruote di ciascun molino erano alimentate “dal fianco” e disposte in coppie parallele e sfalsate, così da sfruttare ognuna parte del salto disponibile.

  • Le notizie su tipologie e caratteristiche delle ruote installate sono generiche e non sempre coerenti. Tuttavia sappiamo che per lungo tempo il primo molino ha montato ruote a secchie ed il secondo a palette.  I Consegnamenti dei beni della Città di Torino del 22 ottobre 1674 riportano infatti che l’impianto originario «posto nella regione detta in Porcarìa nominato la Molinetta [è dotato] d’una ruota a secchia». (19) Una relazione del 1785 indica che anche la seconda ruota aggiunta è al medesimo tipo, poiché: «resta necessaria la ristrutturazione dei canali delle due ruote a brentelle del primo Molino». (20) L’ordine della Congregazione del 31 dicembre dello stesso anno di sostituire «le due prime ruote e mettersi queste a palette e non a secchie, ossia brindelle, come in allora si trovavano» (21) non ha avuto seguito, se la Nota dei molini posseduti dalla Città di Torino del 1798 rileva che «le prime due ruote sono costruite a secchie, le altre due a palette». (22) L’installazione di ruote a palette in entrambi gli opifici risulta comunque avvenuta nel 1825 ed è testimoniata da un dettagliato resoconto sullo stato dei molini posseduti dalla Città a Torino, Grugliasco e Cavoretto; (23) tale assetto sarà confermato dai Testimoniali di Stato del 1845 già più volte citati.

La vista prospettica qui proposta risale al 1749 e il follone possiede una sola ruota. La semplicità del disegno non fornisce notizie attendibili sulla tipologia dei dispositivi installati, che parrebbero comunque a palette piane. Si noti la disposizione a sbalzo delle ruote dell’impianto superiore, in seguito adottata anche da quello inferiore.

Fonte:ASCT; CS 2722 (particolare)

Progetti non realizzati. Se dopo la seconda metà del Settecento l’assetto idraulico generale non è mutato di molto, pur tuttavia non sono mancati i progetti per aumentare le ruote idrauliche dei molini. Tra le varie proposte vale la pena di menzionare quella dell’arch. Rana del 1785, interessante anche per le informazioni di carattere generale che fornisce. Essa segue l’ispezione sul campo compiuta dal Rana stesso in compagnia del mastro di ragione, avv. Tonso, e del Direttore dei molini, Berta. Gli interventi proposti sull’architettura idraulica e sul “rotiggio” sono numerosi. Per quanto coinvolgano anche il primo molino, è tuttavia sul secondo che si concentra l’attenzione. Si apprende allora che durante le piene il livello del Po può innalzarsi fino a rallentarne lo scarico e la rotazione delle macine. Per porvi rimedio egli propone di elevare la balconera ed adeguare i condotti di alimentazione e gli alberi di trasmissione, con l’accortezza di conservare il prezioso apporto delle sorgenti proprie dell’impianto ed il potenziale del salto. A suo parere la ristrutturazione consentirebbe anche di installare una terza ruota idraulica, che avrebbe duplice funzione. migliorare la produttività e la redditività delle macine - consentendo di servire più rapidamente il pubblico quando vi fosse acqua sufficiente - e svolgere funzione di riserva qualora le due ruote esistenti rimanessero ferme. I lavori sarebbero inoltre funzionali al progetto - già allora più volte ipotizzato- di utilizzare a vantaggio dei molini le acque delle bealere di Grugliasco, della Becchia e del Valentino. Come è noto, però, la terza ruota non verrà eretta non ostante il favore della Ragioneria e della Congregazione, nonché la disponibilità dell’impresario Antonio Massazza ad eseguire a proprie spese parte dei lavori. (24)

Ruota idraulica a palette.

Ruote di questo tipo erano instalate ai molini. Esse sono considerate in genere meno efficienti di quelle a secchie, ed in questo senso l'avvenuta sostituzione delle prime alle seconde potrebbe stupire. Tuttavia nulla sapendo circa dimensioni, forma ed altre caratteristiche di “secchie” e “palette” non è conveniente trarre conclusioni avventate.

I TESTIMONIALI DI STATO DEL 1845.

          I "Testimoniali di Stato delle Bealere ed Edifici Costituenti il Molino della Molinettà" redatti dal geom. Giuseppe Sona nel 1845 offrono l'inventario conclusivo  e probabilmente l’ultima immagine del canale e dei molini prima della loro cessione. Il quadro non si discosta di molto da quello tardo settecentesco, fatta salva l'aggiunta recente di una pesta da canapa (25)

Le bealere e i canali. I Testimoniali illustrano con rara dovizia di particolari l’intero sistema idraulico che alimenta la Molinetta, incluse diramazioni secondarie, ponticelli, bocchetti irrigui ed opere minori. Tale sistema viene descritto per sommi capi, rimandando al documento per eventuali approfondimenti.

IL SISTEMA  IDRAULICO DEI MOLINI
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Fonte: ASCT; CS 5681

I Testimoniali confermano che i molini sono per la maggior parte alimentati dagli scoli dei bracci delle beaalere Cossola, Pissoira, Giorsa e Becchia, (26) mentre le acque delle polle naturali raccolte nello stagno svolgono funzioni per lo più sussidiarie. Il sistema ha origine al cosiddetto “bochetto del ladro”, (27) dove la bealera Cossola, già arricchita da altre derivazioni, riceve l’ulteriore apporto della Giorsa attraverso una canalizzazione di raccordo. Al partitore detto “della Grangia” (28) la bealera si divide in due rami: sinistro e destro. Il sinistro, raccolti le acque della Pissoira e della Becchia  già riunite in un unico alveo, tocca le cascine Rosa, Zappata e poco oltre la proprietà detta della Mendicità istruita (un tempo Fecia) si immette nel canale della Molinetta. Il ramo destro scorre più a sud attraverso i terreni della cascina Lasè, dei Tetti Giolito e della cascina Richelmy, gettandosi nel canale della Molinetta dove questo repentinamente piega verso i molini. (29)

Il canale della Molinetta. Il canale della Molinetta era il solo di pertinenza e competenza della Città, in quanto la Cossola e le altre bealere erano di proprietà consortile. Esso iniziava, convenzionalmente, al bocchetto “dell’Ergastolo” e proseguiva parallelo alla strada di Nizza, pur rimanendone ad una certa distanza. In questo tratto la larghezza media era di m 1,60. Ricevute le acque della bealera di destra, di cui sopra, il canale voltava bruscamente scendendo ai molini. Per evitare corrosioni, ostruzioni e straripamenti dovuti al terreno accidentato ed al declivio, l’alveo era in pietra o rivestito da tavole in rovere, talora sostenute da pali, che ne alzavano e rafforzavano le sponde. Esso era lungo circa m 160, largo in media m 1,35 e profondo m 0,57;  gli adduttori e gli scaricatori erano in gran parte rivestiti in cotto.

Il sistema idraulico dei molini. Nemmeno lo schema idraulico generale e gli scaricatori mostrano cambiamenti di rilievo, tranne la ovvia comparsa del condotto della pesta. La bealera che scende attraverso la ripa del cav. Ceresa, ora del sig. Darbesio, percorre un ponte-canale sorretto da pali in legno e rivestito di catrame lungo m 27,79, largo m 0,77 e profondo m 0,60. A causa della morfologia accidentata anche i 25 m successivi sono costituiti da tavole in rovere. Le brusche variazioni di pendenza favoriscono il deposito dei detriti in taluni punti ed il deterioramento e la corrosione di sponde e strutture in altri. Come già rilevato più volte in passato, lo stagno che raccoglie l’acqua delle risorgive tende ad interrarsi e si rileva che gli abbondanti depositi di sabbia e ghiaia devono essere rimossi.

Pianta generale della Molinetta
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Fonte: ASCT; CS 5681

La proprietà comprende i fabbricati dei molini, la cantina con portico, il forno e una fontana, a cui si aggiungono le bealere e lo stagno, le strade ed i piazzali, le rive che scendono al fiume, i pascoli e l’orto, nonché un gran numero di piante di vario tipo, tra cui salici, pioppi, roveri, cipressi, meli, peri, noci, olmi, gelsi, acacie, e frassini. Gli edifici paiono costruzioni rurali di dimensioni modeste e di semplice fattura. La pesta rappresenta la maggiore innovazione introdotta alla Molinetta e giustifica gli ampi spazi dedicati agli stendaggi per l’asciugatura delle fibre di canapa. Data la posizione in capo allo stagno, non utilizza l’acqua delle fontane ma solo quella della bealera.    

Nella mappa: a. primo molino, b. pesta da canapa, c. cantina, d. secondo molino.

Il documento in esame fornisce un preciso estimo delle superfici di edifici e terreni di competenza municipale :

  • Molino Superiore: 135 mq.

  • Molino Inferiore:164 mq.

  • Pesta da canapa: 94 mq.

  • Cantina con tettoia: 53 mq.

  • Strada e piazzali: 1014 mq.

  • Stagno: 1.003 mq.

  • Bealera dei Molini: mq 139.

  • Canali adduttori e scaricatori: 652 mq.

  • I terreni circostanti si estendono su 6.042 mq, suddivisi tra:

    • Orto: 1.222 mq.

    • Pascolo in ripa: 343 mq.

    • Pascolo ad uso stendaggi: 1.402 mq.

    • Pascolo boschito (boschivo) o con piante: 1.190 mq.

    • Ripa boschiva: 1.885 mq.

IL MOLINO SUPERIORE

Il fabbricato. Il fabbricato del primo molino ha una superfice di 135 mq e si sviluppa su due piani fuori terra. Il piano inferiore è in gran parte destinato alla molitura e suddiviso in tre vani separati tra loro da muraglie con apertura ad arco. I due palmenti poggiano su un impalcato in legno sorretto da travetti; il locale vuoto parrebbe destinato una terza macina, per altro mai aggiunta. Il pavimento dei locali è in mattoni disposti a coltello. Un modesto portico e lo “stallotto” completano la pianta.

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Fonte: ASCT; CS 5681

     Il piano superiore si raggiunge con una scala in legno di17 gradini distribuiti su due rampe che sale dalla stalla sottostante. Esso comprende tre camere, la cucina ed un andito di comunicazione che si apre su un balcone dove il cesso scarica direttamente nel canale. La cucina è dotata di un acquaio ed un focolare in pietra, nonché un fornelletto a quattro fuochi ed un fornello con grande cappa, tutti in muratura; alcuni ripiani in legno completano l’arredo. Un “poggiolo” con ringhiera in ferro si affaccia sulla strada ed illumina il locale. I soffitti sono in pioppo. L’edificio è giudicato nel complesso in buono stato.

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Fonte: ASCT; CS 5681

I meccanismi idraulici. La balconera del molino è formata da colonne e cappelletti in pietra; un ponte posteriore in rovere consente la manovra delle paratoie, che avviene con catene in ferro; quella dello scaricatore con una lunga leva in legno di 3 m.  Entrambe le ruote idrauliche sono definite “piccole” e presumibilmente di diametro inferiore ai 3 m. La prima è «a palette, con quattro gambini di legno di rovere munita di due crociere» e larga 48 cm. La seconda è simile ma più stretta, «con quattro gambini di rovere e crociere di cm 8, larghe cm 38». Le palette della prima ruota sono in buone condizioni e quelle della seconda «in stato men di mediocre». La carpenteria metallica pare ridotta all’indispensabile: i “caminassi” e gli altri condotti, le trasmissioni e larga parte delle parti sono in rovere; l’albero della prima ruota misura 4,68 m, è “grosso” cm 39 e cinto da cerchi in ferro. Ad ogni ruota del molino è associato un palmento; le macine sono realizzate in «pietra della cava cosiddetta di Vercelli, di grana buona»”. Il “sedile” (ossia la macina fissa) del primo palmento è “spesso” 29 cm e il “corridore” (la girante) 20 cm; le mole del secondo palmento sono alte rispettivamente 27 cm e 26 cm. Il palco su cui poggiano è di travi di rovere e vi si accede con scale in legno di sette gradini. L’estimo dell’edificio è pari L. 1.845,10. (30)

IL MOLINO INFERIORE

     Il secondo molino è formato da un solo piano fuori terra e non ha stanze adibite ad abitazione; tuttavia è leggermente più grande dell’altro e la superficie è pari a 164 mq.

1845---Molino-della-Molinetta-inferiore.

Fonte: ASCT; CS 5681

     Anche in questo caso lo spazio interno è dedicato in larga parte alle macine; le due ruote idrauliche azionano tre palmenti alloggiati su un palco in legno a cui si accede con una scala di quattro gradini. Completano il fabbricato una piccola camera ad uso ufficio del mugnaio e la stalla. Le condizioni dell’edificio sono giudicate buone

I meccanismi idraulici. I meccanismi di controllo sono simili a quelli dell’altro molino. Un ponte in legno davanti alla balconera (3,08 m X 0,81 m) permette di alzare ed abbassare le paratoie che regolano il flusso; lo scaricatore, come evidenziato già nella planimetria settecentesca, ha una sola luce, (di m 1,12) è posizionato a sinistra della balconera ed è regolato attraverso congegni autonomi a cui si accede con un ponte posteriore. La «ruota dei due mulini a palette alta m 4.30 composta di dodici crociere ventiquattro gambini dodici saette e trentasei palette, tutta di legno di rovere in buono stato debitamente ferrata» muove i primi due palmenti; la «ruota del terzo molino, alta m 4.30 in legno di rovere, [è] composta di sei gambini, tre crociere e trentasei palette in buono stato di conservazione e debitamente ferrata». Il diametro è leggermente inferiore e soprattutto pare di minor larghezza in virtù del solo palmento che deve muovere. I due alberi di trasmissione sono in rovere e lunghi 5.20 m, con diametro di cm 52. I tre palmenti poggiano su un palco di 12,33 m per 2,70 m e spesso 8 cm, formato da panconi di rovere; ed esso si accede con una scala in legno di sette gradini. Le macine sono in «pietra di Vercelli di bona grana» con spessori che variano da 22 a 30 cm.

     Completano l’estimo del molino le madie, le tramogge, due casse (l’una per la riposizione della “mulenda”, l’altra della “volatica”) e diverse mensole per riporre i sacchi. All’esterno dell’edificio, a fianco dell’ingresso, un trave di rovere di 3 m funge da panca. Tra gli utensili sono elencati un taglietto per il ghiaccio, una scure, un uncino in ferro, due mazze in ferro per i perni delle ruote, diciotto martelli da taglio, due da punta, un’emina in legno ferrata e altri attrezzi e strumenti di vario tipo. Il valore del molino è stimato pari a L. 3.007,50.

LA PESTA DA CANAPA

     La pesta da canapa si trova in capo allo stagno. Essa non compare nel disegno dell’ing. Barone  del 3 gennaio 1832, percui l’edificazione è successiva a tale anno. (31)

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Fonte: ASCT; CS 5681

     Il fabbricato è modesto, ad un solo piano fuori terra suddiviso in due vani, la superficie misura 94 mq e la copertura del tetto è in tegole. Il locale di macina ne occupa circa due terzi, è privo di soffitto e pavimentato da travi di rovere. La camera attigua è dotata di un focolare in pietra ed un camino con una grande cappa; il pavimento è in mattoni ed il soffitto in tavole di pioppo. Una porta e tre scalini conducono ad uno spazio sotterraneo.

La ruota idraulica. La ruota è descritta «a quattro gambini, due crociere di rovere, di cm 6, in cattivo stato»; il diametro è pressappoco comparabile a quello delle ruote del primo molino. L’edificio non possiede un proprio scaricatore e per togliere l’acqua si chiude la “serraglia” del condotto adduttore manovrandola con un arpione. La mola rotante che frange la canapa, definita “molatone”, ha diametro di 1,12 m, spessore di 0,52 m ed è giudicata "servibile”; il “sedile” misura 1,90 m per 0,39 m, incluso il rivestimento in rovere chiuso da un cerchio di ferro che forma le sponde. La trasmissione del moto avviene attraverso due alberi, uno orizzontale e l’altro verticale, entrambi in legno e lunghi 4,70 m. Uno sgabello ed una stadera completano l’arredo. Alla pesta è attribuito il valore di L. 1.017,29.

     La cantina dell’edificio (lettera "c" in mappa) si trova all’esterno ed è stata ricavata nella ripa in fronte, sul lato opposto della strada l’ingresso è protetto da un portico coperto da tegole ed all’interno ospita il pollaio. L’estimo dei tre edifici ammonta a L. 5.869,89. Un elenco di abusi, irregolarità ed usurpazioni, nonché il quadro sinottico dettagliato del patrimonio arboreo della proprietà completano i Testimoniali di stato.

Estimo degli opifici della Molinetta

LA DISMISSIONE E LA FINE DEI MOLINI

     Le aperture economiche di Carlo Alberto cambiarono il quadro giuridico-amministrativo entro cui la Città gestiva i suoi molini. Il 1 gennaio 1847 venne abolita la “bannalità coattiva e personale”; ossia l’obbligo per i torinesi di servirsi dei i molini municipali per produrre le farine. La liberalizzazione della molitura mise in crisi i vecchi impianti ora alle prese con la concorrenza; in particolare quella dei moderni molini “anglo-americani” capaci di rese maggiori e di prodotti di migliore qualità. (32) Nell’immediato la Città puntò su locazioni di lungo periodo, ma spesso le aste andarono deserte ed anche quando ciò non accadde si spuntarono canoni assai modesti. (33) In questo quadro venne intrapresa la strada, ormai inevitabile, delle cessioni.

LA VENDITA DELLA PESTA DA CANAPA

     Alla Molinetta la prima ad essere dismessa fu la pesta da canapa. Come si è visto, era un impianto semplice e di natura preindustriale che, potendo contare soltanto sugli scoli delle bealere superiori, non godeva di ragioni d’acqua perenni. Il potenziale dinamico discontinuo e modesto ne limitava di parecchio il valore economico. Per ammissione stessa della Città essa creava più problemi che vantaggi. Nella deliberazione di vendita del 16 novembre 1868 si riconosceva che «l’utile ricavabile è assai limitato e la sua annessione ai molini riesce più di incaglio che di facilitazione alla loro locazione». Non stupisce quindi che la proposta d’acquisto formulata dalla ditta dei Flli Lanza sia stata accolta. (34)

La gara d'asta. Come d’obbligo, la vendita «dell’edificio con caduta d’acqua inserviente a maciullatore di canape, con terreno annesso, di proprietà della Città, situati in coerenza del molino della Molinetta, in territorio di Torino» è subordinata ad asta pubblica. L’appuntamento viene fissato alle due pomeridiane del 30 luglio 1869 a Palazzo civico; la base di partenza è fissata in L. 6000, con rilancio minimo di lire 20.

L’incanto sarà poco più di una semplice formalità. Il Regolamento ne subordina la validità alla partecipazione di almeno due concorrenti e si presentano il sig. Giuseppe Carelli e Michele Lanza, figlio del cav. Vittorio, a nome e per conto della ditta di famiglia. La gara si svolge secondo il metodo “delle licitazioni orali all’estinzione di candela vergine”, per cui il tempo delle offerte sarà scandito dall’ardere di almeno tre candele. (35) La competizione sarà breve: Giuseppe Carelli «durante il lume della prima candela» aumenta l’offerta di L. 20, subito ribattuta a L. 6.040. Nessuna ulteriore offerta arriva durante la combustione delle due candele successive; né viene proposto l’aumento del “vigesimo”

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Avviso d'asta pubblica per la cessione della pesta da canapa municipale alla Molinetta.

nei quindici giorni seguenti, (36) e «nel meriggio del 14 agosto» i Lanza si aggiudicano in via definitiva l’opificio. Il 21 agosto 1869 viene redatto l’atto che sancisce ufficialmente il passaggio di proprietà. (37)

LA CESSIONE DEI MOLINI

     Il 12 giugno 1872 il Consiglio Comunale decreta la definitiva dismissione dei molini della Molinetta. (38) L’operazione riguarda l’intera proprietà e comprende:

  • I due fabbricati ad uso di molini detti superiore ed inferiore. Il superiore con due ruote idrauliche che danno moto a due palmenti; l’inferiore con due ruote che danno moto a tre palmenti.

  • I locali superiori ad uso di abitazione, stalla, cantina, caso da terra, terreni annessi per orto, prati e ripe boschive.

  • I due bacini ove si raccoglie l’acqua prima di arrivare alle ruote.

  • Un terreno al momento affittato entro cui sta un serbatoio per deposito di sanguisughe.

  • Tutti i terreni e le ripe boschive di pertinenza dei molini.

     Anche in questo caso la deliberazione segue ad una proposta d'acquisto della Ditta Lanza. L’Ufficio d'Arte si esprime a favore poiché il reddito generato dall’affitto dello stabile - al netto di passività, imposte e spese di manutenzione - è ormai poca cosa. Tuttavia questa volta la contesa sarà ben più dura ed onerosa.

Il primo incanto. L’asta è convocata il 4 novembre 1872. All’appuntamento si presentano i signori Bertolino Raimondo, Genta Michele, Ordì Felice, Pautasso Giuseppe ed il cav. Vittorio Lanza. La base di partenza sarà di L. 15.000 con un incremento minimo di L. 100, si seguirà la procedura delle “tre candele”. Apre la sfida il sig. Pautasso che sul lume della prima candela aumenta l’offerta di L. 100; risponde sulla terza il sig. Genta portandola a L. 15.200. La gara prosegue. Si accende la quarta candela, dichiarata ora prima candela vergine, e l’Ordì sale a L. 15.300; il Genta rilancia a L. 15.400 nel corso della seconda candela vergine; sulla terza l’Ordì risponde con L. 15.500. Nessuno si spinge oltre e, spenta la quarta candela, Felice Ordì “viene proclamato seduta stante deliberatario della vendita”. Tuttavia l’assegnazione diverrà definitiva soltanto dopo i cosiddetti “fatali”, ossia i successivi 15 giorni entro cui sarà possibile formulare una nuova offerta maggiorata di un quinto. Il termine scade il pomeriggio del 19 novembre ed il giorno precedente i Lanza offrono L. 16.275: si riaprono i giochi ed il nuovo incanto viene fissato il 5 dicembre.

 

Il secondo incanto. Alla nuova convocazione rispondono i signori Avenati Antonio, Accastelli Ubertino, Daneo Giuseppe Ludovico Ordì (quale procuratore speciale del figlio Felice), Pautasso Giuseppe ed il cav. Vittorio Lanza. L’incremento minimo di prezzo di L.100 è confermato. Il regolamento prevede che qualora le tre candele preparatorie si spengano senza alcun rilancio si aggiudicherà in via definitiva la gara chi ha formulato l’aumento del vigesimo; così non accade e ci sarà battaglia. Sulla prima candela il sig. Avenati sale subito a L. 16.475, su quello della seconda il sig. Ordì ribatte a L. 17.100 e su quello della terza l’ Avenati replica con L. 17.500. La competizione entra nel vivo. Arderanno ancora ben 16 candele, durante le quali i signori Accastelli, Avenati, Daneo Ordì, e Lanza si sfideranno con reiterati rilanci; sul lume della diciassettesima Vittorio Lanza offre L. 24.200. È l’ultimo prezzo: la diciottesima candela si spegne nel silenzio della sala e l’asta si conclude. L’acquisto è formalizzato con pubblico istrumento il 12 dicembre successivo. Vittorio Lanza alla fine si aggiudica i molini, ma le oltre ventiquattromila lire sborsate superano di due terzi la proposta iniziale.

EPILOGO

      Dopo quasi 400 anni la Città di Torino ha così ceduto i molini della Molinetta. Il loro possesso risultava ormai anacronistico, come anacronistici erano loro stessi. Una volta inglobati nelle proprietà dei Lanza se ne perdono le tracce, lasciando spazio al più a qualche congettura.

  • È facile immaginare che gli acquirenti fossero interessati soprattutto ai terreni ed all’acqua del canale, sia per il potenziale dinamico, sia per smaltirvi gli scarichi. Sulla scorta dell’analisi cartografica parrebbe che i due opifici abbiano cessato presto le loro funzioni e in ogni caso entro la fine del secolo. (39)

  • Il canale della Molinetta invece sopravvisse, pur tra il dilagare urbano. Nel 1883 la ditta Lanza ne rilevò entrambe i rami. L’operazione chiuse una vertenza che si trascinava da tempo, relativa al canone di concessione che la Società ancora pagava. A margine della questione vale la pena osservare che l’Ufficio d’Arte in tale occasione riconosceva che, dopo la dismissione dei molini, la Città non aveva più interessi da tutelare fuori la cinta daziaria. L’accordo in ogni caso fruttò alle casse municipali L. 5.000. (40)

  • Il vecchio canale pare essere giunto fino alla costruzione dell'Ospedale. Tra i beni ceduti dalla Ditta e dalla famiglia Lanza compaiono infatti sia «il diritto di 2 ore d’acqua derivate dalla bealera Cossola e Colleasca» (41); sia «i canali […] che traducono le acque agli opifici della Società stessa […] nello stato in cui si trovano, a partire cioè dalla Stradale di Nizza per il ramo destro ricevente gli scoli della bealera Cossola e dalla Strada di Circonvallazione alla soppressa Cinta Daziaria per il ramo sinistro, riceventi gli scoli della bealera Pissoira». Inoltre gli accordi riservano all’Azienda la facoltà di occupare sino alla fine di dicembre  del 1916 lo stabilimento e le relative dipendenze, nonchè di disporre della forza idraulica di propria competenza, confermando così l’utilizzo del canale fino alla fine delle attività. (42)

 La costruzione dell'Ospedale in ogni caso cancellò ogni traccia dei vecchi molini e delle bealere della Molinetta e d'altra parte un moderno molino elettrico serviva già da tempo gli abitanti della zona.

UN TERZO MOLINO DELLA MOLINETTA?

Gli atti di vendita dei terreni per la costruzione del nuovo ospedale includono un molino ad acqua e una sega idraulica, entrambi collocati in via Molinetta 25, del rispettivo valore di L. 866,67 e L. 2717,34. Le cifre assai modeste lasciano supporre si trattasse di piccoli impianti, in particolare il molino; il maggior valore attribuito alla sega pare giustificato dalla forza motrice di cinque cavalli di cui dispone. (a) La presenza di un mulino da granaglie nella zona, pur non definita esattamente nel tempo e nello spazio, è confermata da altra fonte, secondo la quale esso era alimentato da una bealera che scorreva nel sottosuolo della vicina via Tepice. (b)

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Fonte: ASCT, Tipi e Ddisegni  64.8.70_1

L’analisi cartografica suggerisce che gli opifici in questione non siano i vecchi molini: nella "planimetria censimentaria" del 1892 i primi si collocano nell'area evidenziata, sensibilmente più a monte di quelli originari; si può ipotizzare che i molini siano stati riposizionati all'interno di un precedente opificio idraulico posto di fronte alla fabbrica Lanza. (c) Sega e molino sarebbero stati così alimentati dal canale della Molinetta, e principalmente dal ramo di destra, il cui tracciato era compatibile con il transito in via Tepice. Il trasporto sarebbe forse attribuibile al forte inquinamento dovuto allle acque reflue della produzione di candele e saponi  scaricate nel canale.

NOTE

(a) Cfr. ASCT, Registro delle Mutazioni n° 58004.

(b) Garzaro Stefano, Nascimbene Angelo, Barriera di Nizza-Millefonti: dalle Molinette a Italia 61 e al Lingotto, Graphot, Torino, 2010, p. 39.

(c) Nel 1836 tal Giovanni Merlino ottenne concessione per installare una ruota idraulica per la «macina delle terre da maiolica e dei marmi» in un fabbricato di fronte all’opificio che diventerà il nucleo originario dello stabilimento Lanza. La ruota non venne poi eretta, ma l’autorizzazione testimonia la fattibilità del progetto. Il caso verrà trattato nella terza parte della storia dei mulini della Molinetta, in preparazione.

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(4. Continua)
 
NOTE
  1. ASCT, Cabreo delle case, molini, bealere, ficche de altri edifizi della città, TD 17 1 1.

  2. Le difformità indicate riguardano i “Testimoniali di stato ed inventario redatti dal geom. Giuseppe Sona su richiesta del mastro di ragione cav. Dr. Antonio Nomis di Pollone” del 7 aprile 1845, cfr. ASCT, CS 5681. Per la planimetria omessa cfr: ASCT, TD 17 1 17. Alcune differenze riguardano anche il primo molino, ma il portico, la scala esterna in pietra e la camera «con loggia verso levante» posta sopra la cucina, rilevati solo nella planimetria settecentesca, potrebbero forse essere stati eliminati in seguito.

  3. Due raccolte ottocentesche di estratti dagli Ordinati inerenti i molini aiutano a ricostruire tali interventi. Ad esse attingono i contenuti di questa pagina. Il quadro complessivo, per forza di cose, rimane tuttavia frammentario e con qualche contraddizione. Cfr. ASCT, CS 2730 e CS 5827.

  4. Cfr. ASCT, Ordinati 31-12-1752 e 31-12-1754., nonchè CS 5681, Istrumento del 20-3-1756.

  5. Si tratta del ramo principale della Cossola, che manteneva il nome della bealera dopo la ripartizione effettuata alla cascina Colomba. In precedenza i molini sfruttavano gli scoli della Pissoira, altro ramo della bealera, impinguati da quelli della Becchia. Anche la Giorsa era una diramazione della Cossola, che di fatto forniva ai molini la maggior parte delle acque.

  6. Cfr. ASCT, Ordinati, 28 marzo 1770, p. 26v e 4 giugno 1770, p. 40v.

  7. Cfr. ASCT, CS 2076. Per il disegno della nuova bealera si veda il "Tipo" all'inizio della pagina.

  8. Il Capitolo Metropolitano fu una antichissima istituzione formata da religiosi di alto rango, creata per celebrare funzioni liturgiche e supportare il vescovo come una sorta di Senato e Consiglio ecclesiatico.

  9. Cfr. ASCT, CS 2725.

  10. Cfr. ASCT, Ordinati 31-8-1786. I Testimoniali di stato ed inventario... op. cit. confernano che nessun documento attesta la firma dell’accordo.

  11. Cfr. ASCT, Atti Notarili 1825, vol. 14, pag. 28.

  12. Cfr. Ibid.

  13. Cfr. ASCT, CS 2726. - L’Ostarietta si trovava all’incrocio tra le attuali vie Vinovo e Nizza e per secoli costituì un importante riferimento territoriale della zona.

  14. Cfr. ASCT, CS 2732.

  15. Già nel marzo del 1808 un decreto imperiale aveva fatto decadere la sottomissione del sig. Alberto Moulaz per un condotto destinato a fornire ulteriore acqua ai molini della Molinetta. Cfr. ASCT, CS 2730. Ed ancora nel 1836 le trattative intavolate tra l'Azienda dell'Interno e quella di Strade, Ponti ed Acque, per lasciar scorrere nel fosso della strada di Nizza l'acqua destinata alla Molinetta non ebbe successo. Cfr. ASCT, Ragionerie 1836, vol. 42, 4/1, pag. 39.

  16. Cfr.  ASCT, Atti Notarili 1818, Vol. 4, Pag. 69. - La strada di Grugliasco corrispondeva alla strada antica di Grugliasco di oggi; la cascina Galliziana si trovava nell’area del parco Ruffini, in zona San Paolo-Pozzo Strada.

  17. Cfr. ASCT, CS 2728.

  18. Cfr. Testimoniali di stato ed inventario... op. cit.

  19. Cfr. ASCT, CS 1172.

  20. Cfr. ASCT, CS 2724.

  21. Cfr. ASCT, CS 2724 e Ordinati 31-12-1785, p. 159.

  22. Cfr. ASCT, CS 2730.

  23. Cfr. ASCT, Scritture Private 1825, vol. 12, p. 233.

  24. Cfr. ASCT, CS 2724. - A titolo di curiosità menzioniamo anche i disegni del macchinista Mattei, che nel periodo napoleonico propone l’installazione ai “molini di Millefonti” da cinque a sette ruote idrauliche alimentate di fianco, più una “davanoira”. Egli non specifica con quale acqua avrebbe potuto alimentarle e sorge il dubbio che l'attribuzione ai nostri molini sia un errore documentale. Cfr. ASCT, CS 2733 e CS 2734.

  25. Tutte le informazioni della sezione, salvo diversa indicazione, sono tratte da: ASCT, “Testimoniali di stato ed inventario redatti dal geom. Giuseppe Sona.." op. cit.- Il documento comprende anche un'ottima intesi dell’intera storia della Molinetta a cui queste pagine hanno largamente attinto.

  26. Si veda anche la pagina dedicata alla bealera Cossola.

  27. Il "bochetto del ladro" sarebbe collocabile oggi all’incontro tra c.so Trapani e via Lancia, sul confine tra i quartieri S. Paolo e Pozzo Strada.

  28. Il partitore della Grangia prendeva il nome dalla cascina omonima, abbattuta nel 2001, di cui resta qualche traccia in via Ricaldone all'angolo con via Caprera.

  29. I testimoniali non fanno cenno dell’acqua della bealera di Grugliasco confermando che, con ogni probabilità, i progetti dibattituti in precedenza non hanno avuto seguito.

  30. Le cave delle pietre da cui si modellavano le macine da mulino si trovavano in Valle d’Aosta ed erano vendute da intermediari eporediesi e vercellesi. Questi ultimi ottennero fin dal 1215 un privilegio di esclusiva. A Torino le mole provenivano in genere dalle più vicine cave della Val Pellice e della Valle di Susa.

  31. Cfr. ASCT, CS 2729.

  32. Cfr. Acque, ruote e mulini, a cura di G. Bracco et al., Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1988, vol. 2, p. 139.

  33. Il 21 ottobre 1846 la Città di Torino deliberò l’affitto tramite pubblico incanto dei suoi molini per un periodo di nove anni, previsto inizialmente dal 1 novembre 1847 al 31 ottobre 1856. L’appalto venne diviso in otto lotti che sarebbero stati battuti in blocco. All’asta del 1 settembre 1847 non si presentò nessuno. Si ripiegò sulle singole locazioni, ma solo i molini del Martinetto, di Grugliasco e di Lucento furono assegnati. Cfr. ASCT, Ordinato degli Atti di Incanto e di Deliberamento per l’affittamento dei Molini della Città di Torino del 18 ottobre 1847, Scritture Private 1847, vol. 49.

  34. Per la ricostruzione della vicenda si veda: ASCT; Atti Notarili 1869, vol. 58. - La fabbrica di candele steariche e saponi dei f.lli Lanza si era da poco trasferita dalla vecchia sede di Porta Palazzo alla Molinetta; l'Impresa aveva  raggiunto ormai dimensioni considerevoli ed era alla ricerca di forza motrice idraulica. (La questione verrà trattata nella terza parte dellla storia dei molini della Molinetta, in preparazione).

  35. Secondo tale metodo, detto anche “delle tre candele”, le offerte dovevano essere pubbliche e presentate verbalmente, dichiarando aggiudicatario il partecipante la cui offerta non fosse superata da altra nel tempo necessario all’ardere di tre candele accese una dopo l’altra, pari a circa tre minuti. L’incanto sarebbe stato dichiarato deserto se le prime tre candele si fossero spente senza alcun partito, o in presenza di meno di due concorrenti.

  36. L’eventuale aggiudicazione era tuttavia provvisoria: qualora nei quindici giorni successivi fosse formulata una nuova offerta maggiorata di almeno un quinto dell’ultimo prezzo battuto, un “vigesimo”, si sarebbe riaparta la gara sulla base di tale prezzo. Ovviamente se la gara fosse andata deserta sarebbe stata confermata la vittoria del primo aggiudicatario.

  37. Cfr. ASCT; Atti Notarili 1869, vol. 58, cit.

  38. Cfr. ASCT, Atti Notarili 1872, vol. 61. Salvo diversa indicazione, tutte le informazioni relative alla cessione sono tratte da questa fonte.

  39. Gli atti di vendita alla città di Torino di beni e terreni necessari per la costruzione del nuovo nosocomio includono un molino ad acqua e una sega idraulica con forza motrice di cinque cavalli. I documenti non forniscono ulteriori informazioni, salvo che entrambi gli impianti si trovano in via Molinetta 25 ed il loro valore è stimato rispettivamente pari a L. 866.67 e L. 2717.34. [Cfr. ASCT; Atti Notarili 1913, vol. 89, p. 206 e Atti Notarili 1916, vol. 93, p. 53) Rimane in dubbio se essi abbiano a che vedere con i molini protagonisti di questa storia, poiché le collocazioni nelle mappe catastali non corrispondono. Si può immaginare che essi fossero mossi dalle acque del canale passato tra le pertinenze dei Lanza e proprio per questo motivo non più soggetto ad autorizzazioni municipali rintracciabili negli archivi. Si può altresì ipotizzare che la segheria trovasse senso proprio nella fabbrica di candele, ma non così per il molino.

  40. Cfr. ASCT; Atti Pubblici 1883, p. 245.

  41. Cfr. ASCT; Atti Notarili 1913, vol. 89, p. 206 - Le due ore d'acqua dovrebbero essere correlate ad un vecchio fosso irriguo della cascina Gallo da cui partì l'avventura dei Lanza.

  42. Cfr. ASCT; Atti Notarili 1916, vol. 93, p. 53.

Ultimo aggiornamento della pagina: 23/05/2020

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