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 La rete

idraulica torinese

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UNO SGUARDO D'INSIEME

     La rete idraulica torinese era formata da diciotto canalizzazioni, in massima parte derivate dalla Dora Riparia, alle quali si aggiungevano il canale Ceronda, estratto dal torrente omonimo a Venaria Reale, ed il canale Michelotti, derivato dal Po.  (1)

    Tale rete può essere classificata, tra gli altri, secondo approcci di ordine geografico o funzionale. La chiave geografica, applicabile alle canalizzazioni provenienti dalla Dora, discrimina secondo la sponda di presa. La pianura torinese ha origine alluvionale ed in massima parte è formata dalla conoide di deiezione creata dalla Dora allo sbocco del-

la valle di Susa. Attraversata dal fiume, essa declina naturalmente verso nord-est e verso sud-est e si potranno quindi distinguere canali e bealere che dalla sponda sinistra fluiscono lungo il contado settentrione da quelle che, provenienti dalla sponda destra, volgono verso le campagne meridionali.

Sulla scorta di tale logica possiamo quindi distinguere:

  • le undici canalizzazioni derivate in sponda sinistra: la bealera di Caselette ed Alpignano, la bealera di Orbassano, la bealera dei prati di Pianezza, la bealera di Venaria, la bealera Barola, la bealera di Collegno, le bealere Putea e Putea-canale, le bealere nuova e vecchia di Lucento, il canale del Regio Parco.

  • le sette derivate in sponda destra: la bealera di Avigliana, la bealera di Grugliasco, la bealera Becchia, la bealera di Collegno, la bealera Cossola ed i canali della Pellerina e Meana

Occorre rilevare però un paio di eccezioni: la bealera di Orbassano nasce ad Alpignano in sponda sinistra per motivi tecnici, ma volge poi a meridione attraversando il fiume con un ponte canale; la bealera Putea-canale si distacca dalle gemella passando la Dora a Collegno.

   Un’ulteriore classificazione basata su criteri territoriali distingue le undici derivazioni che raggiungevano la città dalle altre sette che attraversavano il circondario metropolitano. Tra le prime le bealere di Grugliasco, Barola, Putea e Putea-canale, Cossola, Becchia, la nuova e la vecchia di Lucento ed i canali della Pellerina, Meana e del Regio Parco, tra le seconde le bealere di Avigliana, di Rivoli, di Casellette ed Alpignano, di Avigliana, di Orbassano, di Pianezza, di Venaria e di Collegno

     La classificazione basata sulle precipue funzioni svolte in passato differenzia invece i canali industriali da quelli irrigui. I primi erano destinati a fornire la forza motrice ai maggiori opifici della città, i secondi soddisfacevano le esigenze agricole del contado al suo intorno. Come si può immaginare, la ripartizione non era così netta, perché ogni derivazione, anche all’interno dell’abitato, bagnava almeno qualche orto o giardino, e d’altra parte le bealere del contado rappresentavano la fonte di energia per i mulini da grano ed altri essenziali opifici di comunità, quali fucine, peste, battitori. Tale criterio differenzia quindi i canali della Pellerina, Meana, del Regio Parco, Michelotti e Ceronda, derivazioni industriali per eccellenza, da tutte le altre.

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Composizione di massima della rete idraulica torinese nel primo decennio del Novecento

Fonte: Città di Torino, Corpi delle guardie e dei pompieri, Dimostrazione grafica e descrizione delle bealere esistenti ne territorio di Torino. Zona urbana. Compilato dal Comandante i Corpi delle guardie e dei pompieri municipali, coadiuvato da graduati, Vassallo, Torino 1911

Le dimensioni del sistema idraulico torinese erano rilevanti: considerando solo la parte che traeva origine dalla Dora Riparia esso irrigava circa 20.000 giornate di terra tra la Stura ed il Sangone e muoveva 278 ruote idrauliche, di cui 136 in città. (2) Esso tuttavia non era esente da criticità, sia qualitative che quantitative. La Dora Riparia è considerata un corso d’acqua a regime fluviale ma, data la vicinanza alle montagne ed alle sorgenti, la portata conserva peculiarità spiccatamente torrentizie. L’irregolarità dei flussi rappresentava quindi un grave limite, e se periodi di siccità, talvolta assai lunghi, fermavano le ruote idrauliche ed assetavano le campagne, altre volte improvvise e violente piene devastavano opere di presa e canalizzazioni, e talvolta anche le macchine idrauliche stesse. Se in condizioni di normalità il sistema era in grado di soddisfare tutti i bisogni, nei momenti difficili si scatenavano aspre contese. Il conflitto riguardava innanzitutto i consorzi di gestione delle bealere rurali e l’amministrazione degli opifici torinesi, penalizzati pesantemente dalla posizione geografica delle loro prese, che nemmeno il ruolo di città capitale riusciva a tutelare. I tentativi di giungere a ripartizioni condivise non mancarono, con risultati tuttavia parziali. Inoltre, come in ogni sistema idraulico, le ruote installabili erano condizionate dall’esistenza di salti naturali adeguati e, in loro mancanza, dalla distanza minima tra un utilizzatore e l’altro, necessaria per evitare dannosi rigurgiti, e determinata dalla pendenza del territorio. Tale vincolo ecologico costituiva un ulteriore ed evidente limite strutturale che, circoscrivendo gli allacciamenti, influenzava negativamente lo sviluppo del sistema produttivo.

Tali criticità divennero gravi ed evidenti soprattutto nel corso della prima industrializzazione. Nondimeno per secoli la forza motrice prodotta dalle acque delle bealere dei canali sostenne, fino all’avvento dell’energia elettrica, le sorti del sistema manifatturiero torinese.

 
IL CANALE TORINESE PER ANTONOMASIA

Il “canale dei molini” è stato il più antico e, per lunghissimo tempo, il più importante della città. Esso dava movimento ai due maggiori molini municipali, alle grandi fabbriche governative e militari, nonché a numerosi impianti minori dell’imprenditoria privata. Inoltre, attraverso il ramo detto canale di Torino, le acque derivate dalla Pellerina irrigavano un ampio spazio agricolo ed assolvevano importanti funzioni urbane quali la bagnatura di orti e giardini, la pulizia delle strade e dei mercati, lo sgombero della neve e lo spegnimento degli incendi. Esso si formò nel corso del Settecento con la saldatura di alcune derivazioni fino ad allora indipendenti. Ne discese un unico grande corso d’acqua che con l’aggiunta di ulteriori ramificazioni si trasformò in un sistema idraulico diffuso, unitario, articolato, diffluente ed integrato che potremmo definire una sorta di “canale di canali”; sia perché organizzato in numerosi rami, sia perché la stessa asta principale prendeva nomi differenti lungo il suo corso

1831. Il “canale dei mulini” fino a borgo Dora.

Tipo regolare della regione di Valdocco con l'andamento della bealera dei Molini della città di Torino, sue diramazioni ed indicazione di tutti i bocchetti sulla medesima esistenti e dei fossi d'irrigazione dipendenti

Fonte: AST, Sezioni Riunite, Carte topografiche e disegni, Camerale Piemonte, Tipi articolo 663, Torino, mazzo 350

Il “canale dei molini” nasceva alla chiusa della Pellerina, ed al molino del Martinetto si divideva in due rami, detti rispettivamente canale di Torino e del Martinetto. Il canale di Torino riforniva d’acqua la città, dividendosi in più condotti che terminavano parte in Vanchiglia e parte nel Po. Lungo il territorio di San Donato alimentava il canale della Cittadella e diversi condotti destinati all'irrigazione, tra cui il canale del Valentino.

 
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Il maggiore canale cittadino è nato dal collegamento dei canali della Pellerina, del Martinetto, dei Molassi e del Regio Parco.

La maggior parte del flusso proveniente dalla Pellerina si riversava nel canale del Mar-tinetto. Esso, dopo il molino omonimo, scendeva verso Val-docco e la fabbrica d’armi detta Fucina delle canne da fucile, dove riceveva l’apporto del canale Meana, estratto dalla vicina ansa della Dora, le cui acque compensavano pressap-poco quelle sottratte dal canale di Torino. Mantenendo così la portata originaria, e prendendo il nome di canale dei Molassi, il canale proseguiva verso la Polveriera (poi diventata Arse-nale delle costruzioni di arti-glieria) ed i molini municipali di porta Palazzo. Attraversata la Dora al ponte delle Benne, esso raggiungeva infine le manifattu-re del Parco, ulteriormente impinguato da sorgenti, scoli ed infiltrazioni raccolte nella Dora attraverso la chiusa del canale del Regio Parco. Nei pressi del cimitero di San Pietro in vincoli, si staccava il canale della Fucina che, mossi da alcuni opifici idraulici secondari, con-fluiva anche esso ai molini.

IL NOME DELLA BEALERA
Canale dei molini o canale dei Molassi?

      Canali e bealere prendevano il nome dal soggetto che li possedeva, in genere una famiglia nobiliare o una comunità, oppure dalla funzione svolta. La principale derivazione torinese apparteneva a quest'ultima categoria; essa però non ha trovato una denominazione univoca nel corso del tempo. Nei documenti di volta in volta gli è stata attribuita una varietà di nomi, quali “canale o gran canale della città”, “canale o bealera dei molini”, “canale del Martinetto”, “canale Meana”, “canale della Pellerina” e altri ancora, estendendo talvolta all'intero corso l’appellativo di una singola canalizzazione. Soltanto in apparenza, però, ciò generava confusione: rimaneva “il canale” cittadino per antonomasia e quale fosse l’appellativo usato non vi era rischio di fraintendimento o errore.

      Tra i molti, il nome più comune che gli venne attribuito fu forse "canale dei mulini". L'appellativo potrebbe indurre a confonderlo con il “canale dei Molassi”, che invece ne costituiva solo un tratto; come spesso accade in geografia, si finì così per estendere all’insieme il nome di una parte. Nelle pagine di questo sito si è scelto di mantenere la toponomastica storica per non indurre ulteriori incertezze.  In definitiva quindi il "canale dei mulini" costituiva l'intero corso d'acqua derivato dalla dalla Dora alla presa della Pellerina che terminava alle Manifatture del Regio Parco, dopo aver attraversto il quadrante settentrionale della città; il "canale dei Molassi" invece ne costituiva il solo tratto compreso tra Valdocco e i molini di Dora, per l'appunto detti "Molassi".

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Planimetria semplificata del “canale dei molini”, incluse le maggiori articolazioni, nel 1911. La copertura delle derivazioni ne ha modificato il tracciato adattandolo al reticolo delle strade cittadine. Il disegno trasmette l'idea dell'unitarietà del sistema , quasi "un canale formato da canali".

Fonte: Dimostrazione grafica e descrizione delle bealere esistenti ne territorio di Torino, cit.

La tabella riporta  la portata ordinaria e la portata minima delle principali canalizzazioni che  nella seconda metà dell'Ottocento costituivano il sistema idraulici torinese.

Fonte: ASCT, TD 12 1 80

      I numeri del "canale dei mulini" erano ragguardevoli. La sola asta principale misurava oltre 9.500 m, con una caduta utile di 39,5 m tra il Martinetto e il Po. La portata raggiungeva i 6.350 l/s in regime di acque abbondanti. Tale portata era di gran lunga la maggiore tra le derivazioni del torinese, almeno quattro volte superiore a quella di qualunque altra, ma era comunque soggetta a forti variazioni dovute alla natura torrentizia della Dora Riparia. L’energia dinamica teoricamente ricavabile dal canale era stimata in circa 2.600 CV su un salto utile di 39,5 m.  (3)

      Lo scopo principale del grande canale cittadino fu, in tutti i tempi, far macinare i molini di borgo Dora. La funzione industriale si rafforzò con il tempo, e nel corso della prima industrializzazione il canale costituì la principale fonte di energia per le grandi manifatture governative e per molti opifici dell’imprenditoria privata. Non vennero comunque i compiti agricoli e urbani - svolti soprattutto dal canale di Torino, il ramo che attraversava completamente la città - quali l’irrigazione di prati, campi e orti, la pulizia di strade e mercati, lo sgombero della neve e lo spegnimento degli incendi.

Opifici pubblici e privati sul "canale dei mulini" (1840)

Verso la metà dell’Ottocento ben l'80% delle ruote idrauliche era concentrata nei tre maggiori opifici governativi e nei due più grandi molini municipali. Le 25 ruote private si distribuivano invece in ben 15 stabilimenti, testimoniando dimensioni assai minori degli impianti. La base industriale della Torino preunitaria era costituita d’altra parte da una molteplicità di manifatture piccole e medie, che in maggioranza non utilizzavano alcuna forza motrice. Ciò conferma la struttura economica tipica di una città capitale, basata su produzioni terziarie, destinate innanzitutto a soddisfare i bisogni della burocrazia statale e i consumi della corte. Il tempo della moderna industria e della grande impresa privata è ancora di là da venire.

Fonte dati: Relazione Pernigotti.

 

      Il canale dei molini accompagnò e sostenne dunque la prima industrializzazione torinese. Lungo le sue sponde, quasi senza soluzione di continuità tra il Martinetto e il Regio Parco, si formò una composita area manifatturiera lineare che concentrava le maggiori imprese. Nel 1844 la Commissione Pernigotti censiva 126 ruote idrauliche attive sul canale, distribuite in una ventina di opifici; ad esse se ne aggiungevano altre 10 interne all’abitato lungo le canalizzazioni alimentate dal partitore di piazza Statuto, dovei confluiva il canale di Torino. Inoltre la concen-trazione di impianti legati all’acqua creò vantaggi industriali che attrassero anche fabbriche non stret-tamente dipendenti dall’energia idraulica. Sempre il Pernigotti informa poi che il "canale dei molini" irrigava una superficie agricola di 1.130 giornate piemontesi, pari a 434 ettari. Una relazione degli industriali torinesi del 1870 rileva che attorno al canale gravitano più di 60 opifici con oltre 4.000 operai, che a loro volta rappresentano gli interessi di oltre 12.000 persone. (4) Da altro documento ancora si apprende che nello stesso periodo sul canale operavano 98 motori idraulici, di cui 23 “turbini”. (5) Nel 1894, quando già si stava affermando l’energia elettrica,

Il canale al tempo

della Restaurazione

Da una memoria dell’ingegnere idraulico Ignazio Michelotti del 1818 si apprende che….

​​“Egl’è noto che il solo canale derivato dalla Dora presso la cascina Pellerina da colle acque sue il moto a circa 150 ruote; delle quali tre quarti gira ad uso di fabbriche diverse, le quali, oltre alimentare sul sito medesimo assai numero d’operaj, ne occupano indirettamente un numero assai maggiore in Città. Egl’è noto altresì comunemente per quanto mi sappia che nell’anno 1811 quando per la rottura della chiusa rimase a secco si valutò il danno della popolazione a due milioni almeno, malgrado la decadenza in cui quella trovavasi. Né altro esempio di simile vantaggioso frutto di questo genere d’industria facilmente si trova altrove in Europa”.

Fonte: Memoria dell'Ing. Ignazio Michelotti sullo sviluppo industriale della Città […]

(ASCT, Ragionerie 1818/7, pag. 994)

ancora una quarantina di opifici ne sfruttava la forza dinamica. (6) Tuttavia la nuova forma di energia portò enormi vantaggi, tra cui liberare le industrie dal vincolo dell’acqua; ciò segnò sia il dilagare delle attività manifatturiere verso nuove aree non servite dai canali, sia il rapido declino della rete idraulica cittadina. Se nel 1862 soltanto il 13% dell'energia utilizzata a Torino era ricavata dal vapore, e tutto il resto proveniva dai motori idraulici, già nel 1911 erano elettrici circa la metà dei motori installati. (7) Benché alcune grandi utenze abbiano continuato a sfruttarne la forza dinamica fino agli anni Sessanta dello scorso secolo, già negli anni Venti il "canale dei molini" era per lo più ridotto a collettore per lo smaltimento di acque reflue e scarichi.

"Etat des Edificies tournans par les eaux derivées du batardeau dit Pellerina." (1812)

Durante  il periodo francese l'Amministrazione municipale fu molto attenta a monitorare il patrimonio produttivo e, sull'onda della rigorosa cultura amministrativa d'oltralpe, si susseguono le rilevazioni di ruote idrauliche e opifici. I dati riportati paiono di particolare interesse perchè, caso assai raro in precedenza, riportano anche il numero degli occupati.

Fonte: ASCT, Carte del Periodo Francese Vol. 16,  59/230 e nostra elaborazione

 

LA RELAZIONE PERNIGOTTI

 

Di norma la Dora Riparia era in grado di soddisfare completamente la vasta e composita domanda d'acqua delle utenze pubbliche e private delle sue derivazioni. Durante i frequenti periodi di siccità era però il sistema idraulico torinese a subirne maggiormente le conseguenze, in quanto le sue prese erano le ultime. La portata del “canale dei mulini” poteva ridursi allora anche di tre o quattro volte, mettendo in crisi la città e generando infiniti conflitti con coloro che prelevavano a monte della diga della Pellerina.

Garantire le necessità annonarie della popolazione di Torino era compito primario ed irrinunciabile dei suoi amministratori e per assolverlo i molini cittadini dovevano godere di volumi d’acqua sufficienti a soddisfare la domanda di macina e di farine. La Città era titolare di precedenze e diritti d’acqua consolidati e di remotissima origine, ma incontrò spesso gravi difficoltà a tutelare i propri interessi, svantaggiata dalla collocazione delle proprie prese. (8) Si trattava di un classico conflitto “monte-valle”, in cui la posizione geografica degli utilizzatori a monte, di fatto, prevaleva sui diritti degli utenti a valle, fossero pure quelli della Capitale e degli opifici strategici dello Stato. Controversie e conflitti segnarono dunque la lunga storia idraulica torinese ed è proprio grazie ad essi che dobbiamo larga parte della documentazione giunta fino a noi. In caso di mancanza d’acqua la Città e le Autorità statali dovettero ricorrere a misure straordinarie di governo e regolazione delle acque utilizzando talora anche la forza armata. Si tentò a più riprese di regolare i prelievi attraverso piani di riduzione consensuali e condivisi dai partecipanti che conciliassero i legittimi diritti di concessione con le necessità della Capitale, ma abusi ed illeciti, liti e contenziosi rimasero all’ordine del giorno. (9)

Il progetto più importante di ripartizione delle acque della Dora Riparia fu redatto alla metà dell’Ottocento. Con Regie Patenti del 6 agosto 1839 fu istituita una regia commissione con il compito di redigere un piano in tal senso. Nell’agosto 1841 tale commissione incaricò il cavaliere Pernigotti, ispettore del Genio Civile, coadiuvato dagli ingegneri Giovanni Barone e Tommaso Bonvicini, di procedere con le ispezioni, le rilevazioni e le altre operazioni necessarie per elaborare la proposta di riparto. Il 30 maggio 1844 Pernigotti presentò la relazione contenente la proposta elaborata dalla commissione. Una seconda relazione, che affrontava nel dettaglio le questioni spiccatamente giuridiche, fu consegnata dell’avvocato Eugenio Gioberti il 30 giugno 1845. (10) Il nuovo quadro giuridico creato dall’emanazione dello Statuto Albertino consigliò di procrastinare la ratifica del piano, il quale infatti entrò in vigore solo nel 1886. (11) La ripartizione di Pernigotti rimane tuttora in vigore, almeno formalmente, poiché di fatto il problema non si pone più da tempo.

Il lavoro della Commissione Pernigotti fu pubblicato con il titolo "Progetto per la ripartizione delle acque del fiume Dora Riparia", Tipografia Chirio e Mina, Torino 1851. Tale lavoro rappresenta l’unica ricerca organica di ordine tecnico, storico e giuridico condotta sulle bealere e sui canali torinesi derivati dalla Dora Riparia in oltre sette secoli, e a esso sono largamente debitrici le pagine di questo sito.

 
IL QUADRO ODIERNO

     Cessata la produzione di forza motrice industriale, canali e bealere hanno continuato ad esistere. Le dismissioni andarono a rilento e circa la metà di essi rimane ancor oggi in esercizio, seppure talora lungo alcuni rami o parte del tracciato soltanto. Nelle campagne le bealere hanno continuato ad irrigare i campi delle cascine che sopravvivevano, anche all’interno della cinta daziaria, e dove non ancora arrivava l’acqua potabile esse erano utilizzate per abbeverare il bestiame e per usi domestici quali lavare i panni. Va da sé che oggi si sono conservate quelle più lontane dall’agglomerato metropolitano. In città i tracciati sono stati progressivamente coperti, adattati reticolo al viario ed integrati nel sistema delle acque sotterranee, continuando così a sopperire allo smaltimento della neve ed alla lavatura dei condotti, all’antincendio e ad altri bisogni civici. Negli ultimi anni l’evoluzione delle tecnologie ha consentito di reimpiegare vantaggiosamente anche dislivelli modesti per produrre energia elettrica in modo rinnovabile e con basso impatto ambientale, restituendo così nuova vita e nuove funzioni produttive alle vecchie strutture abbandonate. Ciò permette un’ulteriore classificazione fondata sulle funzioni attualmente svolte: Si potranno allora distinguere:

  • Sette canalizzazioni irrigue attive (anche solo parzialmente): bealera di Rivoli, bealera di Caselette ed Alpignano, bealera Becchia (fino a Bruere), bealera di Orbassanobealera di Collegno, bealera Putea e Putea-canale.

  • Una adibita esclusivamente a funzioni idroelettriche: canale Meana.

  • Quattro che svolgono entrambe le funzioni: bealera di Grugliasco, bealera di Venaria, bealera Cossola e la bealera di Pianezza (centrale in costruzione).

  • Sette canalizzazioni dismesse: bealera di Avigliana, bealera Barola, bealere vecchia e nuova di Lucento, canale della Pellerina (e relative derivazioni urbane collegate), canale del Regio Parco e canale Michelotti.

  • Tre traverse impiegate per la produzione idroelettrica: ex bealera vecchia di Lucento (progetto esecutivo approvato), ex bealera nuova di Lucento (progetto in fase di valutazione), ex canali della Pellerinadel Regio Parco.

     Negli spazi rur-urbani, dove città e campagna si fronteggiano e si compenetrano, i tracciati sono stati talora modificati e parti, o rami, di derivazioni chiuse allacciati ad altre attive per raggiungere talune utenze rimaste isolate. Oggi l’espansione dell’abitato metropolitano è rallentata di molto ma non si è interrotta, e ulteriori chiusure e dismissioni sono possibili anche in un futuro assai prossimo, a partire dalle derivazioni che servono aziende agricole marginali che sopravvivono a stento. Come si può immaginare le derivazioni irrigue sono alimentate solo durante la stagione agricola, mentre in quelle adibite alla produzione di energia l’acqua scorre tutto l’anno.

     A tutt'oggi gli alvei delle bealere si estendono nel sottosuolo torinese per diverse decine di chilometri. Nel 2012 la municipalità torinese ha definitivamente tolto l’acqua a quelle di sua competenza, mettendo in questo modo fine ad una storia durata almeno sette secoli, mentre sono ancora adacquate alcune canalizzazioni proprie dei consorzi privati che scorrono nei quartieri  più periferici. Tutte insieme, in qualche modo, contribuiscono ancora al funzionamento della città: con poche eccezioni, i tracciati sotterranei sopravvivono e, seppur non più alimentati, smaltiscono regolarmente le acque piovane e reflue di superficie.  Per la loro natura attuale le canalizzazioni tombate e ridotte a parte del sistema fognario non rientrano però negli orizzonti di questo sito.

Rete dei corsi d'acqua minori a Torino, tratta dalle tavole del dal P.R.G. ed aggiornata al 2004 a scala 1:6000. Ovviamente si tratta di condotti tutti sotterranei.

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Fonte: Città di Torino (cliccare per andare alla mappa)

Ultimo aggiornamento della pagina: 29-03-2021

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Asta principale del gran canale della Città