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UNO SGUARDO D'INSIEME

     Il sito considera la rete idraulica formata da sedici canali derivati dalla Dora Riparia a valle del ponte della Giacconera tra Borgone e Sant’Antonino di Susa; dal canale Ceronda, estratto dal torrente omonimo a Venaria reale e dal canale Michelotti, alimentato dal Po.

     I numeri del sistema d’acqua che traeva origine dalla Dora Riparia erano rilevanti: circa 20.000 le giornate di terra irrigate tra la Stura ed il Sangone e 278 le ruote idrauliche installate, di cui 126 a valle della chiusa della Pellerina. Sette bealere raggiungevano la città, mentre le altre nove ne attraversavano il circondario metropolitano; tra le prime le bealere di Grugliasco, Barola, Putea, Cossola, la nuova e la vecchia di Lucento e della Pellerina; tra le seconde le bealere di Sant’Antonino, di Rivoli, di Casellette ed Alpignano, di Avigliana, Becchia, di Orbassano, di Pianezza, di Venaria e di Collegno.

     I canali si dividevano in due categorie secondo la funzione svolta: la maggior parte serviva all’irrigazione, mentre alcuni fornivano forza motrice a molini ed opifici: i tre canali torinesi industriali furono il “canale dei molini”, il canale Ceronda ed il canale Michelotti.

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Composizione di massima della rete idraulica torinese nella seconda metà dell'Ottocento.

Fonte: Elaborazione www.icanaliditorino.it

Il “canale dei molini” è stato il più antico e, per lunghissimo tempo, il più importante della città. Esso dava movimento ai due maggiori molini municipali, alle grandi fabbriche governative e militari, nonché a numerosi impianti minori dell’imprenditoria privata. Inoltre, attraverso il ramo detto canale di Torino, le acque derivate dalla Pellerina irrigavano un ampio spazio agricolo ed assolvevano importanti funzioni urbane quali la bagnatura di orti e giardini, la pulizia delle strade e dei mercati, lo sgombero della neve e lo spegnimento degli incendi. Esso si formò nel corso del Settecento con la saldatura di alcune derivazioni fino ad allora indipendenti. Ne discese un unico grande corso d’acqua che con l’aggiunta di ulteriori ramificazioni si trasformò in un sistema idraulico diffuso, unitario, articolato, diffluente ed integrato che potremmo definire una sorta di “canale di canali”; sia perché organizzato in numerosi rami, sia perché la stessa asta principale prendeva nomi differenti lungo il suo corso

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Il maggiore canale cittadino è nato dal collegamento dei canali della Pellerina, del Martinetto, dei Molassi e del Regio Parco.

IL CANALE TORINESE PER ANTONOMASIA

Il “canale dei molini” nasceva alla chiusa della Pellerina, ed al molino del Martinetto si divideva in due rami, detti rispettivamente canale di Torino e del Martinetto. Il canale di Torino riforniva d’acqua la città, dividendosi in più condotti che terminavano parte in Vanchiglia e parte nel Po. Lungo il territorio di San Donato alimentava il canale della Cittadella e diversi condotti destinati all'irrigazione, tra cui il canale del Valentino.

La maggior parte del flusso proveniente dalla Pellerina si river-sava nel canale del Martinetto. Esso, dopo il molino omonimo, scendeva verso Valdocco e la fabbrica d’armi detta Fucina delle canne da fucile, dove riceveva l’apporto del canale Meana, estratto dalla vicina ansa della Dora, le cui acque compensavano pressappoco quelle sottratte dal canale di Torino. Mantenendo così la portata originaria, e prendendo il nome di canale dei Molassi, il canale proseguiva verso la Polveriera (poi diventata Arsenale delle costruzioni di artiglieria) ed i molini municipali di porta Palazzo. Attraversata la Dora al ponte delle Benne, esso raggiungeva infine le manifatture del Parco, ulterior-mente impinguato da sorgenti, scoli ed infiltrazioni raccolte nella Dora attraverso la chiusa del canale del Regio Parco. Nei pressi del cimitero di San Pietro in vincoli, si staccava il canale della Fucina che, mossi da alcuni opifici idraulici secondari, confluiva anche esso ai molini.

IL NOME DELLA BEALERA
Canale dei molini o canale dei Molassi?

      Per quanto possa apparire singolare, il maggiore canale torinese non ha trovato una denominazione univoca nel corso del tempo. Nei documenti di volta in volta gli è stata attribuita una varietà di nomi, quali “canale o gran canale della città”, “canale o bealera dei molini”, “canale del Martinetto”, “canale Meana”, “canale della Pellerina” e altri ancora, estendendo talvolta all'intero corso l’appellativo di una singola canalizzazione. Soltanto in apparenza, però, ciò generava confusione: rimaneva “il canale” cittadino per antonomasia e quale fosse l’appellativo usato non vi era rischio di fraintendimento o errore.

      Tra i molti, il nome più comune che gli venne attribuito fu forse "canale dei mulini". L'appellativo potrebbe indurre a confonderlo con il “canale dei Molassi”, che invece ne costituiva solo un tratto; come spesso accade in geografia, si finì così per estendere all’insieme il nome di una parte. Nelle pagine di questo sito si è scelto di mantenere la toponomastica storica per non indurre ulteriori incertezze.  In definitiva quindi il "canale dei mulini" costituiva l'intero corso d'acqua derivato dalla dalla Dora alla presa della Pellerina che terminava alle Manifatture del Regio Parco, dopo aver attraversto il quadrante settentrionale della città; 

il "canale dei Molassi" invece ne costituiva il solo tratto compreso tra Valdocco e i molini di Dora, per l'appunto detti "Molassi".

UN CANALE DI CANALI

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Planimetria semplificata del “canale dei molini”, incluse le maggiori articolazioni nel 1911. La copertura delle derivazioni ne ha modificato in parte il tracciato adattandolo al reticolo delle strade cittadine.

Fonte: Città di Torino, Corpi delle guardie e dei pompieri, Dimostrazione grafica e descrizione delle bealere esistenti ne territorio di Torino. Zona urbana. Compilato dal Comandante i Corpi delle guardie e dei pompieri municipali, coadiuvato da graduati, Vassallo, Torino 1911

La tabella riporta  la portata ordinaria e la portata minima delle principali canalizzazioni che  nella seconda metà dell'Ottocento costituivano il sistema idraulici torinese

 

Fonte: ASCT, TD 12 1 80

      I numeri del "canale dei mulini" erano ragguardevoli. La sola asta principale misurava oltre 9.500 m, con una caduta utile di 39,5 m tra il Martinetto e il Po. La portata raggiungeva i 6.350 l/s in regime di acque abbondanti. Tale portata era di gran lunga la maggiore tra le derivazioni del torinese, almeno quattro volte superiore a quella di qualunque altra, ma era comunque soggetta a forti variazioni dovute alla natura torrentizia della Dora Riparia. L’energia dinamica teoricamente ricavabile dal canale era stimata in circa 2.600 CV su un salto utile di 39,5 m.  (1)

      Lo scopo principale del grande canale cittadino fu, in tutti i tempi, far macinare i molini di borgo Dora. La funzione industriale si rafforzò con il tempo, e nel corso della prima industrializzazione il canale costituì la principale fonte di energia per le grandi manifatture governative e per molti opifici dell’imprenditoria privata. Non vennero comunque i compiti agricoli e urbani - svolti soprattutto dal canale di Torino, il ramo che attraversava completamente la città - quali l’irrigazione di prati, campi e orti, la pulizia di strade e mercati, lo sgombero della neve e lo spegnimento degli incendi.

Opifici pubblici e privati sul "canale dei mulini" (1840)

Verso la metà dell’Ottocento ben l'80% delle ruote idrauliche era concentrata nei tre maggiori opifici governativi e nei due più grandi molini municipali. Le 25 ruote private si distribuivano invece in ben 15 stabilimenti, testimoniando dimensioni assai minori degli impianti. La base industriale della Torino preunitaria era costituita d’altra parte da una molteplicità di manifatture piccole e medie, che in maggioranza non utilizzavano alcuna forza motrice. Ciò conferma la struttura economica tipica di una città capitale, basata su produzioni terziarie, destinate innanzitutto a soddisfare i bisogni della burocrazia statale e i consumi della corte. Il tempo della moderna industria e della grande impresa privata è ancora di là da venire.

Fonte dati: Relazione Pernigotti.

      Il canale dei molini accompagnò e sostenne dunque la prima industrializzazione torinese. Lungo le sue sponde, quasi senza soluzione di continuità tra il Martinetto e il Regio Parco, si formò una composita area manifatturiera lineare che concentrava le maggiori imprese. Nel 1844 la Commissione Pernigotti censiva 126 ruote idrauliche attive sul canale, distribuite in una ventina di opifici; ad esse se ne aggiungevano altre 10 interne all’abitato lungo le canalizzazioni alimentate dal partitore di piazza Statuto, dovei confluiva il canale di Torino. Inoltre la concen-trazione di impianti legati all’acqua creò vantaggi industriali che attrassero anche fabbriche non stret-tamente dipendenti dall’energia idraulica. Sempre il Pernigotti informa poi che il "canale dei molini" irrigava una superficie agricola di 1.130 giornate piemontesi, pari a 434 ettari. Una relazione degli industriali torinesi del 1870 rileva che attorno al canale gravitano più di 60 opifici con oltre 4.000 operai, che a loro volta rappresentano gli interessi di oltre 12.000 persone. (2) Da altro documento ancora si apprende che nello stesso periodo sul canale operavano 98 motori idraulici, di cui 23 “turbini”. (3) Nel 1894, quando già si stava affermando l’energia elettrica,

Il canale al tempo

della Restaurazione

Da una memoria dell’ingegnere idraulico Ignazio Michelotti del 1818 si apprende che….

​​“Egl’è noto che il solo canale derivato dalla Dora presso la cascina Pellerina da colle acque sue il moto a circa 150 ruote; delle quali tre quarti gira ad uso di fabbriche diverse, le quali, oltre alimentare sul sito medesimo assai numero d’operaj, ne occupano indirettamente un numero assai maggiore in Città. Egl’è noto altresì comunemente per quanto mi sappia che nell’anno 1811 quando per la rottura della chiusa rimase a secco si valutò il danno della popolazione a due milioni almeno, malgrado la decadenza in cui quella trovavasi. Né altro esempio di simile vantaggioso frutto di questo genere d’industria facilmente si trova altrove in Europa”.

Fonte: Memoria dell'Ing. Ignazio Michelotti sullo sviluppo industriale della Città […]

(ASCT, Ragionerie 1818/7, pag. 994)

ancora una quarantina di opifici ne sfruttava la forza dinamica. (4) Tuttavia la nuova forma di energia portò enormi vantaggi, tra cui liberare le industrie dal vincolo dell’acqua; ciò segnò sia il dilagare delle attività manifatturiere verso nuove aree non servite dai canali, sia il rapido declino della rete idraulica cittadina. Se nel 1862 soltanto il 13% dell'energia utilizzata a Torino era ricavata dal vapore, e tutto il resto proveniva dai motori idraulici, già nel 1911 erano elettrici circa la metà dei motori installati. (5) Benché alcune grandi utenze abbiano continuato a sfruttarne la forza dinamica fino agli anni Sessanta dello scorso secolo, già negli anni Venti il "canale dei molini" era per lo più ridotto a collettore per lo smaltimento di acque reflue e scarichi.

Cessate le funzioni industriali la soppressione delle bealere andò comunque a rilento, poiché molte servivano ancora per irrigare i campi delle tante cascine che sopravvivevano, anche all’interno della cinta daziaria; mentre dove non era ancora arrivata l’acqua potabile esse erano correntemente utilizzate per abbeverare il bestiame e per lavare i panni. In città molti alvei furono integrati nella rete fognaria bianca.

"Etat des Edificies tournans par les eaux derivées du batardeau dit Pellerina." (1812)

Durante  il periodo francese l'Amministrazione municipale fu molto attenta a monitorare il patrimonio produttivo e, sull'onda della cultura d'oltralpe, si susseguono le rilevazioni di ruote idrauliche e opifici. I dati riportati paiono di particolare interesse perchè, caso assai raro in precedenza, riportano anche il numero degli occupati.

Fonte: ASCT, Carte del Periodo Francese Vol. 16,  59/230 e nostra elaborazione

LA RELAZIONE PERNIGOTTI

 

Di norma la Dora Riparia era in grado di soddisfare completamente la vasta e composita domanda d'acqua delle utenze pubbliche e private delle sue derivazioni. Durante i frequenti periodi di siccità era però il sistema idraulico torinese a subirne maggiormente le conseguenze, in quanto le sue prese erano le ultime. La portata del “canale dei mulini” poteva ridursi allora anche di tre o quattro volte, mettendo in crisi la città e generando infiniti conflitti con coloro che prelevavano a monte della diga della Pellerina.

Garantire le necessità annonarie della popolazione di Torino era compito primario ed irrinunciabile dei suoi amministratori e per assolverlo i molini cittadini dovevano godere di volumi d’acqua sufficienti a soddisfare la domanda di macina e di farine. La Città era titolare di precedenze e diritti d’acqua consolidati e di remotissima origine, ma incontrò spesso gravi difficoltà a tutelare i propri interessi, svantaggiata dalla collocazione delle proprie prese. (6) Si trattava di un classico conflitto “monte-valle”, in cui la posizione geografica degli utilizzatori a monte, di fatto, prevaleva sui diritti degli utenti a valle, fossero pure quelli della Capitale e degli opifici strategici dello Stato. Controversie e conflitti segnarono dunque la lunga storia idraulica torinese ed è proprio grazie ad essi che dobbiamo larga parte della documentazione giunta fino a noi. In caso di mancanza d’acqua la Città e le Autorità statali dovettero ricorrere a misure straordinarie di governo e regolazione delle acque utilizzando talora anche la forza armata. Si tentò a più riprese di regolare i prelievi attraverso piani di riduzione consensuali e condivisi dai partecipanti che conciliassero i legittimi diritti di concessione con le necessità della Capitale, ma abusi ed illeciti, liti e contenziosi rimasero all’ordine del giorno. (7)

Il progetto più importante di ripartizione delle acque della Dora Riparia fu redatto alla metà dell’Ottocento. Con Regie Patenti del 6 agosto 1839 fu istituita una regia commissione con il compito di redigere un piano in tal senso. Nell’agosto 1841 tale commissione incaricò il cavaliere Pernigotti, ispettore del Genio Civile, coadiuvato dagli ingegneri Giovanni Barone e Tommaso Bonvicini, di procedere con le ispezioni, le rilevazioni e le altre operazioni necessarie per elaborare la proposta di riparto. Il 30 maggio 1844 Pernigotti presentò la relazione contenente la proposta elaborata dalla commissione. Una seconda relazione, che affrontava nel dettaglio le questioni spiccatamente giuridiche, fu consegnata dell’avvocato Eugenio Gioberti il 30 giugno 1845. (8) Il nuovo quadro giuridico creato dall’emanazione dello Statuto Albertino consigliò di procrastinare la ratifica del piano, il quale infatti entrò in vigore solo nel 1886. (9) La ripartizione di Pernigotti rimane tuttora in vigore, almeno formalmente, poiché di fatto il problema non si pone più da tempo.

Il lavoro della Commissione Pernigotti fu pubblicato con il titolo "Progetto per la ripartizione delle acque del fiume Dora Riparia", Tipografia Chirio e Mina, Torino 1851. Tale lavoro rappresenta l’unica ricerca organica di ordine tecnico, storico e giuridico condotta sulle bealere e sui canali torinesi derivati dalla Dora Riparia in oltre sette secoli, e a esso sono largamente debitrici le pagine di questo sito.

1831. Il “canale dei mulini” fino a borgo Dora.

Tipo regolare della regione di Valdocco con l'andamento della bealera dei Molini della città di Torino, sue diramazioni ed indicazione di tutti i bocchetti sulla medesima esistenti e dei fossi d'irrigazione dipendenti

Fonte: AST, Sezioni Riunite, Carte topografiche e disegni, Camerale Piemonte, Tipi articolo 663, Torino, mazzo 350

Ultimo aggiornamento della pagina: 21-05-2020

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Asta principale del gran canale della Città